mercoledì 31 ottobre 2012

Riapre la storica Stazione di Castellammare di Stabia




UN'ALTRA BATTAGLIA VINTA.

Dopo le proteste del Movimento Neoborbonico e di altre associazioni locali e nazionali, la stazione borbonica di Castellammare, chiusa qualche settimana fa dal sindaco, riapre grazie all’intervento della Regione Campania con l’Assessore Vetrella. Nel pieno, corretto ed efficace rispetto della memoria storica e della mobilità dei cittadini di tutta l’area.  

COMUNICATO-Settembre 2012. 
Il sindaco di Castellammare Luigi Bobbio avrebbe deciso di sopprimere la linea ferroviaria Castellammare-Torre Annunziata, linea superstite dell’antico primato borbonico (prima ferrovia italiana del 1839 estesa nell’area nel 1843). Al di là del fatto che il servizio pubblico mai dovrebbe essere collegato al profitto, queste scelte non spetterebbero al sindaco ma alle Ferrovie e il Movimento Neoborbonico ha inviato al sindaco una nota nella quale lo invita ad evitare questa grave cancellazione della memoria storica che lega il territorio stabiese, la Campania e il Sud a primati, soprattutto economici, che esso poteva vantare fino all’atto dell’unificazione italiana. La linea in questione, del resto, sarebbe sostituita non da un progetto di valorizzazione del territorio in questione ma da una “pista ciclabile” con sviluppi di carattere turistico-culturale e logistico tutto sommato dubbi.  Identità e orgoglio sono due elementi sempre più necessari e preziosi anche di fronte a “questioni meridionali” sempre più dimenticate e tuttora irrisolte, con classi dirigenti inadeguate da circa un secolo e mezzo. 
Ufficio Stampa Movimento Neoborbonico


lunedì 29 ottobre 2012

Quando il Regno delle Due Sicilie era il terzo al mondo per ricchezza, cultura ed arte





I primati di Napoli

di 
Achille della Ragione


Negli ultimi decenni i mass media, tutti di proprietà monopolistica del Nord, hanno non solo falsificato i libri di storia, ma hanno cercato di diffondere lo stereotipo di un Meridione costituito da fannulloni e parassiti, alle cui esigenze debbono provvedere le regioni settentrionali, prospere e laboriose. 

Solo di recente alcuni seri ricercatori, come Gennaro De Crescenzo, assiduo frequentatore di archivi ed alcuni scrittori come Pino Aprile, autore di un pamphlet di successo, che coniuga dati storici inoppugnabili ad una travolgente vena polemica, hanno cercato di rileggere con onestà gli avvenimenti del passato, soprattutto il fenomeno del brigantaggio, che vide un tacito accordo tra i notabili latifondisti e la borghesia imprenditoriale del Nord. 
Le campagne erano in rivolta ed il brigantaggio faceva del Sud un vero e proprio Far West.

Furono i soliti gattopardi, padroni dei voti delle masse popolari, ad aderire alle scelte politico-economiche post-unitarie, privilegiando finanziariamente lo sviluppo delle industrie padane a costo di penalizzare per sempre ogni possibilità di sviluppo del Meridione, i cui abitanti si videro costretti, a decine di milioni, ad abbracciare la scelta dell’emigrazione. 

Fu una diaspora di dimensioni bibliche, un vero e proprio genocidio del quale vanamente troverete anche un accenno nella storiografia ufficiale. 

Il dato più importante da cui bisogna partire è che all’indomani del plebiscito, quando il nuovo regime cominciò ad assumere i primi provvedimenti finanziari, si rese conto che il Regno delle due Sicilie aveva in cassa 443 milioni, più del doppio dei bilanci di tutti gli altri Stati della penisola che, tutti assieme, raggranellavano 220 milioni. 

Tutto ciò a dimostrazione lampante che l’economia era più che florida, esportando legname, grano, frutta, olio, primizie, vini pregiati, carne, uova, pasta, latte ed agrumi, garantendo un costante flusso di valuta estera.

E se passiamo dall’agricoltura all’industria il divario era ancora più accentuato, dalla produzione di pelletteria agli strumenti di precisione, mentre la grandiosa fabbrica di Pietrarsa sfornava a getto continuo colossali macchinari, dalle locomotive alle macchine a vapore, dalle gru ai ponti di ferro alle rotaie, a parte pezzi di artiglieria, bombe e granate. 

Nel frattempo i cantieri di Castellammare producevano centinaia di navi che facevano della flotta borbonica una delle più importanti del Mediterraneo, oltre a molte altre commissionate dall’estero. 

Nella zona di Amalfi era tutto un susseguirsi di cartiere e di opifici tessili e non poche erano le risorse minerarie; a parte lo zolfo in Sicilia, si estraeva ferro, piombo, antracite e talco.

Ma i veri primati di Napoli indiscussi sono nel campo della cultura, dell’edilizia e della scienza. Accenniamo ai principali:

Nel 1738 si diede inizio ai lavori per la Reggia di Capodimonte.
Nel 1751 Ferdinando Fuga ebbe l’incarico per la costruzione dell’Albergo dei Poveri, una struttura gigantesca destinata ad accogliere tutti i poveri del Regno.
Nel 1737, in soli sei mesi, quarant’anni prima della Scala di Milano, si completò il Teatro San Carlo, che divenne l’indiscusso tempio della lirica europea.
Nel 1738 vennero alla luce i parchi archeologici di Ercolano e di Pompei, che attirarono per decenni gli entusiasti visitatori del Grand Tour.
Nel 1743 fu fondata la celeberrima Fabbrica di porcellane di Capodimonte.
Nel 1771 fu affidato il compito a Luigi Vanvitelli di costruire a Caserta una reggia più bella e sfarzosa di quella di Versailles.
Nel 1778 cominciò a funzionare a Palazzo Reale la celebre Fabbrica degli arazzi. L’anno successivo nacque la manifattura di San Leucio, una singolare fabbrica governata da rivoluzionarie regole socializzatrici.
Nel 1798 la spiaggia di Chiaia si trasformò in una splendida Villa Reale. L’anno successivo sorsero i colossali Granili.
Nel 1818 prese il mare il primo battello a vapore e l’anno successivo fu edificato a Capodimonte il primo Osservatorio astronomico d’Europa.
Nel 1837 Napoli fu la prima città italiana ad avere l’illuminazione a gas. Ma la grande impresa fu il 3 ottobre 1839 l’inaugurazione della linea ferroviaria Napoli-Portici, la seconda al mondo, alla quale in breve si aggiunsero altri tratti che misero in comunicazione la capitale con Caserta, Capua, Cancello, Nola e Sarno. La rete stradale nel 1855 era di ben 4587 miglia.
Nel 1841 sorse ad Ercolano l’Osservatorio Vesuviano. Nel 1852 nacque la prima linea telegrafica Napoli-Gaeta ed in breve furono in contatto tutte le principali città, comprese Reggio Calabria e Messina attraverso una linea sottomarina.
Nel 1845 si tenne il VII Congresso degli Scienziati. I presidi sanitari erano all’avanguardia in Europa ed importante fu anche la funzione dei Monti di Pietà che contrastarono attivamente il fenomeno dello strozzinaggio.
In campo culturale ricordiamo l’Accademia delle Belle Arti, il famoso Conservatorio di Musica e una prestigiosa Università.
Molteplici furono le attività artigianali, dalla coniazione di monete alla legatoria di lusso, dalla lavorazione del corallo e della maiolica all’intaglio dell’avorio e all’elaborazione di gioielli d’oro e argento.
Potremmo continuare a lungo, ma vogliamo concludere con i tanti teatri, più di Parigi, che erano sempre stracolmi e testimoniavano la gioia di vivere di un popolo che scaricava così i suoi timori e le sue insoddisfazioni. 
Ricordiamo il Fiorentini, il Mercadante, il San Ferdinando, il San Carlino, dove la famiglia Petito immortalò in spassosissime commedie la celeberrima maschera di Pulcinella.

Fonte: napoli.com

venerdì 26 ottobre 2012

Gennaro De Crescenzo " I peggiori 150 anni della nostra storia".






Venerdì 26 ottobre, ore 18.00, Libreria Loffredo, via Kerbaker 19/21 (adiac. P. Vanvitelli), Napoli, presentazione del libro “I peggiori 150 anni della nostra storia. L’unificazione come origine del sottosviluppo del Sud”, Edit. Il Giglio, 2012 con l’autore, Gennaro De Crescenzo, dr.ssa Marina Carrese (giornalista), prof. Orazio Abbamonte (Seconda Università di Napoli). 

giovedì 25 ottobre 2012

Intervista al Sindaco di Motta Santa Lucia sulla restituzione del cranio del Brigante Villella



Il sindaco, Lombroso e la testa di Villella
"La rivogliamo indietro per motivi umanitari"
Intervista a Amedeo Colacino sindaco di Motta S.Lucia (Cz)
di 
Sergio Rizza

Mi consenta a…
Amedeo Colacino, sindaco di Motta Santa Lucia (Catanzaro) - Nella foto: accanto alla testa di Giuseppe Villella al Museo Lombroso di Torino.

Quindi avete vinto il ricorso. Il giudice ha sentenziato che il Museo Lombroso di Torino deve restituirvi la testa del “brigante” Giuseppe Villella, vostro compaesano. Ve la ridanno o no?
La testa è ancora lì. Ma la sentenza è stata notificata, e anche il precetto. Loro possono fare ricorso. Ma se non otterrranno la sospensiva mandiamo l’ufficiale giudiziario.

Certo, seppellirete solo la testa, degnamente. Il resto del corpo…
Non so dove sia, non so se ce l’abbiano loro. Oltre alla testa di sicuro hanno il calco del cranio, ma su questo non abbiamo pretese. Secondo la normativa i resti mortali non si possono esporre, se non per ragioni scientifiche. Che però nel frattempo sono decadute. Stiamo parlando dell’atavismo…

…ossia la naturale, e anatomicamente avvertibile, predisposizione al crimine degli individui. Specie di quelli meridionali: così concludeva il Lombroso, che fu inviato al Sud a studiare il brigantaggio. La vostra è una rivendicazione meridionalista?
Il ricorso l’abbiamo fatto come amministrazione comunale. Poi, ad adiuvandum, si è affiancato il Comitato No Lombroso. Tengo a precisare che ne fanno parte anche Comuni del Nord. La nostra è una battaglia umanitaria, non meridionalista. Noi non siamo neoborbonici, anche se loro ci sostengono.

Anche una questione familiare. Lei discende da Villella, ho letto.
Non io, mia moglie discende indirettamente da Villella. Che non era un brigante, poi. Aveva solo qualche precedente per furto di pollame e per l’incendio di un mulino.

La segreteria telefonica del suo Comune dice: “Siamo il paese del pane, dei portali (antica scuola artigiana specializzata in portali di tufo, ndr) e del brigante Villella”…
Sì, è definito un brigante, ma sa, il senso ormai non è più così spregiativo. Noi vorremmo addirittura rivalutarlo come patriota. Fu catturato dai piemontesi dopo l’Unità e incriminato in base alla legge Pican (morì in carcere nel 1872, ndr).

Quindi la vostra è una lotta politica, in fondo.
Non è ammissibile che perfino delle scolaresche paghino il biglietto per vedere i resti mortali di un mio concittadino bollato come un delinquente “atavico”. Era uno che difendeva la sua terra.

E allora cambi la segreteria telefonica!
Sicuramente! (ride)

Fonte: Metro News