domenica 10 giugno 2012

Spot per Torino, degrado per Napoli - Il Palazzo Reale di Napoli cade a pezzi mentre quello di Torino è perfettamente mantenuto.



Napoli - Palazzo Reale - Scalone


Qualche sera fa la Rai ha mandato in onda la Cenerentola di Gioacchino Rossini, opera rappresentata per la prima volta nel 1817 e che, in questa occasione, aveva come scenario la reggia torinese-sabauda di Venaria. Tutti sanno (?) che la prima versione della favola fu scritta in lingua napoletana da Giambattista Basile nei primi anni del Seicento e certamente prima del francese Perrault, dei fratelli Grimm o dello stesso Walt Disney. Era una delle cinquanta favole di quella preziosa
raccolta che fu  “Lo cunto de li cunti, Trattenemiento de peccerille o Pentamerone”,  tradotta in tutte le lingue del mondo e conosciuta in tutto il mondo (tranne che dalle nostre parti e… in Rai). In una pirotecnica e barocca lingua napoletana, il poeta nato (e sepolto) a Giugliano (Napoli), quando pensava a quello scalone di quel palazzo reale sui cui quella ragazza perde intorno alla mezzanotte la sua scarpetta, pensava (conoscendolo bene) allo scalone del Palazzo vicereale di Napoli. Dopo quasi 4 secoli, manca ancora sulle scale di quel palazzo (cambiato nella sua struttura originaria ma rimasto sostanzialmente simile a quello del grande Basile) una semplice targhetta-simbolo di radici e orgoglio che possa ricordare questo piccolo-grande esempio di cultura napoletana dimenticato dalla Rai e dimenticato dai politicanti o dai famosi intellettuali “ufficiali” della nostra ex capitale così come si regala un grande spot alla reggia dei Savoia mentre continua il degrado del nostro Palazzo Reale.

Gennaro De Crescenzo 



Napoli - Palazzo Reale - Scalone 





mercoledì 6 giugno 2012

L'OPINIONE




CARO NORD DOVE VAI SE IL SUD NON CE L'HAI ?

di 

Lino Patruno



Ricomincio da Sud. Ci sono almeno tre ragioni per cui se l’Italia vuol crescere può farlo solo a Sud. Prima lo si capisce meglio è. Come meglio è se la si smette quanto prima di considerare il Sud un danno e non una salvezza per tutti.
Prima ragione. Non ci vogliono trattati di economia per capire una banalità. Resteremo nell’incubo di questa crisi se si continua ad andare avanti con un sistema (gli intellettuali dicono “modello di sviluppo”) per cui il Nord deve fare da locomotiva e il Sud, se va bene, seguirlo come bagaglio appresso. Il risultato è una crescita dello zero virgola qualcosa, anzi ora andiamo indietro. E’ come se avessi una Porsche e la facessi andare come una Panda. Non solo è uno spreco, ma prima o poi imballi il motore. Il Nord dovrebbe crescere al 10 per cento come una Cina per far crescere in media l’Italia almeno al 3 per cento, quota minima per riprendere a creare lavoro.
Ma oggi solo la Cina è Cina. E poi il Nord è al limite, saturo, sfiatato, non può crescere più di tanto: devi avere anche lo spazio per altri capannoni. Se dai a un riccone altri cento euro, non ti ringrazierà neanche, se li dai a un poveraccio gli hai cambiato la giornata. Riesce a lavorare al Sud un venti per cento in meno rispetto al Nord: se potessero spaccherebbero le pietre. Si dovrebbero cambiare le condizioni, investire al Sud quei soldi destinati al Sud ma invece utilizzati per tante altre cose, dalle multe dei vaccari bergamaschi ai traghetti del lago Maggiore. E i treni, al Sud, si dovrebbe darglieli non toglierglieli.
Seconda ragione (per cui bisognerebbe ricominciare da Sud). La conferma viene proprio in questi giorni dalla Banca d’Italia, non da qualche irriducibile terrone mezzo piagnone mezzo cialtrone. Nel Paese che i signorini dalle mani sporche della Lega Nord vogliono tagliare in due, se non ci fosse il Sud che acquista non ci sarebbe il Nord che vende. Altro che secessione, altro che ce ne andiamo per conto nostro: dove vanno? 
L’integrazione fra le due Italie è tale che dovrebbe far ricredere anche il Luca Ricolfi del “Sacco” (saccheggio) del Nord. Insomma la bibbia che il Salvini sbandiera sempre come dimostrazione del Sud parassita. La Banca d’Italia dice che è vero che ogni anno 50 mila miliardi di tasse del Nord vengono spesi anche nel resto del Paese. Ma è vero pure che ritornano con gli interessi (oltre 60 miliardi) in acquisto di prodotti del Nord da parte del Sud. E aumentano ancòra se ci aggiungiamo, mettiamo, i ricoveri di meridionali al Nord (pagati dalle Regioni del Sud). E se ci aggiungiamo i giovani meridionali che vanno a lavorare al Nord ma la cui istruzione l’hanno pagata i loro genitori al Sud (a parte le tasse che versano lì).
Questi conticini li aveva già fatti da tempo Paolo Savona, economista, ex ministro, banchiere. Ma chi volete che gli desse retta visto che smentiva un pregiudizio sul Sud? Piagnone anche lui. Così si scopre anche (Luca Bianchi direttore della Svimez) che un quarto della ricchezza annuale della Lombardia proviene dalle vendite al Sud. Ma invece che di Sud creditore si continua a parlare di Sud debitore. E invece che, magari, di “Sacco” del Sud, si continua a parlare di “Sacco” del Nord. Si è meridionali anche nei sacchi. Senza dimenticare la ciliegina che, nonostante tutto, la spesa dello Stato è maggiore al Nord che sta meglio rispetto al Sud che sta peggio.
Ma c’è la terza ragione (per cui bisognerebbe ricominciare da Sud). Buona parte dell’attuale crisi del Nord è dovuta al fatto che è in crisi anche il Sud che compra meno. E che se dalla crisi si esce solo col rilancio dei consumi (e quindi della produzione, del lavoro ecc. ecc.), o il Sud si muove o la barca affonda. Il Nord dipende dal Sud, una bestemmia. E’ sbagliato allora non solo il sopraddetto “modello di sviluppo” della locomotiva, ma anche quello conseguente del Nord che vende e del Sud che acquista. Pensiamo a cosa avverrebbe se tutti i Nicola Cassano e le Carmela Palumbo del Sud decidessero un giorno il CompraSud, acquistare solo prodotti meridionali (e ce ne sono): il panico.
Conclusione: nessun Paese può reggersi su un Nord e su un Sud come in Italia. Nessun Paese almeno che voglia restare fra i primi dieci al mondo. Né si può tenere inutilizzato mezzo motore senza perdere velocità, anzi bruciando la testata. E con l’aggiunta che un altro “modello di sviluppo” (rieccolo) converrebbe anche al Nord perché la crescita del Sud lo farebbe sfiatare meno. Tranne che non si voglia lasciare tutto così perché fa comodo: la chiamiamo sottomissione?
Ma se occorre ricominciare da Sud, anche il Sud deve ricominciare da se stesso. C’è al Sud una prateria di cose da fare (oltre che di cose fatte). Il Sud s’arrabbi di brutto per i treni tolti, ma poi metta in campo al più presto la propria locomotiva. Il futuro è a Sud.      






lunedì 4 giugno 2012

Sul furto dei libri dei Gerolomini





CONTRO LA DISINFORMAZIONE
IN DIFESA DEI GEROLOMINI


Un altro grave colpo al patrimonio storico culturale della nostra Patria è stato inferto nell’indifferenza generale. Nonostante le manifestazioni di buona volontà di politici e professori, continua inesorabile il depauperamento di quanto è ancora rimasto di prezioso, anche e soprattutto per la memoria, della nostra antica capitale.
La questione del furto nella biblioteca dei Gerolomini di Napoli di migliaia di libri antichi, molti dei quali pezzi unici di inestimabile valore, è sistematicamente passata inosservata, opportunamente mimetizzata nelle tragedie di un Stato alla deriva.
Ma gli amici e compatrioti del “Il Giglio” non ci stanno al silenzio colpevole dei mass media e dei detentori della cultura ufficiale, fiancheggiatori interessati del furto, e pertanto hanno promosso la lodevolissima iniziativa che oggi vi proponiamo e che vi preghiamo vivamente di accogliere facendovi parte attiva.



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Lettera Napoletana
dell’Editoriale IL GIGLIO

Sono molti gli interrogativi ancora senza risposta nella vicenda della sparizione dei libri della Biblioteca dei Gerolomini anche dopo l’arresto del direttore Marino Massimo De Caro e di quattro suoi collaboratori avvenuto il 24 maggio. I libri trovati in un deposito nei pressi di Verona, che sarebbe in uso a De Caro, sono 257. Per settimane, però, la stampa - ispirata dalla campagna promossa dal docente associato di Storia dell’arte moderna della Federico II Tomaso (sic) Montanari, collaboratore e blogger de “Il Fatto Quotidiano” - ha ripetuto la cifra di 1500 volumi spariti. Dove sono finiti tutti gli altri? De Caro è rimasto in carica come direttore per un anno circa. È impensabile – anche immaginando un’attività su scala industriale, e perfino l’esistenza di una “struttura parallela”, della quale parla il Corriere del Mezzogiorno (25.5.2012), giornale che ha fatto da megafono alla campagna di Montanari, che possa essere stato lui a sottrarli. Molti altri libri, dunque, sono spariti nel tempo. Come mai nessuno lo ha denunciato? Un processo e dei giudici terzi dovranno adesso verificare e delimitare le responsabilità di ciascuno degli arrestati ed indagati, ma non si può non chiedersi come De Caro - che ha presentato egli stesso una denuncia ai Carabinieri sulla scomparsa dei volumi e ne ha recuperati una decina a Londra, ad un’asta di Christie’s, contribuendo ad accendere i riflettori sulla Biblioteca dei Gerolomini - potesse pensare di poter rubare e vendere impunemente libri con i timbri della Biblioteca. Una stima su quelli che gli sono stati trovati, dell’editore-libraio napoletano Marzio Grimaldi, fissa in non più di 25 mila euro il loro valore. Una “struttura parallela” sarebbe stata messa in piedi per una somma di questa consistenza?

Fin qui alcuni interrogativi. Poi ci sono le certezze. L’inchiesta dei pm della Procura di Napoli ha avuto come detonatore una violenta campagna di stampa (cfr. “Cultura: Napoli; avvoltoi volano sulla biblioteca dei Gerolomini”, in LN50/12) ed un “appello di intellettuali”. Tra essi, oltre a noti professionisti della firma ed a maestri dell’indignazione selettiva ed a senso unico (come mai nessuno si è indignato per la Quadreria dei Gerolomini, aperta appena un giorno a settimana e priva perfino di un impianto di illuminazione mentre la Regione Campania erogava 8 milioni e mezzo di euro all’anno al cosiddetto Museo Madre? ) figurano gli esponenti di quella borghesia parassitaria ed affaristica che a Napoli si identifica autoreferenzialmente con la cultura ed intercetta da decenni massicci finanziamenti pubblici per i propri Istituti e le proprie Fondazioni private.

Questi stessi ambienti si candidano ora a gestire la Biblioteca dei Gerolomini, la Quadreria, e l’intero Complesso dei Gerolomini sul quale stanno per piovere 5 milioni di euro di finanziamenti UE destinati all’ “l’ampliamento dell’offerta di spazi per l’attività didattico - formativa e di accoglienza” (Il Mattino, 30.5.2012). Contributi per svariati milioni di euro dovuti alla Biblioteca, inoltre, attendono da anni l’erogazione da parte dello Stato, anche in questo caso senza l’indignazione di nessun intellettuale.

Il preside della Facoltà di Lettere dell’Università Federico II, Arturo De Vivo dichiara “la piena disponibilità della Facoltà per la valorizzazione ed il funzionamento dei Girolamini” (la Repubblica - Napoli, 26.5.2012), L’ex Sovrintendente ai beni artistici e storici Nicola Spinosa, in carica fino al 2009, chiede “una Fondazione laica”, per gestire chiesa, Quadreria e Biblioteca (“Il Mattino, 29.5.2012). E intanto il ministro per i Beni culturali Lorenzo Ornaghi (del quale Massimo Marino De Caro era un consulente) rampogna duramente il Sovrintendente ai Beni Architettonici di Napoli, Stefano Gizzi per aver osato esprimere la propria “personale solidarietà” al Preposito della Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri, Don Sandro Marsano - anche lui indagato dai pm di Napoli - e per averne testimoniato “la disponibilità e la correttezza”. (cfr. Repubblica - Napoli, 26.5.2012) Gizzi è stato convocato a Roma dal direttore generale del Ministero Antonia Recchia, affiancata da altri due funzionari, ed obbligato alla pratica staliniana dell’autocritica. Per la soddisfazione degli indignati a comando che hanno scatenato la Campagna dei Gerolomini. Al preside De Vivo bisognerebbe chiedere quanti libri sono scomparsi negli ultimi anni dalla biblioteca della Facoltà di lettere e dagli altri Istituti della Federico II. A Spinosa bisognerebbe chiedere conto dello stato disastroso di monumenti e musei napoletani. Agli indignati a comando, che oggi si stracciano le vesti per il “saccheggio della preziosa biblioteca dei Gerolomini”, tra i quali si allineano compatti i saccheggiatori delle risorse pubbliche destinate al patrimonio culturale di Napoli, invece, si può solo rispondere con i fatti. Difendendo i Padri Gerolomini e la continuità della loro presenza a Napoli che conta quasi cinque secoli e si intreccia con la storia della città, ed esprimendo piena ed incondizionata solidarietà a Don Sandro Marsano. Al di là di ogni inchiesta e di ogni campagna di disinformazione. (LN52/12).
Lettera Napoletana invita a firmare la petizione on - line promossa da Fraternità Cattolica al Procuratore della Congregazione dell’Oratorio, Padre Edoardo Aldo Cerrato C.O, ed al Cardinale Arcivescovo di Napoli Crescenzio Sepe.





venerdì 1 giugno 2012

Sulle false lauree


DA  GARIBALDI  A  UMBERTO BOSSI  
DIPLOMIFICI E LAUREE FACILI

di
Ignazio Coppola



Lauree facili, lauree regalate e lauree comprate, scandali all’ordine del giorno del cerchio magico leghista che hanno riempito ignominiosamente e boccaccescamente, con buona pace del popolo padano, le cronache di tutte le testate giornalistiche e televisive nazionali e non solo.
Questo delle lauree e dei titoli di studio “facilitati” è indubbiamente una prerogativa di molti politici del Nord e riguarda anche quelli non solamente di pura “razza” padana.  Altro che “barbari sognanti”, sarebbe più giusto appunto che costoro, alla costante ricerca di lauree da comprare, si fregiassero del “titolo”, questo si, di  “barbari ignoranti”.   Tutto questo, infatti, è la risultante di una sottocultura e scarsa preparazione che, evidentemente, caratterizza molti politici settentrionali. Mediocrità culturale che non garantendo loro la sicurezza e la consapevolezza della acquisizione di un titolo di studio  “regolamentare”,  li spinge a cercare scorciatoie e pratiche poco ortodosse per ottenerlo. Emblematico, in tal senso, il caso dell’ex ministro alla “pubblica (d)’istruzione” Mariastella Gelmini che nel 2001 conseguì a Reggio
Calabria, perché nella sua Brescia, a causa della propria scarsa preparazione era, per sua stessa ammissione, per lei impossibile ottenere, l’abilitazione alla professione di avvocato. 
Per poi passare all’ex senatore leghista Claudio Regis che si fregiava di una laurea in ingegneria che non aveva mai conseguito. Millanteria che gli aveva permesso, con apposito decreto del governo Berlusconi, di accedere indebitamente alla prestigiosa carica di vice commissario dell’ENEA. Scoperto e denunziato, si era poi dovuto dimettere. E per giungere, infine, alle boccaccesche vicende di questi ultimi tempi per cui, con i soldi dei contribuenti, i dirigenti leghisti, permeati da alto senso morale ed etico, oltre che comprare lingotti e diamanti facevano incetta di lauree e diplomi a destra e a manca. Così la laurea, comprata a Tirana del “ trota “, al secolo Renzo Bossi, e quelle di Rosi Mauro e del suo gigolò e “guardia del corpo” ( nel senso più letterale della parola) Pietro Moscagiuro. Tutti costoro possono, però, rivendicare, a buon diritto, e di conseguenza trovare una parziale giustificazione che questa prerogativa di comprare ed ottenere facili lauree e diplomi compiacenti era una caratteristica dei loro antenati “padani” e garibaldini che 150 fa conquistarono, invasero e depredarono il Regno delle Due Sicilie. 
A ben vedere, infatti, questa delle lauree facili ha una radice ben lontana, agli albori dell’Unità d’Italia e nel contesto della stessa spedizione dei Mille ad alcuni dei quali, per meriti di guerra, come vedremo, vennero regalati, a suo tempo, da cattedratici compiacenti con disponibilità e irrisoria facilità, qualificati titoli accademici.
E’ singolare e significativo a proposito quanto avvenne, ad esempio, a Giuseppe Rebuschini, un garibaldino originario di Dongo, studente in ingegneria che, come tanti lombardi, costituiva la colonia “padana” più numerosa al seguito di Garibaldi alla conquista del Sud. Al culmine dell’impresa dei Mille, dopo la battaglia di Capua, il giovane Rebuschini che allora aveva 21 anni,  il 6 ottobre del 1860 così testualmente scriveva ai propri genitori: 
”Carissimi, sono a darvi una notizia che se non vi farà stare di sasso, sono certo però che vi farà aprire tanto di bocca dalla meraviglia. Per dirla in breve sapete cosa è successo? Da un ora sono nientemeno che dottore in matematica. Ecco che voi vorreste quasi dubitare, ma fortunatamente è proprio così. Si, o signor Gerolamo, si, signora Maddalena, il vostro quartogenito, battezzato nella chiesa parrocchiale di Dongo coi bellissimi nomi di Giuseppe Gaspare Ferdinando presentemente aiutante maggiore e, diciamolo, pure aspirante al gradi di capitano, oggi giorno 6 ottobre 1860, nella Regia Università di Napoli riceve il diploma di Ingegnare-Architetto: Ma come, direte voi, senza attestati, né certificato alcuno? Il come non lo so neppure io. Io so solamente che ieri, colpito da luminosa idea di diventare dottore, in men che non si dica, mi recai all’Università e mi presentai al Rettore. Signor Rettore, dissi io, io ero laureando in matematica. La prima spedizione in Sicilia venne a togliermi dai severi calcoli per gettarmi framezzo alle armi. Ora desidererei assicurarmi quella interrotta carriera e però vorrei prendere la laurea.
Fosse la camicia rossa, fosse lo squadrone, fatto sta che il signor Rettore mi fece un bellissimo sorriso e senz’altro domandare di documenti, mi stabilì l’esame a questa mattina alle otto. All’ora stabilita, io fui lì, feci un simulacro di esame ed appena terminata questa lettera, andrò a prendere il diploma previo beninteso lo sborso di ducati 15 quale tassa di laurea. Così non mi restano che gli esami di pratica per essere un ingegnare in perfetta regola, Vedete bene che, senza contare un centinaio d franchi, sono perlomeno un paio d’anni risparmiati”. 
La lettera del giovane Rebuschini è la lampante testimonianza di come con il “fascino” della camicia rossa si potesse ottenere facilmente a buon prezzo un dottorato d’ingegneria. Del resto, da quanto ci è dato di sapere, in quei frangenti della spedizione garibaldina il Rebuschini, non fu il solo ad esser beneficato e gratificato con  molta generosità e facilità del titolo accademico. Analoga benevola sorte toccò per meriti di guerra e di riconoscimento, come atto dovuto, alle camice rosse  agli increduli studenti Giuseppe Peroni originario di Soresina (Cremona) e al pavese Arturo Termanini, anch’essi nominati ingegneri con analoghe e “spicce” procedure dal Rettore dell’Università di Napoli.
Alla luce da quanto documentalmente provato, possiamo parzialmente consolarci per il fatto che il malcostume delle lauree facili e regalate non è un fenomeno esclusivo dei nostri giorni, di cui hanno beneficiato Mariastella Gelmini, Claudio Regis, Renzo Bossi , Francesco Belsito, Rosi Mauro il suo gigolò, Piero Moscagiuro, e tanti altri, ma ha le sue  profonde origini e le sue ben salde radici al tempo delle camice rosse dell’impresa dei Mille e agli albori dell’Unità d’Italia.  
Purtroppo dopo 151 anni nulla è cambiato.  









I tre garibaldini che nell’ottobre del 1860 furono

i “beneficiati” dalle  lauree “facili” dall’Università di Napoli.