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martedì 11 novembre 2014

Gigi Di Fiore


CHINCHINO COMPAGNA, LA RAI E ALIANELLO
QUANDO NON C'ERANO I NEOBORBONICI


Non fu agevole la trasmissione in Rai dello sceneggiato "L'eredità della priora". Sette puntate, addirittura sul primo canale, di un lavoro con la regia del noto Anton Giulio Majano. Un'autorità televisiva di allora. Musiche, diventate di cult, di Eugenio Bennato e Carlo D'Angiò, ispirazione al romanzo scritto da Carlo Alianello in prima edizione nel 1963.
Il tema, certo, non era di facile digestione nell'Italia di allora: il brigantaggio, una vicenda familiare inserita nei giorni della marcia di Carmine Crocco verso Potenza. Alianello, padre militare italiano e nonno militare borbonico, aveva iniziato 40 anni prima una rilettura senza pregiudizi sulla caduta del regno delle Due Sicilie. Lo avevano ispirato i racconti di famiglia ed era poi andato avanti con ricerche e documenti.
Alianello, scrittore lucano di Tito, cattolico, autore di decine di libri e consulente storico persino di Luchino Visconti, emarginato dal mondo letterario per tante sue idee. Il suo romanzo "L'Alfiere", pubblicato nel 1942, fu messo al bando dal fascismo, che lo ritenne troppo disfattista in mesi di guerra: raccontava le vicende di vinti, i militari borbonici che non avevano voluto arrendersi o passare con Garibaldi. Discorsi non facili da far passare, anche 34 anni fa.
I neoborbonici non erano ancora nati, Riccardo Pazzaglia pensò a quella provocazione tredici anni dopo. Ma lo sceneggiato di Rai uno suscitò subito reazioni indignate. Fu la cultura liberale, di ispirazione crociana, a infastidirsi di più. E ne fu espressione Francesco (Chinchino) Compagna, allievo di Croce, già giornalista di Nord e Sud e del Mondo di Pannunzio, repubblicano e ministro della Repubblica.
L'11 marzo 1980 Compagna, che qualche mese dopo avrebbe analizzato in maniera critica la ricostruzione del terremoto irpino, pubblicò un articolo sul Giorno di Milano. Titolo indicativo: "Ma i Borboni (sic!) no, non li rimpiango". L'occhiello già anticipava polemiche lette negli ultimi mesi: "Segni di una rinnovata e ambigua nostalgia".
Il ragionamento metteva insieme due eventi: la mostra sul '700 napoletano, in quei giorni inaugurata al museo di Capodimonte da Raffaello Causa, con lo sceneggiato televisivo. Compagna si diceva preoccupato che "i borbonici si approprino politicamente della mostra".
L'analisi successiva sembra anticipare, almeno di 30 anni, le tante diatribe scatenate dalle celebrazioni sui 150 anni di unità d'Italia. Scriveva Compagna: "C'è una serpeggiante nostalgia dei Borbone che si alimenta dalla dolorosa condizione della città e che si inserisce nel vuoto lasciato a Napoli, come anche altrove, dalle dissacrazioni sociali del Risorgimento, dalla schizzinosa rinuncia al Risorgimento come minimo comun denominatore della educazione nazionale".
Una presa di posizione decisa, che proseguiva con argomenti che riecheggiavano e riecheggiano ancora oggi contro chi cerca di capire a tutto tondo cosa accadde negli anni in cui l'Italia fu unita. Il raffronto dell'intellettuale e giornalista crociano fu tra l'oggi di allora e lo ieri borbonico: la Napoli di quel 1980 nascondeva "meno miserie di quante ne nascondesse la capitale borbonica".
Sarebbe stato tragico se non fosse stato così, 119 anni dopo. Il progresso e i tempi in evoluzione devono pur significare qualcosa. Ma Compagna era più indignato per lo sceneggiato ispirato ad Alianello, trasmesso alla Rai: come mai nessun giornale del nord ha reagito contro l'offeso sentimento risorgimentale? Come mai, invece, in quelli napoletani, tanta nostalgia borbonica? Quesiti giornalistici retorici, con risposta pronta.
Rileggere i punti, con cui Compagna spiegava la sua indignazione è illuminante: sono gli stessi delle indignazioni di oggi. E allora: Compagna si dissociava dai "chiari intendimenti dissacratori, estranei al pur partigiano Alianello, accompagnati da interpretazioni che offendono i miei sentimenti".
Un crociano, laico, con la verità certa in tasca.
E ancora, in polemica con la sinistra che allora governava Napoli, con l'illuminato sindaco Maurizio Valenzi: "C'è una responsabilità della cultura di sinistra nel revival borbonico di cui dicevo. Il processo al Risorgimento come fallita rivoluzione sociale produce la dissacrazione di Nino Bixio". La conseguenza è logica: editori di sinistra (Feltrinelli) a pubblicare Alianello e Molfese; intellettuali organici alla Rai; malumore classista dalla parte di Crocco e Ninco Nanco invece che di Bixio.
Compagna lettore di Croce,  un po' meno di Gramsci e Molfese, sarebbe morto due anni dopo quell'articolo. Chissà che polemiche avrebbe fatto con i neoborbonici, lui che sui garibaldini e piemontesi, scriveva: "noi che rileggiamo Croce non rifiutiamo il titolo di liberatori". Almeno polemiche coerenti: insieme con Bettino Craxi, Giovanni Spadolini (segretario nazionale del partito di Compagna) era il maggiore collezionista di cimeli e documenti garibaldini nell'Italia di quegli anni.

Pubblicato da IL MATTINO l’8 novembre 2014



venerdì 31 ottobre 2014

Nicola Zitara



ABBIAMO TRADITO I NOSTRI FIGLI


Non c’è famiglia che  non lavori per assicurare un avvenire ai figli.  Bisogna però chiarire  che, nella millenaria storia dell’uomo e dei popoli, la qualità del lavoro cambia. In una società molto primitiva, allorché l’uomo non conosce né  l’agricoltura né l’allevamento, gli adulti si muovono sulla superficie terrestre in cerca di un luogo in cui i frutti spontanei e i piccoli animali da cacciare siano abbondanti, o meno scarsi. Solo così possono assicurare il cibo ai loro figli. In una fase parecchio successiva, quando gli uomini hanno scoperto l’agricoltura e l’allevamento, e gli esseri umani non sono più  nomadi che viaggiano verso luoghi ignoti, la terra disponibile, che prima appariva illimitata, diviene limitata.

Il passaggio dalla disponibilità illimitata di terra alla indisponibilità delle terre si può vedere nei film western. Quando si forma la proprietà privata, i padri e le madri più fortunati lasciano al figlio un fondo in cui questi lavorerà duramente, e tuttavia conserverà la sua libertà. Infatti, al tempo di Omero, chi non ha un suo pezzo di terra vive da servo o fa il mendicante. Nei secoli successivi, le classi sociali si fanno più articolate. Oltre ai proprietari di terra o di animali, ci sono gli artigiani indipendenti e i lavoratori dipendenti, i cosiddetti proletari, coloro che non hanno niente, tranne la capacità di lavorare per gli altri e che, per questo, ricevono un salario.

Trascorrono ancora parecchi secoli e accanto ai salariati, in Grecia e a Roma, si forma la classe degli impiegati. Dopo averli vinti e ridotti in schiavitù, i romani usano molto spesso e con gran profitto i magnogreci più istruiti come impiegati: contabili, amministratori, medici, giuristi, insegnanti dei figli. Sotto l’Impero romano nasce anche la più vasta forma di impiego pubblico dei tempi passati, quella del soldato. La classe degli impiegati statali di tipo fiscale e amministrativo cresce incredibilmente con la nascita e lo sviluppo dello Stato moderno.       

La premessa serve a chiarire che l’analisi delle prospettive di lavoro dei giovani del Sud è un fatto della storia ed è connessa con l’involuzione dell’assetto produttivo meridionale a partire dal 1860, il disastroso anno in cui il Paese meridionale fu conquistato dai Padani, più che con le armi, con la truffa della fondazione di una libera nazione italiana e di un’Italia una e indivisibile. A quel tempo la percentuale maggiore della popolazione era fatta di contadini; venivano subito dopo gli artigiani, gli operai, i marinai, gli scaricatori, i facchini, i soldati. Nell’insieme, poco meno del 90 per cento della popolazione. Nel rimanente 10 per cento c’erano i padroni di terre, di fabbriche, di vascelli, di case commerciali e bancarie, i professionisti, i giudici, gli impiegati, compresi gli ufficiali, i preti, i monaci e le monache.         

Oggi questo quadro è fortemente cambiato. La classe dei contadini è praticamente  scomparsa. La classe dei padroni di terre si è enormemente dilatata, ma le attività agricole non sono più remunerative. Chi possiede un podere, persino un grosso podere, cerca sul mercato un’altra attività produttiva di reddito, di regola un impiego pubblico o una professione, assegnando alla terra la funzione d’integrare il reddito principale. 

Sono scomparse quasi tutte le altre figure padronali, tranne i padroni di case. Anche la classe dei commercianti, che sembra sopravvivere come classe per sé,  opera in condizione di libertà limitata, nell’ambito della distribuzione padana. Molto simile l’evoluzione dei professionisti. Come gli insegnanti, un tempo collegati essenzialmente  con le parrocchie e i vescovadi, in appresso inquadrati dallo Stato, anche medici rappresentano, oggi, una figura di lavoro dipendente e impiegatizio. Apparentemente liberi come professionisti, ma in realtà dipendenti o collegati alla spesa pubblica o agli investimenti del grande capitale, sono gli ingegneri, i geometri e gli architetti. Sono  dipendenti dalla spesa pubblica anche i farmacisti. 

Si è invece consolidata la classe degli artigiani indipendenti, con la funzione di base logistica di servizio, di castrum, rispetto alla produzione industriale padana.        

Le famiglie benestanti cercano di ancorare il guadagno di oggi in qualcosa che è idonea a riprodurre un reddito nel tempo, come un appartamento da affittare, investimenti  in titoli o in assicurazioni, e cose simili. Tuttavia l’investimento, oggi, più diffuso e comune è la formazione professionale dei figli. Tramontata (o resa sterile dalla politica comunitaria) l’attitudine della nostra agricoltura a riprodurre il reddito, la grandissima maggioranza dei genitori meridionali  ha adottato, per i figli, un’ottica tipicamente proletaria: quella di chi ha in sé stesso, nel suo corpo, nelle sue braccia e nel suo cervello l’unica merce da vendere. Al Sud, sempre più raramente si tratta di un lavoro indipendente. La maggior parte dei giovani va a scuola per diventare un laureato. E da laureato, un impiegato dello Stato. I più non ce la fanno a laurearsi. Rimasti a mezza strada, ridimensionano la loro attesa, ma sempre come impiegati dello Stato. Infatti, la delusione della famiglia, sicuramente cocente sul lato del prestigio, e quella non minore del giovane, a proposito del giudizio di sé stesso e sulle proprie capacità, fino a qualche tempo fa, era ammorbidita dal fatto che l’impiego pubblico assicurava al giovane non laureato un trattamento economico  non molto diverso da quello di un laureato.  Chi  entrava nei ranghi del pubblico impiego era sicuramente un lavoratore dipendente, ma  socialmente, giuridicamente ed economicamente garantito. I genitori organizzavano le risorse economiche familiari in vista di tale approdo e guidavano il figlio ad attrezzarsi culturalmente nel modo richiesto. 

Un qualunque corso di studi, ma in particolar modo un corso di studi universitari – indipendentemente dal risultato  positivo o negativo -  ieri era costoso e oggi lo è di più. Le risorse familiari sono distratte da un diverso investimento e consumate a favore di quel progetto. Spesso sull’altare di una laurea è necessario sacrificare un bene ereditato, sterizzando una risorsa formatasi nel corso di parecchie generazioni. Ma, ultimamente, le prospettive si sono rovesciate, senza che la classe politica, che reggeva lo Stato e gestiva le pubbliche risorse, ammonisse le famiglie circa il mutamento di rotta. Il pubblico impiego non è più la valvola di sfogo di una classe che è scesa dalla rendita al lavoro dipendente o che, lasciata la terra, cerca attraverso l’impiego pubblico l’ascesa sociale. Il gregge meridionale continua il suo fatela andare e la luna in cielo resta a guardare. D’altra parte il Sud non offre alternative. Professore o bidello, medico o infermiere, segretario comunale o netturbino, ieri il figlio mangiava, metteva su casa, generava a sua volta figli. Oggi non più.  E’ sopraggiunto il festival liberal-liberalista: ognuno è padrone di scommettere sul proprio avvenire e i cocci sono suoi. Un giovane che sta cinque o dieci anni all’università, per altrettanto tempo non viene contato fra i disoccupati. Inoltre, la folla degli universitari, benché senza avvenire, rappresenta una bella rendita per le città che sono sedi di grandi atenei. Roma, Pisa, Siena, Firenze, Bologna, Pavia fanno a gara per risucchiare rette, pigioni,  panini imbottiti con pessima mortadella e biglietti tranviari, dai proletari, disoccupati in fieri, o se vogliamo, omerici accattoni. 

I buffoni della politica sono in scena. La nave affonda, e loro, come il “Pianista” del film,  continuano a pestare i soliti tasti. Le famiglie hanno capito che il rifugio si è fatto stretto, ma su qual altro traguardo puntare? I padri e le madri tremano, ma continuano a spronare il figlio perché raggiunga il chimerico traguardo di forza-lavoro dello Stato magnanimo. 

Sono lontani i tempi in cui le popolazioni meridionali entravano prepotentemente sulla scena politica combattendo i francesi e i padani invasori, e le sciamberghe paesane che funzionavano da quinta colonna del nemico. Degli antichi briganti, ancorché vinti, massacrati, sterminati, deportati, immiseriti, sicuramente eroici attori, patrioti di un paese libero e autocentrato, non è rimasto più niente, tranne l’antistato mafioso. Anche l’alternativa  o emigranti o briganti è evaporata nei fumi della toscopadanità trionfante. 

Abbiamo tradito i nostri figli per viltà politica. Quando la corsa alle svalutazioni competitive, imposta dalla Fiat & C. ai governi cosiddetti nazionali, giunse al capolinea,  Ciampi accettò il diktat tedesco e svalutò la lira per l’ultima volta. Dopo di che è salita in cielo la stella Bassanini. Le pubbliche assunzioni sono state  condannate come un lusso che il popolo leghista, lavoratore e produttore, non poteva più permettere a degli incalliti dissipatori di pubbliche risorse, ai figli degli invocati Etna e Vesuvio. Tutto alle banche di Milano, Torino e Pascoli Toscani. Le banche si sono gonfiate e gonfiate, come la rana che voleva fare concorrenza al bue. Oggi dirigono il paese in tutto, persino nella riproduzione fallimentare di sogni impiegatizi. 

Nella favola, la rana scoppiò. Ma oggi, forse, le rane hanno lo stomaco d’acciaio.

Nicola Zitara
Aprile 2006



martedì 25 marzo 2014

La Strada Giusta


VECCHI, NUOVI, FINTI E VERI MERIDIONALISTI 

di 

Gennaro De Crescenzo



Dovremmo essere grati ai tanti che in questi anni (in particolare in era “post-Terroni”, e non è un caso) si sono impegnati in pubblicazioni e interventi sul Sud ma contro il Sud, più o meno famosi, più o meno documentati ma tutti accomunati da una grande visibilità (paginate intere di giornali, apparizioni televisive senza diritti di replica). Dovremmo essergli grati perché ormai gli schieramenti in campo sono chiari: quando si parla di questioni meridionali da un lato troverete i difensori della storia ufficiale, pronti a citarsi, a complimentarsi o a spalleggiarsi tra loro e a “sparare” contro l’altra parte: o contro Pino Aprile e i suoi “terroni” o contro i neoborbonici “brutti, sporchi e cattivi” come quei  loro re (i Borbone) che difendono e che vorrebbero far tornare dalle parti di Porta Capuana…  Nascono così i libri e gli interventi per dimostrare che i meridionali sono incapaci finanche di farsi aiutare (Stella e Rizzo) o per smantellare [senza riuscirci] i miti della Borbonia felix (De Lorenzo) o per dimostrare che il carcere di Fenestrelle era una specie di albergo a 5 stelle (Barbero) o per risolvere i problemi del Sud attribuendo al Sud le colpe dei suoi problemi [esattamente quello che ci dicono da 153 anni] (Felice) o [dopo essersene servito per oltre 150 anni], accusandolo di essere un vampiro che sottrae al Nord tutte le sue energie o invitandolo a seguire l’esempio positivo di chi suggerisce (magari ai nostri giovani) di emigrare (Ricolfi) o per sostenere con candido e invidiabile entusiasmo che se Renzi non ha mai neanche pronunciato la parola Sud nei suoi discorsi potrebbe anche essere un segnale positivo e “se vince Renzi [il nome del premier è sostituibile a piacere] vince il Sud” (Galasso)…  Se si trattasse solo di un dibattito culturale o se si trattasse solo di slogan della Lega Nord, potremmo pure divertirci. Il problema è che tutto questo è diventato e diventerà politica. E così sparisce il Sud dalle agende degli ultimi governi e finanche dai (finti) ministeri per il Sud e tra le origini dei (finti) ministri meridionali. E il tutto diventa più grave perché spesso a sostenere queste tesi sono proprio intellettuali e/o politici meridionali che intervengono sul tema come se fossero dei “passanti stranieri” e non personalità rappresentative, per decenni, della cultura e della politica locale e nazionale o come se non fossero gli eredi (culturali o -molto spesso- genetici) di quelle classi dirigenti complici di un sistema nord-centrico da 153 anni, appiattite su posizioni culturali identiche a se stesse (antiborboniche ieri come oggi, antimeridionali ieri come oggi) e in regime di monopolio culturale assoluto anche se con diverse crepe proprio negli ultimi anni (sono ormai tanti -troppi per i loro gusti-  i ricercatori anche accademici che dimostrano la fondatezza di tesi quali quella delle buone condizioni di finanze o industrie delle Due Sicilie o dei complotti anglo-massonici-camorristici che le distrussero e così via). E il bello (quasi comico se non si trattasse di cose tragiche, da analisi psicanalitica più che storiografica) è che gli stessi personaggi accusano gli altri di sostenere “tesi consolatorie o autoassolutorie” mentre gli altri (Pino Aprile o i neoborbonici per fare gli esempi più ricorrenti) sostengono l’esatto contrario: la necessità di conoscere il passato, di ritrovare l’orgoglio perduto, di cancellare quelle classi dirigenti complici da 153 anni e capaci solo di difendere interessi e posizioni personali, di pretendere (se è vero che siamo tutti cittadini italiani ed europei) pari condizioni Nord/Sud… Con fatica, con molti “nemici” e con molti ostacoli, anche solo dando un occhio a certe reazioni o ai consensi crescenti finora raccolti, potremmo dire che siamo sulla strada giusta.






sabato 18 gennaio 2014

Quando in Calabria c'erano le farfalle


di Antonio Grano

Nel solito, assordante silenzio degli organi di informazione di massa, nel 2010 a Cetraro (Calabria Saudita) si svolse una manifestazione di cittadini che si ribellarono dopo aver scoperto che a poche miglia dalle loro spiagge era stata fatta affondare una nave russa, carica di scorie radioattive, che i porti del Nord avevano molto opportunamente evitato come la peste. Tutti presi dalle sempiterne vicende politiche sui soliti governi di larghe o meno larghe intese, gli organi di disinformazione di massa sversarono nella vecchia discarica della memoria le sacrosante preoccupazioni di quella gente. Nessuna attenzione a quei miserabili calabresi che osarono invocare la restituzione dei tesori che l’avida e famelica Padania gli aveva rubato: il cielo, il mare, le stelle, l’aria. I “padani” non sanno dov’è Cetraro. Non sanno che quei siti giacciono nella bolgia degli inquinati. Quella che è stata depositata nei loro mari e nelle loro terre è la monnezza radioattiva prodotta dalle loro dannate fabbriche di morte e dalla loro micidiale ideologia capitalistica. Il capitalismo padano ha distrutto un lembo di paradiso. La Calabria era il paradiso terrestre. Fino a poche decine di anni fa l’acqua del mare era pura; la si poteva bere. C’erano le nostre meravigliose foreste, i nostri laghetti, i nostri ruscelli; c’erano le lucciole, i grilli, le cicale, le farfalle, le lucertole. Il pesce della nostra Calabria lo si poteva mangiare crudo. Fino a poche decine di anni fa noi calabresi non conoscevamo la parola ‘ndrangheta, per il semplice motivo che non esisteva se non nella letteratura di alcuni studiosi di antropologia.. Non esisteva come formazione malavitosa così come la conosciamo oggi. Il termine ‘ndrangheta apparve formalmente per la prima volta in un articolo di Corrado Alvaro sul Corriere della Sera del 1955, guarda caso, quando il capitalismo iniziava a mettere le “mani sulle città”.
I calabresi erano gente buona, onesta, solidale, e per chi ci crede, timorata di Dio. I vecchi contadini calabresi erano grandi amici della terra. L’amavano, la trattavano come una loro creatura. La rispettavano! Questi erano i calabresi e la Calabria prima che fossero contagiati e infettati dall’ideologia dello “sviluppo” del “consumo” e della “crescita” capitalistica. Oggi la Calabria (per non parlare della Campania) è diventata la discarica a cielo aperto del Nord “progredito” e “civilizzato”. I predatori piemontesi nell ’860 invasero, saccheggiarono e depredarono il Mezzogiorno facendone una loro colonia; i loro nipotini hanno distrutto e devastato quel poco ch’era rimasto da distruggere e devastare. Ci sono le armi chimiche provenienti dalla Siria? No problem: con le rassicuranti garanzie dei ministri Lupi famelici eccovi, sudditi calabresi alcune migliaia di tonnellate di armi chimiche da smaltire nel vostro porto di Gioia Tauro. Preavviso? Trattativa con le Amministrazioni locali? Manco a Parlarne. Decidiamo noi per voi. Come sempre.
Invece di mandarci le balle di armi chimiche, non potevate affidarci lo smantellamento della Costa Concordia? Siamo bravissimi, siamo attrezzarti, lo avete riconosciuto anche voi. 
No! Quella, casa nostra è e l’affideremo ad un porto civilizzato del Nord Italia.
Assabenedica Vossia!


  

domenica 5 gennaio 2014

Sud e Nord: quale “coesione”? Due Italie e nessuno ne parla.

Nel totale silenzio di giornalisti, politici, rappresentanti delle istituzioni più o meno importanti ed opinionisti del Sud, come del Nord, il 30 dicembre sono stati pubblicati dall’ISTAT i dati sulla “coesione sociale” in Italia per il 2012. Altrettanto recenti e drammatici i dati che rivelavano una notizia drammatica e (anche in questo caso) quasi del tutto ignorata: nel 2012 al Sud i morti hanno superato i vivi ed era capitato solo all’indomani dell’unificazione italiana… Intanto la “coesione sociale” non esiste e forse non è mai esistita se diamo un occhio alle serie di dati dal 1860 ad oggi. E’ incontrovertibile, infatti, con buona pace egli intellettuali ufficiali, che fino al 1860, confrontando i dati del Sud e del Nord, veniva fuori un quadro più positivo per l’ex Regno delle Due Sicilie che per gli attuali territori “padani”. Così come è incontrovertibile che negli ultimi decenni le differenze sono diventate più consistenti con trend in netta crescita che lasciano presagire una situazione ancora più drammatica per i prossimi anni. Qualche dato e una premessa tratta dalla pubblicazione dell’ISTAT: “gli indicatori di deprivazione materiale, armonizzati a livello comunitario richiamano il concetto di povertà assoluta, riferendosi all’incapacità da parte di individui e famiglie di potersi permettere determinati beni materiali o attività che sono considerati normali nella società attuale”.  Il 41% delle famiglie abitanti nel Sud è “deprivato”, percentuale quasi doppia rispetto a quella del Centro (21,6%) e quasi tripla rispetto a quella del Nord (15,7%); per la Grecia giustamente al centro del dibattito internazionale  il 19,9% della popolazione è a rischio-deprivazione grave. Il 37,3% della popolazione è “deprivata” in Campania, il 49,3 % in Puglia (e c’è qualcuno che parla ancora di una Puglia “diversa” o di un “Sud diversificato”), 39,0 % in Calabria, 53,2 % in Sicilia. A rischio povertà il 19,3 % della popolazione al Nord, il 46,8 % al Sud. A rischio persistente di povertà il 4,2% Nord, il 22,2% Sud. Disoccupati tra il 9,2% (Piemonte) e il 6,6% (Veneto): dal 15,7% (Puglia) al 19,3% (Calabria e Campania) quelli del Sud. E intanto, a semplice ma efficace dimostrazione della volontà del tutto assente di iniziare a risolvere le questioni che ci riguardano, nel 2010  sono stati spesi 134 euro per abitante per interventi e servizi sociali nel Nord Ovest, 162 nel Nord Est e 53 nel Sud… E c’è ancora chi parla di unità d’Italia o di questioni settentrionali o nazionali al pari di quelle meridionali. E c’è ancora chi parla di “coesione” addirittura con appositi ministeri o di rischi di secessione.
Dati completi su http://www.istat.it/it/archivio/108637.

sabato 4 gennaio 2014

A proposito di Pino Aprile


di  Gennaro De Crescenzo

Per parlare dell’ultimo libro di Pino Aprile (“Il Sud puzza. Storia di vergogna e d’orgoglio”), mi piace fare un salto indietro ed andare ad analizzare con voi i “finali” di tutti i suoi libri sul tema. 

“Sulla parete dietro alla mia scrivania ho tenuto per anni due frasi di Paolo Borsellino: una su Palermo, che non gli piaceva, e per questo la amava; l’altra gli costò la vita: ‘Un giorno questa terra sarà bellissima’. E credo che non ci sia terra, oggi, in Europa, che abbia maggior futuro e miglior fortuna da dispiegare, del nostro Sud” (Terroni, 2010). “La divisione che fu ideologica oggi si presenta economica, culturale, persino religiosa, ma appare geografica. Chi la risolve qui, a partire dal suo paesello, dalla sua regione, e si può, potrebbe, non volendo, aprire la strada per tutti, ovunque. La smetti di guardarti intorno?” (Giù a Sud, 2011). “E’ il continuo rinnovamento che nutre la tradizione, entrandone a far parte. Questa è la storia del Sud, la natura del Mediterraneo. Per restare in tema e tornare all’oggi: Omero-punto-zero resta  Omero. Qualcuno fra non molto ricorderà che, fra le tante cose successe qui, in millenni, per un secolo e mezzo fummo anche terroni. Mah!” (Mai più terroni, 2012). “Botta e risposta a Taranto, il 1° maggio 2013, nel dibattito fra le associazioni per la rinascita della città. Relatore: «Abbiamo fatto troppi sogni!». Dalla platea: «Aspetta a chiudere, manca il mio...»”. (Il Sud puzza, 2013). 
Qual è il filo rosso che lega questo percorso che ormai da oltre 3 anni ci lega a Pino Aprile? Senza alcun dubbio l’amore per la nostra terra e per la sua gente, la speranza a volte anche commovente, disperata ma dolce che un giorno possiamo davvero salvarla questa terra e questa gente. Lo abbiamo detto anche in occasione dell’uscita del libro precedente: è chiaro che tutti noi siamo profondamente legati a Terroni perché Terroni è un libro-bandiera ma non dobbiamo mai dimenticare che Pino Aprile è “anche” e “ancora” Terroni e continua nel suo ultimo libro il suo e il nostro percorso, un percorso non solo figurato, visto che ogni anno macina migliaia di chilometri senza concedersi più pause. E questa volta incontra sulla sua strada i ribelli di Potenza e di Palermo, i nuovi eroi di Scampia e di Ercolano, i drammi più cupi e gli esempi più brillanti della Locride e di Taranto, del Volturno e di Atella tra pizzi non pagati e camorre messe alla porta, tra terreni e laghi inquinati e cortei di migliaia e migliaia di persone. Per Pino “è la nascita di un cambio di stato, di una comunità che cerca regole e le fa rispettare e anche quando non le ha se le dà”. Per Pino ci salveranno quei ragazzi e ci salverà la “geometria delle reti”, la possibilità, cioè, che tutto questo diventi cosa vera e reale come un lampo improvviso: “in questo universo le cose succedono così: per moltissimo tempo non succede niente e in tempi molto ristretti, velocemente, accade di tutto”… Io non lo so se quei ragazzi raccontati da Pino nelle pagine del suo libro, insieme agli altri raccontati negli altri libri (dai neoborbonici di “Terroni” alle eccellenze di “Mai Più terroni”) riusciranno davvero a cambiare il Sud ma so solo che abbiamo bisogno di quelle storie e di quei ragazzi, di fronte a classi dirigenti locali e nazionali sempre più assenti e sempre più colpevoli, di fronte ad opinionisti più o meno famosi del Nord come del Sud e sempre pronti a puntarci in faccia il loro dito altrettanto colpevole e spesso solo interessato a titolo personale per vendere libri sul Sud (ma contro il Sud) o per conservare poltrone e privilegi, più o meno da 150 anni. I libri di Pino Aprile, invece, sono libri sul Sud ma per il Sud in ogni pagina e in ogni rigo. Perché uniscono sapientemente la consapevolezza del passato e quella del presente rischiando di essere attaccato nel primo caso (“sei neoborbonico!”) o nell’altro (“vuoi fare politica!”). Perché senza unire passato e presente non possiamo uscire dalla nostra secolare minorità. Ecco perché i libri di Pino (e i loro finali) ci servono. Perché tutti noi speriamo e sogniamo che questa terra, la stessa terra che ogni giorno guardiamo e calpestiamo, un giorno ridiventi bellissima e ci risvegli di nuovo con il “profumo dei mandarini”. 




mercoledì 8 maggio 2013

Stato libero ed indipendente


LIBERI DI DECIDERE

di 

Giuseppe Quartucci



"Lega Nord per l’indipendenza della Padania". 
E’ scritto proprio così. E’ una formazione politica che propaganda dagli anni 90 l’indipendenza di un territorio a cui è stato dato il nome di Padania e che ha fatto della denigrazione del Sud la sua carta vincente. C’è qualcuno che si meraviglia? No, tutto normale, tanto normale che alcuni milioni di elettori meridionali (che ancora credono nelle vecchie contrapposizioni ideologiche di destra e sinistra) hanno contribuito a portarla al governo. Per fare cosa? Leggi. Ma leggi a favore di chi? Anche per migliorare le condizioni del Sud? Volete scherzare? Vedrete che adesso si calmeranno, pensava qualcuno a Sud. Il signor Berlusconi li saprà tenere a bada. Beh, dopo circa venti anni la Padania rimane ancora un obiettivo non raggiunto. Visto che avevamo ragione? Siamo ancora uniti sotto il tricolore. Peccato che in questi anni il Sud è stato continuamente depredato; si, ma per il bene del Paese. Volete qualche esempio? Che ne dite dell’authority per l’alimentazione che in un primo tempo avevano fatto finta di assegnarla a Foggia e poi, alla stretta finale, viene data a Parma, o dei fondi stanziati per la costruzione del ponte sullo stretto, progetto sbandierato per venti anni da Berlusconi per buttare fumo negli occhi del popolo babbione meridionale che ci ha creduto, ma che nell’affannarsi a discutere se tale opera fosse stata utile al Sud hanno pensato bene di dirottare altrove? Dove? Vi dice niente Expo 2015 a Milano? Probabilmente, lì. Per questo non si è discusso neanche un po’. “E’ una questione di immagine per l’Italia e i benefici ricadranno su tutto il Paese” è la parola d’ordine, salvo poi specificare l’intenzione (per fortuna rifiutata dall’Europa) che i materiali di costruzione delle varie opere non potevano richiedersi a ditte distanti più di 350 Km da Milano, come dire facciamo lavorare solo ditte del nord. Ma il mio comune del preappennino dauno che vede le porte delle case chiudersi per non riaprirsi più, che immagine pensate che possa riceverne e che benefici potranno mai ricadervi? O i fondi FAS destinati al Sud e dirottati a Nord, o il progetto sull’alta velocità che taglia completamente mezzo Paese, o l’Alenia di stanza a Napoli che acquista la piccola Aermacchi e, guarda caso, sposta la sede a Nord e tutto questo con i leghisti che ci omaggiano continuamente di considerazioni educate di stampo oxfordiano come Napoletani topi di fogna, Vesuvio lavali col fuoco. Che faccio, continuo? Qualcuno adesso obietterà che se fosse andata la sinistra al governo questo non sarebbe successo. Niet! Anche la sinistra è stata al governo e la linea di condotta è stata identica, solo meno declamata perché non aveva la Lega al suo fianco. E’ stata all’opposizione, ma neanche una parola sulla condizione di squilibrio tra Nord e Sud se non di circostanza. 
Pino Aprile, l’autore di “Terroni” ha il merito di aver portato al grande pubblico quelle verità scomode che hanno segnato l’origine dello Stato Italiano e che la storiografia ufficiale, cane fedele del potere politico ed economico, ha tenuto ben nascoste. Ha saputo spiegare la condizione del nostro Sud, i comportamenti umani segnati da una condizione di acquisita minorità, in maniera scientifica; ha saputo risvegliare l’orgoglio di appartenenza, ha fatto emergere un sentimento di rabbia per ciò che il nostro popolo ha subito in quel risorgimento piombatogli addosso come un tornado lasciando dietro di sé morte, distruzione e miseria, e che continua a subire da 152 anni relegato in una condizione di colonia interna. Da neoborbonico e borbonico ringrazio Pino per tutto questo, ma quando lui dice di credere ad un cambiamento delle persone ed avere finalmente un Paese unito che cresca insieme ed in armonia, allora svesto gli abiti neoborbonici e mi chiedo se è realistico quanto dice, cioè se la convinzione di un padano abituato da decenni a considerarci “terùn, affricani, marocchini, sporchi e puzzolenti (mi sto annusando l’ascella per capire com’è l’odore di un terrone), ladri, mafiosi, incivili e, quando ci va bene, furbi e sfaticati”, tramandando queste convinzioni ai figli e ai figli dei figli, possa mai svanire e considerarci suoi fratelli e soprattutto se noi meridionali dopo aver conosciuto la verità potremo mai essere disposti a dimenticare tutto, a fidarci di chi è stato ed è per noi Caino? Mi chiedo se il Nord è disposto a perdere il suo predominio economico per far progredire il Sud, se è disposto ad una equa distribuzione delle risorse, a non fare asso pigliatutto delle offerte degli italiani per la ricerca sui tumori, di Telethon, di 30 ore per la vita continuando a lasciare gli ospedali del Sud in condizioni da terzo mondo. Mi chiedo se il potere nord massonico è disposto a non avere più politici meridionali asserviti ad esso e che contano come il due di picche lasciando ad essi, come fumo negli occhi, quelle alte cariche dello Stato le cui funzioni non si scostano molto da quella di un vigile urbano. No, Pino, io non credo al tuo speranzoso ottimismo, non credo nella redenzione di chi ha interesse a tenerci costretti in una camicia di forza per continuare a farci vivere di briciole. Con l’attuale crisi sentiamo dire che vanno fatte ripartire le attività produttive, che significa ancora una volta dedicare gli sforzi al solo nord lasciando il sud in agonia. 
Il sangue dei miei progenitori versato a tradimento, la miseria in cui è stato ridotto il mio popolo, la fuga dei giovani dalla propria terra ai quali a volte è lasciata la sola alternativa tra il difendere quello Stato che non ti ha saputo dare un futuro e l’affiliarsi a cosche malavitose, guardie e ladri, l’uno contro l’altro, meridionali entrambi, lo sradicamento delle radici, delle tradizioni, lo smembramento delle famiglie (qualche mese fa mia madre ha perso la sorella emigrata in Canada e l’ultima volta si erano viste trenta anni prima) sono vive nella mia mente e quel dolore lo sento mio. Per questo, penso che il Sud abbia una sola possibilità di salvezza. Tornare ad essere uno Stato libero ed indipendente, rischiando qualcosa, è vero, ma libero dal suo carnefice.   




venerdì 3 maggio 2013

Errare è umano, perseverare è diabolico



di Lucia Gammieri


C’era una volta un grande popolo, un ricco regno esempio indiscusso di Stato Socialista Cattolico, e proprio come nelle favole c’era e c’è ancora la malvagia stirpe prediletta dal diavolo alla quale non era gradito questo paese prospero abitato da un popolo cristiano, fatto d’amore per le cose belle.
L’obiettivo era di distruggere questa terra perfetta baciata dal Signore, ma agli occhi del mondo serviva un nobile pretesto con un infame che si elevasse a ruolo di benefattore, ed ecco la soluzione: l’unità d’Italia con il massone Savoia che se ne fa carico... E fu così che l’invasione fu chiamata liberazione, l’usurpazione fu chiamata fratellanza… La nostra memoria offesa e condannata all’oblio, affinché, non fosse minimamente possibile sospettare o anche soltanto  immaginare la nostra vera storia di popolo facoltoso, unito già da mille anni e con Napoli magnifica capitale, culla di ricchezza, arte, cultura e progresso.
Era una città invidiata dal mondo intero, e per questo motivo che proprio Napoli, in rappresentanza di tutto il sud, è stata da allora moralmente massacrata e materialmente distrutta: sempre indicata come esempio negativo quale territorio di malcostume e d’illegalità, da quando all’alba dell’unità d’Italia i boia benefattori lasciarono a controllare e reprimere, il territorio abitato da gente onesta e perbene, dalla feccia alleatasi per l’occasione e cioè dai capi camorristi, dai traditori e dalle loro prostitute.
Questo netto contrasto tra il prima e il dopo è la chiara spiegazione di come sia stato possibile che,  l’UNICA città italiana a poter vantare i più numerosi e svariati  primati in tema di cultura, progresso e civiltà, tra cui l’istituzione della raccolta differenziata dei rifiuti, fosse, per la legge del contrappasso massonico, condannata a diventare ” La capitale della Monnezza”  utilizzata come la  pattumiera delle scorie tossiche di ogni altra parte del territorio.
In questo momento storico così difficile per il paese, il SUD a testa alta e con orgoglio, deve utilizzare questa memoria rivelata e ritrovata per adoperarsi a difendere la democrazia di questa Nazione: che è stata grande ed è cresciuta ed è stata ITALIA,  grazie all’immenso contributo e sacrificio che il meridione ha dato.
Ieri i Savoia con l’unità d’Italia e la mente che ideò questo complotto fu quella di un ROTHSCHILD, oggi la B.C.E. con l’unità monetaria una macchinosa truffa ( signoraggio bancario) e c’è ancora un ROTHSCHILD a tramare contro il nostro popolo e a cospirare contro la nostra costituzione.
L’incantesimo è finito:  questa famiglia va fermata, questa bestia va  fermata, i suoi servi vanno fermati o loro fermeranno te!!!!





mercoledì 17 aprile 2013

Un nuovo imbroglio per derubare il Sud



di Lucio Maria Aiello


C’è un nuovo pericolo per il Sud Italia, del quale nessuno sembra essersi accorto ma che, dopo il risultato delle elezioni regionali in Lombardia, diventa tragicamente reale.
Tutta la campagna elettorale della Lega ed ogni discorso del suo leader e attuale Presidente della Regione Lombardia hanno avuto come tema principale, accanto alla nascita della Macroregione del Nord, il fatto che “almeno il 75 % delle tasse che si pagano al Nord (o almeno nella suddetta macroregione del Nord o almeno in Lombardia) deve restare al Nord”.
Tale dichiarazione programmatica, a furia di essere ripetuta dalla Lega e NON contestata o messa in discussione da alcun politico né nel centrodestra né nel centrosinistra, né al Nord né al Sud, è di fatto stata tacitamente accettata (ricordo il famoso concetto del “silenzio-assenso”) come se fosse una cosa normale. Ed in effetti, e qui sta l’imbroglio, la proposta ad un esame superficiale (troppo superficiale) può apparire del tutto legittima, addirittura “giusta”. Il pensiero infatti va alla piccola impresa padana, nella quale l’imprenditore è padano, i lavoratori sono padani o comunque vivono in Padania per cui in un’ottica federalista può sembrare corretto, o addirittura equo che le tasse pagate da quell’impresa rimangano nel territorio dove l’impresa vive e opera. Per convincere l’opinione pubblica l’On. Maroni, che è molto più abile e intelligente di quanto i suoi avversari ed i suoi alleati pensino, sottolinea che in fondo il 75 % non è tanto e sicuramente è molto meno del 100 % che potrebbe trattenere la Sicilia, legittimamente in virtù della sua condizione di Regione a statuto speciale. In realtà le cose stanno molto diversamente in quanto i grossi contribuenti, come i grossi evasori, non sono le aziendine e le fabrichette, bensì le grandi società, quasi tutte con sede nel Nord ma che producono, e guadagnano, in tutta Italia. Si pensi per cominciare alla FIAT che, limitandoci al settore auto, oltre che in Piemonte produce in Campania, Molise, Basilicata, Lazio (Lazio del Sud ovvero la Terra di lavoro che faceva parte del Regno di Napoli e poi delle due Sicilie ). Il fatturato proviene dai vari siti di produzione ma la sede della Società è a Torino e quindi le tasse la FIAT le paga a Torino.
Ancora più eclatante è la situazione delle Banche che ormai se si eccettuano le Banche di Credito cooperativo ed altre piccole realtà hanno tutte o quasi tutte sede al Nord. A quanto ne so io la Banca più “meridionale” d’Italia è il Monte dei Paschi di Siena e non mi sento di escludere, anche se ovviamente non me lo auguro, che approfittando degli attuali problemi di quella Banca qualcuno della banda Maroni, Tremonti & C. non voglia tentare di farla acquistare da qualche Istituto bancario del Nord. Tutti questi Istituti bancari  hanno sportelli sull’intero territorio nazionale raccogliendo soldi e facendo utili da Bolzano a Siracusa, così come da Imperia a Brindisi. Solo che la sede è quasi sempre al Nord, quindi le tasse le pagano al Nord ed al Nord queste devono restare anche se, bontà sua, l’On. Maroni è disposto ad accontentarsi del 75 %. So che quanto dico può sembrare incredibile, ma vi assicuro che è così. Io stesso sono stato colto dal dubbio e solo dopo aver consultato diversi commercialisti, nessuno comunista e nessuno filoborbonico, che hanno confermato tecnicamente i miei sospetti, mi sono reso conto che la minaccia è reale ed è l’ennesimo progetto di rapina ai danni del Popolo del Sud.  In centocinquanta anni, fatto in parte salvo in parte il periodo che va dalla fine dell’800 alla prima guerra mondiale, siamo stati depredati di tutto compreso il nostro sistema industriale che era all’avanguardia e le nostre banche. L’ultima o una delle ultime ad essere annientata è stata la Cassa di Risparmio di Calabria e di Lucania, una delle Casse di Risparmio più importanti d’Italia, che aveva sede a Cosenza. Prendendo a pretesto il livello di sofferenze, che erano da ridere rispetto ad altre realtà quella che era una grossa banca ormai non esiste più, inglobata nella CARIME (Casse di Risparmio del Meridione) che è sotto il controllo di U.B.I. Banca che fa capo alla Banca popolare di…,indovinate un po’…, ma di Bergamo no? Anzi, chiedo scusa, di Berghem.







giovedì 11 aprile 2013

Quattro scippi al Sud (e senza troppo reagire)



di  Lino Patruno


Inutile dire che è giustissima la battaglia che questo giornale sta conducendo per avere l’alta velocità ferroviaria anche al Sud. Anzi sacrosanta. I cowboy conquistarono l’America con gli sbuffanti “cavalli d’acciaio” che andavano verso il West. E anche sùbito dopo l’unità d’Italia furono i binari a fare un Paese altrimenti inesistente. Lo fecero soprattutto al Nord, tanto che 150 anni dopo tra Bari e Napoli ci vogliono ancòra più di quattro ore. Insomma la storia si ripete sempre, ovviamente a danno del Sud.
Astiosa la polemica che da allora si ripropone. I Borbone vantavano la prima ferrovia della penisola, la famosa Napoli-Portici. Nove chilometri, obiettano gli storici. E per fare andare il re da una reggia all’altra. Troppo vanto, aggiungono, visto che nel 1861 i chilometri complessivi erano quasi mille al Nord e meno di cento al Sud. Centocinquant’anni dopo, non è che sia cambiato molto: oltre mille chilometri di alta velocità al Nord, solo la Napoli-Roma al Sud. Tranne che anche stavolta non si voglia dare la colpa al solito Borbone.
A chi lo contesta, Trenitalia risponde che l’alta velocità si fa al Nord perché quella è l’area più sviluppata. Prima il Nord, come dice la Lega. Anche utilizzando le tasse pagate dal Sud. Ma così il divario fra le due Italie aumenta invece di diminuire, cioè solita storia. Senza capire che è proprio la scelta del Nord come locomotiva del Paese (e il Sud vagone appresso) a non far crescere l’Italia da decenni. Decrescita infelice, altro che felice come teorizzano Grillo e i suoi. Sud tenuto lontano dalla geografia e dai governi.
Ma non è tutto. Torino si fa la metropolitana con 300 milioni di euro di fondi destinati al Sud (i famosi Fas per le aree meno sviluppate). Nessuna meraviglia, comunque, se si pensa che su 550mila progetti finanziati dall’Europa sempre per ridurre il sopradetto divario, 405mila vanno al Centro Nord con qualche trucchetto che ne fa apparire povere alcune zone. E non c’entra il Sud che non saprebbe spendere, perché è lo Stato italiano che decide di partecipare alla spesa lì e non altrove. Prima il Nord, capitolo due.
Ma non è ancòra tutto. Si finanzia con 3,3 milioni di euro il porto di Gioia Tauro. Evviva, evviva. Gioia Tauro e Taranto sono i porti di punta dell’Italia “piattaforma logistica del Mediterraneo”: intercettare le merci provenienti dall’Estremo Oriente e distribuirle in Europa. Ma se poi ti metti a fare il ficcanaso, scopri che 3,3 milioni sono le briciole di una spesa di 80 milioni andata appunto quasi tutta a Genova, Savona, Civitavecchia. Prima il Nord, capitolo tre.
Ma non è ancòra il momento di rilassarci. Mozzarella di bufala campana (ma prodotta anche in Lazio e nel Foggiano). Chi non l’ha mai gustata, si è persa una delizia. Però un difetto codesta delizia ce l’ha: è terrona. Cosicché il 21 marzo scorso zitta zitta la “Gazzetta Ufficiale” fa diventare norma una disposizione ministeriale che la condanna a morte. Stabilisce che può essere prodotta solo in opifici specializzati, non dove, mettiamo, si producono anche scamorze. Come se si dovesse avere un capannone per il vino bianco e uno per il vino rosso.
Significa che i produttori devono immediatamente smantellare tutto, pena la perdita della dop (denominazione d’origine protetta). Priva del marchio, chiunque potrà spacciare il suo prodotto come mozzarella di bufala: anche i padani che una bufala finora l’hanno vista solo in foto. Uno scippo architettato ai tempi del leghista Luca Zaia ministro dell’agricoltura. Lo stesso che con i soldi di tutti gli italiani lanciava nel mondo il Prosecco veneto. Lo stesso che faceva pubblicizzare solo prodotti nordici a una società pubblica costituita per diffondere il “Made in Italy” (Italy) agricolo. E lo stesso che quando McDonald’s decise di inventare un panino tricolore, lo fece infarcire solo di formaggi padani condannandolo al flop e al ritiro precipitoso. Prima il Nord, capitolo quattro.
Il problema, come disse una volta il comico Petrolini, non era lo spettatore che disturbava dalla galleria, ma chi non lo buttava giù. Tranne i giornali, non un politico meridionale che abbia reagito ai quattro più recenti capitoli di “Prima il Nord”. Ma quelli del Pd sono indaffarati a dire no alla grande coalizione col Pdl, quelli del Pdl sono indaffarati a dire che senza grande coalizione si va al voto, quelli di Grillo sono indaffarati a dire che se ne devono andare tutti (magari loro compresi).
Il Sud, è vero, ha il vizio di lamentarsi. Dovrebbe smetterla, tranne che per il lamento più opportuno: quello su se stesso, l’incapacità di farsi rispettare e di rispettarsi. Bisognerebbe rovesciare il tavolo. Ma l’esercizio è troppo arduo per un fatalismo abituato a non reagire e per una politica sorda, cieca, muta.

Venerdì 5 Aprile 2013 da la " Gazzetta del Mezzogiorno " 





venerdì 29 marzo 2013

I vuoti di memoria di Giorgio Napolitano



Ignazio  Coppola


Domenica 24 marzo il Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, assieme al Presidente tedesco Joachim Gauck hanno ricordato e commemorato a Sant’Anna di Stazzema le 560 ( uomini, vecchi donne e bambini) vittime, il 12 agosto di 69 anni fa, della ferocia nazista. 
Il 17 marzo scorso lo stesso Presidente della Repubblica Italiana non aveva mancato di celebrare, con enfasi e con l’immancabile commozione di sempre, il 151° anniversario dell’Unità d’Italia. Due significativi avvenimenti nei quali il Capo dello Stato, come sempre, ha fatto un richiamo alla memoria. “ Tra  le pietre –ha detto Napolitano nel suo discorso celebrativo a Sant’Anna di Stazzema- c’è la pietra della memoria. La memoria storica è un bene comune. Sono alla fine del mio settennato, probabilmente questo sarà il mio ultimo atto pubblico e sono felice che si svolga proprio qui nel segno della riconciliazione con un atto di giustizia nei confronti di quelle migliaia di  vittime innocenti della barbarie nazista”.
Ma se la memoria storica, come sostiene Napolitano, è un valore comune, c’è da chiedersi come mai nelle ricorrenti celebrazioni dell’Unità d’Italia non sono mai state ricordate e commemorate, in particolar modo dal nostro Capo dello Stato sempre giustamente sensibile alle vittime della barbarie nazista, le migliaia di vittime innocenti (uomini, vecchi, donne violentate e stuprate ) e bambini del meridione massacrate e passate per le armi dall’esercito italo-piemontese agli albori dell’Unità d’Italia.
Più di mille abitanti di Pontelandolfo e Casalduni, in provincia di Benevento, in un solo giorno, l’11 agosto del 1861, furono, per rappresaglia, peggio di quanto fecero i nazisti anni dopo, tutti massacrati, nessuno escluso, e le case dei due paesi, rase interamente al suolo dai fanti e dai bersaglieri piemontesi del generale Cialdini ( a questo criminale in Italia sono state poi dedicate numerose strade).. Pontelandolfo e Casalduni terribili analogie ( anche nelle date) di quanto avverrà esattamente 83 anni dopo a Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto. Ma delle stragi dei primi anni dell’unità d’Italia non c’è memoria nelle celebrazioni e nelle commemorazioni della storia del nostro Paese. Come non v’è memoria, o peggio ancora una memoria falsata, degli eccidi e dei massacri perpetrati dai liberatori italo-piemontesi a danno di decine e decine di migliaia di abitanti e di contadini del sud in una guerra civile contrabbandata dai libri di storia come lotta al Brigantaggio. E a tal proposito Antonio Gramsci, nel 1920, ebbe così a scrivere su Ordine Nuovo:” Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e a fuoco l’Italia meridionale, squartando, fucilando e seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”.
Di tutti questi massacri ed eccidi da ricordare doverosamente, al pari dei tanti crimini nazisti, il nostro Presidente della Repubblica ed i libri di storia pare non ne abbiano memoria. Come non hanno memoria della rivolta palermitana del settembre del 1866, altrimenti detta del ”sette e mezzo”, (durò infatti sette giorni e mezzo ) e repressa nel sangue dai 40.000 soldati del generale Raffaele Cadorna inviati espressamente in Sicilia. Una sanguinosa repressione, dopo la proclamazione dello stato d’assedio, in cui trovarono, in una terribile settimana di sangue, la morte diverse migliaia di Palermitani.  Di questa rivolta che segnò drammaticamente la storia di Palermo, se ne sono perse le tracce nella memoria del Presidente Napolitano e nei libri della storiografia ufficiale e scolastica.
E troppo tardi, essendo alla scadenza del suo mandato che il Capo dello Stato si faccia ritornare la memoria, per rendere giustizia ad una verità storica di cui i meridionali sono abbondantemente creditori per avere più di tutti contribuito con i loro sacrifici e con il loro sangue all’Unità del Paese. Ma c’è sempre tempo perché il nostro presidente, scaduto a giorni il suo mandato, si possa dedicare con passione a quelle letture pregne di verità storica che abbiano il pregio di colmare i numerosi vuoti di memoria che hanno caratterizzato spesso i suoi  discorsi celebrativi dell’Unità d’Italia.
I tribunali ordinari non potranno più perseguire i crimini nazisti e quelli commessi agli albori dell’Unità d’Italia a danno delle popolazioni meridionali, ma i tribunali della storia  cancellando l’oblio e i vuoti di memoria che per tanti anni hanno caratterizzato, in ogni epoca, le vicende del nostro paese e rimuovendo le colpe storiche, morali e politiche renderanno, alla fine, con una memoria condivisa, giustizia al trionfo della verità nei confronti delle decine e decine di migliaia di vittime di ogni forma di ferocia e di barbarie.



domenica 24 marzo 2013

Sud più povero della Grecia: complicità e silenzi colpevoli


   

Il Sud è più povero della Grecia. Lo stipendio medio di un meridionale è di 17.957 euro (in Grecia 18.454): nel Nord Italia, invece, arriva a oltre 30.000 euro (pari a quello di Germania e Austria). Una famiglia meridionale su quattro al Sud è povera (il doppio della media italiana: una su otto). Dei 500.000 posti di lavoro persi dall’inizio della crisi oltre 300.000 sono stati persi al Sud dove il PIL si è ridotto il doppio di quanto si sia ridotto al Centro-Nord (2007-2012: oltre 10% a fronte del 5,7%). A Napoli e in Campania i dati più drammatici seguiti da quelli della Sicilia e della Calabria. Lo ha scritto il Censis qualche giorno fa, ma a nessuno importa e si continua a discutere del “rischio-Grecia” (quella Grecia così vicina a noi meridionali, tra l'altro, anche per le antiche e gloriose radici). 
Qualcuno grida ancora “prima il Nord” e qualcun altro lo asseconda e lo ha assecondato. E intanto continua il giochino delle alleanze e dei rifiuti mentre il Sud (neanche la sola parola), dopo la sua assenza nei programmi elettorali di tutti i partiti, è assente pure nei punti programmatici urgenti offerti per il “nuovo” governo. In realtà nessuno interviene anche perché, la storia lo dimostra, la precarietà e l'indigenza sono elementi essenziali per impedire i cambiamenti: solo così si può essere sicuri che i soliti partiti (destra o sinistra, poco importa), gli stessi che hanno ridotto il Sud in queste condizioni, prenderanno la dose necessaria di voti in cambio delle solite elemosine elargite sul territorio. Una trappola che dura da oltre 150 anni. E dalla quale si esce con una consapevolezza diffusa e radicata, con un orgoglio ritrovato e con classi dirigenti finalmente e veramente nuove per chi si sente sempre meno rappresentato e difeso a livello politico ma anche culturale ed economico. Sono gli obiettivi per i quali da sempre, senza scorciatoie illusorie e senza compromessi utilitaristici, Movimento Neoborbonico e "Parlamento delle Due Sicilie" si battono e si batteranno con l'aiuto dei tanti che si sono affiancati a noi in questi anni.

(ARTICOLO COMPLETO SU www.parlamentoduesicilie.it) 


venerdì 8 marzo 2013

I Borbone amici della Scienza



di Ruggero Guarini


Gentile e stimato professor Aldo Masullo, leggendo sul “Mattino” un suo toccante articolo sul rogo che ha distrutto la Città della Scienza a Bagnoli, mi ha molto colpito, e anche commosso, un passo in cui lei ha enumerato le molte istituzioni, non soltanto museali, che a Napoli, nell’Ottocento, costituirono (riporto la sua felice espressione) dei “formidabili incubatori scientifici”. 
A questo proposito, infatti, lei ha giustamente ricordato che fra quelle istituzioni spiccano il primo Museo Mineralogico del mondo (creato nel 1801 presso il collegio Massimo dei Gesuiti, fra via Palladino e via Mezzocannone), il primo Orto Botanico italiano (in via Foria: 1807); il primo Osservatorio Astronomico italiano (Capodimonte: 1815); il primo Centro Sismologico italiano (sul Vesuvio: 1841) e la Stazione Zoologica di Anton Dhorn (nella Villa Comunale:1872). 
Questo piccolo elenco le ha permesso di osservare che Napoli, in quel secolo, dunque non fu soltanto, come tutti sanno, la patria di quella cultura umanistica (letteraria, storica, politica e filosofica) che trovò i suoi massimi esponenti in Francesco De Sanctis e Antonio Labriola, ma anche (cosa purtroppo molto meno nota, e spesso dimenticata) la città in cui la cultura scientifica conseguì, più che in ogni altra città italiana, molti prestigiosi “primati” nazionali, e talvolta persino mondiali.
Opportuna e giusta osservazione, alla quale, tuttavia, non  sarebbe stato sconveniente aggiungere che tutti quegli “incubatori”, tranne la Stazione Zoologica di Dhorn (che fu creata quando la nostra città, da capitale del più vasto, popoloso e ricco degli stati pre-unitari, era già stata ridotta al rango di capoluogo di una regione del nuovo stato sabaudo), nacquero durante il regime borbonico.
Suppongo che su questa circostanza lei abbia sorvolato perché la ritiene arcinota. Ma quasi altrettanto arcinoto è ormai un altro fatto che invece le è sembrato necessario ricordare, ossia che Napoli, in quegli anni, “balzò come uno scandalo alle cronache del mondo”. Si dà il caso, tuttavia, che mentre la prima circostanza (da lei omessa) sia una verità di fatto indiscutibile, la seconda (da lei riferita) sia invece una diceria storica ormai da un pezzo molto discussa e giudicata da non pochi seri studiosi del ramo un evidente prodotto della retorica antiborbonica che alimentò il nostro processo unitario.
Quella retorica era ovviamente basata sul presupposto che il Regno delle Due Sicilie fosse il più arretrato e barbarico degli stati preunitari, e che di conseguenza la sua gente vivesse in condizioni molto peggiori di quelle allora toccate a tutte le altre popolazioni della penisola. Ma a provare che questo presupposto è per molti aspetti una panzana concorrono ormai, com’è noto, non pochi dati che, dopo essere stati a lungo misconosciuti e taciuti dalla storiografia ufficiale, sono stati  da un pezzo messi in  luce da quella definita “revisionista”.
Fra tutti questi dati credo che il più sorprendente sia quello riguardante il lavoro e l’occupazione. Per capire che la tesi dell’arretratezza del Sud rispetto al Nord in quel campo è in effetti un pregiudizio basta infatti ricordare che nel 1861, dal primo censimento del Regno d’Italia, risultò che nelle sole province dell’ex Regno delle Due Sicilie il numero degli occupati nel settore industriale (esattamente 1.595.359) era leggermente superiore a quello registrato in tutto il resto della penisola (1.535.437). Ma non meno illuminante è un dato relativo alla salute e alle condizioni igieniche, giacché dalle registrazioni dell’epoca risulta che allora nel Mezzogiorno il tasso di mortalità infantile era più basso che nelle regioni del Nord.
A queste ormai scontate osservazioni, il rogo di Bagnoli permette comunque di aggiungere, sempre ai fini del confronto fra la barbarie dell’èra borbonica e la superiore civiltà di quella unitaria, un appunto nuovo di zecca, riguardante questa volta la correttezza amministrativa: non risulta che qualcuna delle tante istituzioni scientifiche della Napoli preunitaria abbia mai sospeso per mesi e mesi, come è accaduto nella Città della Scienza, sia il pagamento degli stipendi ai dipendenti sia quello dei debiti ai fornitori. 








mercoledì 6 febbraio 2013

Lino Patruno - Il Nord si sveglia prima? Tanto piacere



Gira per il Nord un video intitolato <Prima il Nord>. E che dice: <Il Nord, si sveglia prima. Per essere sempre pronti. Qui paghiamo le imposte più alte del mondo per versarle tutte a Roma, perché? Qui paghiamo tutti le tasse, veramente, come in Svizzera. Anche qui ci sono gli evasori, certo, ma meno che in Germania. E qui, malgrado la burocrazia e le inefficienze statali, produciamo il 60 per cento della ricchezza nazionale. Perché qui nonostante tutto esportiamo nel mondo intero>.
Il video così continua: <Qui i tagli dei fondi europei non ci impediscono di avere prodotti enogastronomici Dop. Qui se perdi il lavoro non aspetti che mamma Stato ti tenda la mano, perché siamo abituati a rimboccarci le maniche. Qui l’assistenza è per coloro che ne hanno realmente bisogno e ignorano cosa sia il voto di scambio. Qui le pensioni di invalidità ce le hanno solo gli invalidi. Qui, nonostante il patto di stabilità, gli amministratori locali continuano ad erogare servizi e a creare spazi per i nostri figli. Qui la raccolta differenziata è iniziata 20 anni fa e la fanno tutti, proprio tutti. Eppure se abbiamo bisogno di una casa popolare c’è sempre qualcuno che arriva prima>.
E il video prosegue: <Qui con 4348 addetti ci prendiamo cura della più ampia estensione di montagne e foreste di tutta la penisola. In Calabria e Sicilia 63.960 forestali ancòra oggi non sono sufficienti. Qui siamo egoisti perché ancòra abbiamo il maggior numero di volontari e lo Stato li ignora. Qui parliamo poco di solidarietà perché siamo impegnati a praticarla. Qui le mafie sono entrate col soggiorno obbligato e si sono diffuse come virus, che però combattiamo da sempre>.
E ancòra: <Qui ci sono eccellenze universitarie riconosciute in tutto il mondo. Ma qui chiamiamo dottori solo chi cura gli ammalati. Qui la sanità pubblica si prende cura di tutti, ma proprio tutti. Qui ogni giorno le persone si alzano prima, perché nel bene e nel male siamo nel cuore dell’Europa. Qui tutte le persone come noi sono noi, e tutti gli altri sono loro. Il futuro entra in noi per trasformarsi in noi molto prima che accada. Perché oggi veniamo prima noi, oggi viene prima il Nord. Non dimenticarlo mai, uniti vinciamo. Prima il Nord>.
Il video è diffuso sul sito della Lega Nord. E siccome favoleggia di un paradiso di efficienza settentrionale a fronte di un parassitismo meridionale, da Sud gli si dovrebbe rispondere con un video intitolato <Il Sud conviene>. E che dica: <Il Sud si sveglia dopo perché la sera prima lavora fino a tardi. Ma quelli che si svegliano prima al Nord non sono ancòra svegli a sufficienza per capire che il futuro d’Italia è solo a Sud. Perché il Sud è la riserva di potenza di un motore altrove ormai ingolfato, come dimostra l’Italia che da vent’anni non cresce più. Non c’è stato finora tanto spreco da parte “del” Sud quanto c’è stato spreco “di” Sud, l’incapacità di coglierlo come un’opportunità per un Paese col fiato sempre più corto. C’è bisogno di più Sud non di meno Sud. Qui c’è una tale prateria di cose da fare che bisognerebbe correre a farle al più presto non nell’interesse del Sud ma dell’intero Paese. Perché il Sud non è una malattia, è la terapia per far guarire l’Italia dalla sua malattia. Il Sud non è il problema d’Italia ma la soluzione del problema dell’Italia. Il Sud non è una palla al piede ma il paio d’ali per far tornare l’Italia a volare. Il Sud è il nuovo centro di gravità permanente. Il Sud è l’ombelico del mondo>.
Il video dovrebbe così continuare: <Solo il pregiudizio impedisce di capire con giudizio che non c’è Nord senza Sud. Che il Sud salverà l’Italia. Che il sole nasce a Mezzogiorno. Che Mezzogiorno è l’ora dalla quale ripartirà tutto. Che l’Italia potrà ricominciare solo da Sud>.
E ancòra: <Gli increduli facciano una visita guidata nel lato A del Sud per capire che, senza il Sud considerato improduttivo, l’Italia non avrebbe aerei e auto, acciaio e olio d’oliva, computer e cellulari, petrolio e benzina, plastica e alluminio, farmaci ed energia alternativa, dieta mediterranea e vacanze sotto cieli carichi di bontà. Occorrerebbe un altro Cristoforo Colombo per capire che la nuova America è il Sud, che Cristo si è mosso da Eboli dove si era fermato, che il Sud è il Sacro Graal col segreto del vero benessere, che rimettere nel cuore del mondo il ritmo del Sud significa conservargli l’anima, riscoprire la bellezza>. 
Il video dovrebbe così concludersi: <Il Sud che dovrebbe rimboccarsi le maniche, se le rimbocca ogni giorno costruendo il suo futuro nelle condizioni più difficili. Ma il Sud è la terra di pietre che le mani contorte dei contadini hanno trasformato in un giardino. Il Sud è l’ulivo capace di vivere con un goccio d’acqua e un pugno di terra. Il Sud non è il buio ma la luce per tornare a sperare. Anche perché al Nord hanno chiamato dottore il Trota figlio del Bossi e qui nessuno avrebbe neanche lontanamente pensato di farlo nascere, uno così>.  






domenica 6 gennaio 2013

Basta con strade e piazze intestate a Garibaldi & C.




ROTTAMIAMO LE TARGHE, LE STATUE ED  
I SIMBOLI DELLA COLONIZZAZIONE 
DEL SUD E DELLA SICILIA

di
Ignazio Coppola



Qualche giorno fa, nella rubrica “Società”, del Giornale di Sicilia, campeggiava a tutta pagina un titolo ad effetto “ Bixio carnefice”, il  sindaco cambia la targa ed è polemica.. 
L’articolo a firma di Sergio Granata, a proposito di una sempre più attuale querelle sul risorgimento, riproponeva la pervicace opera, quasi una missione, del sindaco di Capo d’Orlando, Enzo Sindoni, nel suo intento, come egli stesso sostiene nell’articolo in questione, di riaprire un dibattito su una pagina di storia che mortifica l’onore della Sicilia e la memoria dei Siciliani che a Bronte, Mirto, Alcara e Milazzo furono massacrati da Bixio e dal suo seguito. Il primo cittadino di Capo d’Orlando non è nuovo a gesti significativi, dimostrativi e, soprattutto, meritori di questo genere. 
Come molti ricorderanno, nel luglio del 2008 Enzo Sindoni, a conclusione di un convegno che aveva dibattuto sui mali che ne vennero alla Sicilia e al Mezzogiorno dall’invasione garibaldina e dal successivo mal digerito processo di unificazione che costò alla nostra isola lacrime e sangue, si risolse, confortato da una delibera di giunta, di picconare ed abbattere la targa che intitolava la Piazza a Giuseppe Garibaldi, per sostituirla con un'altra “Piazza 4 Luglio 1299”, dedicata ad un evento storico che, in quella data,  ricordava una battaglia navale avvenuta nelle acque antistanti Capo d’Orlando. Una battaglia che vide protagonista Federico III, rex siculorum, e che tendeva ad esaltare lo spirito di autonomia e di indipendenza dei siciliani contro le ingerenze straniere papali, spagnole e francesi. Da siciliano che ama la sua terra, quel gesto eclatante, ripreso dalla televisioni e dagli organi di stampa nazionali e stranieri, era un chiaro e preciso messaggio, ossia la rimozione di una “damnatio memoriae” e di una disinformazione storica ai quali i siciliani erano stati costretti a soggiacere da una storiografia ufficiale e di maniera ascara e servile, alla retorica risorgimentale e, peggio ancora, manipolata ed occultata dalla storiografia scolastica.
Come dare torto, allora come oggi, al Sindaco di Capo d’Orlando che rimuovere, abbattere e modificare didascalie di targhe dedicate a conquistatori e predatori della Sicilia sia cosa buona e giusta? Oggi all’ ” eroe dei due mondi” che conquistò (altro che liberare) il Regno delle Due Sicilie corrompendo i generali borbonici (e truffandoli come nel caso di Landi), con l’aiuto determinante della mafia in Sicilia e della camorra a Napoli e con il sostegno della massoneria, depredando (non smentendo così i suoi trascorsi di corsaro in sud America) i depositi e i risparmi del Banco di Sicilia e di Napoli, sono dedicate nel nostro paese più di 5000 tra piazze, strade, teatri, scuole, navi, stadi, statue e fondazioni. Un po’ troppo, roba da guinness dei primati, per questo personaggio controverso che una rilettura della storia e della sua esistenza ci consegna come corsaro, predone, corruttore, amico, in occasione dell’impresa dei mille, dei mafiosi e dei camorristi, evasore fiscale e, addirittura, negriero. Per cui, sarebbe più che giusto disarcionarlo dalle numerose statue equestri, disseminate nelle piazze dei nostri paesi e delle nostre città, ed abbattere e modificare nelle vie urbane le targhe a lui e ai suoi sodali, troppo generosamente dedicate da toponomastiche compiacenti.
Ed è per questo assolutamente condivisibile, dopo l’abbattimento, qualche anno fa, della targa intestata a Garibaldi nell’omonima piazza, l’ulteriore atto dimostrativo di questi giorni del sindaco Sindoni di aggiungere nella targa della via di Capo d’Orlando dedicata a Nino Bixio, la dovuta precisazione storica di “Carnefice” , rendendo onore e memoria alle vittime di quella strage, che il nome oggetto della targa è quello dell’autore del massacro di Bronte avvenuto nell’ agosto del 1860. Appunto Nino Bixio, il killer che agì a Bronte, su mandato di Garibaldi, a protezione e tutela della ducea di Nelson e degli interessi inglesi che avevano sponsorizzato a piene mani l’impresa garibaldina. 
E’ singolare ed indicativa la storia di questo personaggio, al quale sono dedicate e disseminate in Italia innumerevoli strade, scuole piazze e quant’altro, che non solo a Bronte, ma in tante altre occasioni ed in altri luoghi, si distinse per brutalità, barbarie ed eccessi frutto del suo carattere violento e paranoico oltre ogni misura d’immaginazione e di elementare umanità. 
Sempre vocato ad ogni forma di autoritarismo repressivo, fu, per questo suo carattere violento, protagonista di duelli, come quello avuto con il “patriota” siciliano Agnetta, da lui preso a schiaffi perché si era rifiutato di obbedire ai suoi imperiosi ordini. Ed ancora le continue risse ed i diverbi avuti con l’altro “patriota” siciliano, Giuseppe La Masa, con il quale, in occasione della presa di Palermo, erano arrivati quasi al punto di spararsi vicendevolmente per il fatto che il focoso generale aveva preso a nerbate alcuni “picciotti” dello stesso La Masa che, a suo giudizio, stavano intralciando e ritardando il suo veloce incedere verso Palermo. 
Per rendersi meglio conto del personaggio e della sua indole basta, poi, leggere in proposito gli avvisi ed i proclami, a sua firma, fatti affiggere in occasione del massacro di Bronte nei paesi del circondario catanese che, appunto, non avevano nulla da invidiare  a quei proclami affissi dai nazisti nei territori d’occupazione 80anni dopo. 
Per concludere e per dare l’esatta misura del personaggio in questione, val bene ricordare il suo delirante antimeridionalismo, al pari del suo sprezzante razzismo, a proposito di quanto della Sicilia e dei siciliani pensava ed ebbe a scrivere testualmente in una lettera inviata, nel corso dell’impresa dei mille, alla moglie Adelaide: ”Un paese che bisognerebbe distruggere e gli abitanti mandarli in Africa a farsi civili”. 
Ebbene, da 150 anni, essendo a personaggi come Garibaldi, Bixio, Cialdini, La Marmora, Govone, Vittorio Emanuele II, Crispi e tanti altri dedicate, ad ogni piè sospinto, soprattutto nel Meridione ed in Sicilia strade, vie, piazze, scuole e quant’altro per ricordarceli come “liberatori” e “civilizzatori” del Meridione e della Sicilia, è arrivato il momento che, prendendo coscienza che costoro non furono affatto liberatori e civilizzatori, bensì conquistatori, massacratori ed affamatori del Sud, si comincino a rimuovere e a distruggere, in ogni luogo ed in ogni dove, targhe, memorie e testimonianze fuorvianti di una verità che ci è stata sempre negata dalle storiografie ufficiali, patriottarde e di regime.
Ed a questo punto l’augurio è che, alla iniziativa del sindaco di Capo d’Orlando, possano seguirne, nella stessa direzione, molte altre, da parte di altri sindaci ed amministratori, al fine di aprire una discussione su quelle pagine di storia che ribadiamo, come sostiene Sindoni, mortificano l’onore della Sicilia e la memoria dei Siciliani. Ed  in questo senso che, sulla confacente rimozione di targhe, o sarebbe  meglio dire per usare un termine oggi in voga “ rottamazione”, di simboli e di statue ( quelle dei Savoia in particolare) sarebbe opportuno, schierandosi dalla parte di Sindoni, con convinzione e la giusta determinazione, aprire un doveroso dibattito con l’obbiettivo di rimuovere tutti quei simboli che fanno torto e mortificano con la loro presenza nelle vie e nelle piazze la vera storia dei siciliani e delle popolazioni meridionali.    





lunedì 10 dicembre 2012

Re Savoia costituzionale? Ma mi faccia il piacere!




Che cos’è la democrazia?

di

Ubaldo Sterlicchio



È una domanda molto interessante, alla quale però occorre dare un’adeguata e coerente risposta.
In base al suo significato etimologico, la democrazia, vocabolo derivante dal greco e composto dai termini dèmos [popolo] e kràtos [forza, governo], è quella forma di gestione della cosa pubblica alla quale partecipano, direttamente o indirettamente, tutti i cittadini.
Le forme di «democrazia diretta» erano possibili nelle città-stato dell’antica Grecia, nell’antica Roma repubblicana, nei comuni medioevali. In età moderna, invece, sono realizzabili solamente forme di «democrazia indiretta», in considerazione dell’elevata consistenza numerica del démos.
Oggi, nell’ordinamento giuridico italiano, l’unico istituto superstite di democrazia diretta è il referendum abrogativo, previsto e disciplinato dall’articolo 75 della Costituzione repubblicana. Esso, quantunque soggetto a molteplici limitazioni formali e sostanziali,(1) consente al popolo di deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge. Il 2 giugno 1946, inoltre, il popolo italiano fu chiamato, una tantum [per una volta soltanto], ad esprimersi per scegliere, attraverso il referendum istituzionale, la forma dello Stato fra quella monarchica e quella repubblicana.
È bene puntualizzare, però, che la democrazia non si realizza affatto con l’arido atto formale di depositare, in un’urna, una scheda sulla quale “eventualmente” sia stato segnato un simbolo e/o siano state espresse delle preferenze. Parimenti, la democrazia non si realizza neppure attraverso il conferimento di una «delega in bianco» ad un rappresentante del popolo, impunemente libero, poi, di disattendere gli impegni assunti e di non tener fede alle promesse fatte durante la campagna elettorale o, comunque, di non tutelare gli interessi del démos. Questa è, in realtà, solo una pseudo-democrazia, che si traduce in una presa in giro ai danni dello stesso popolo.
Ciò premesso, vorrei qui proporre una chiave di lettura alquanto differente da quella solita, che tenga conto soprattutto degli aspetti «sostanziali», piuttosto che di quelli puramente «formali».
Io credo che la democrazia, indipendentemente dal tipo di Stato e dalla forma di Governo, consista nel dare concretamente voce al popolo, nell’ascoltarlo, nel recepirne le istanze, nel soddisfarne le esigenze ed i bisogni, nonché nell’assicurargli senza eccezione alcuna una vita dignitosa. La democrazia si realizza mantenendo un sincero rispetto verso il popolo, salvaguardandone gli interessi e non conculcando i suoi diritti, onde garantirgli il maggior benessere possibile.
Non è democratico, quindi, uno Stato che non solo non si ponga e non realizzi tali obiettivi, ma che tiranneggi il popolo, procurandogli gratuite sofferenze, inutili sacrifici od arbitrarie privazioni di varia natura; che gli imponga un fisco gravoso, vessatorio, ingiusto; che reprima le sue legittime aspirazioni o rivendicazioni, attraverso la menzogna, l’inganno e/o la violenza (non esclusa quella morale o psicologica), con l’impiego di mezzi di coazione fisica, fino all’utilizzo delle armi.
Non è, inoltre, democratico un regime che attui una politica militarista e guerrafondaia, al fine di soddisfare le proprie brame egemoniche, di potere, di conquista coloniale o di espansione territoriale e che, pertanto, mandi a morire i figli del popolo in terra straniera, il più delle volte ipocritamente mascherando le guerre di aggressione come interventi armati per garantire la libertà di altri popoli, o come «missioni di pace» ed «umanitarie», ovvero ricorrendo al risibile pretesto di esportare – ahimè! – proprio la democrazia. In questo caso, l’antidemocraticità di un governo che agisca in tal modo sortisce guasti in misura doppia, perché qualsivoglia azione bellica, oltre ad essere condotta in danno di un «altro popolo», comporta sempre degli alti costi, in termini di sofferenze e di vite umane, anche per il «proprio popolo».
Chiarissima è a tale riguardo, in piena concordanza con la testé enunciata nozione di democrazia, la Carta Costituzionale della Repubblica italiana, allorquando, all’articolo 11, sancisce che: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».
Alla luce di quanto detto, è lapalissiano che solo ed unicamente una «guerra difensiva» non contrasta con i princìpi della democrazia; anzi, la difesa militare diventa, in questo caso, un dovere imprescindibile, proprio per tutelare e garantire i diritti dello stesso popolo aggredito.
Non è, infine, conforme ai princìpi della democrazia la «cessione di parti di Sovranità», trattandosi di un atto illecito, illegale, illegittimo ed incostituzionale. Infatti, in virtù dell’articolo 1, comma 2, della già citata Carta Costituzionale, «La Sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione»; pertanto, solo il Popolo è legittimato a delegarla ai suoi rappresentanti regolarmente eletti. Questi ultimi, in virtù del principio giuridico in base al quale: «delegatus non potest delegari», qualora sub-deleghino una qualsivoglia parte della Sovranità popolare, della quale sono democraticamente divenuti depositari e garanti, si rendono responsabili di una grave violazione per «manifesta incostituzionalità». Nessun popolo, infatti, è più sovrano, se non può più decidere della sua Sovranità; la qual cosa costituisce, peraltro, un formidabile preludio di pericolose derive totalitarie.
Ricapitolando: è conforme alla democrazia tutto ciò che viene fatto in favore del popolo, è antidemocratico tutto ciò che può danneggiare il popolo.
Volgiamo ora un breve sguardo diacronico alla storia d’Italia degli ultimi due secoli.
Alla luce di quanto premesso, possiamo, senza tema di smentita, affermare che, nell’Italia pre-unitaria, non furono affatto democratici i promotori delle varie «repubbliche giacobine» filo-francesi, che sorsero nel contesto delle invasioni napoleoniche.(2) Essi, infatti, non solo instaurarono, contro la volontà popolare, delle feroci «dittature oligarchiche», ma, in qualità di «collaborazionisti dello straniero invasore», rivolsero anche le armi contro le popolazioni della Penisola, provocando enormi bagni di sangue in danno dei propri connazionali.(3)
Successivamente, democratici non furono nemmeno i parlamenti ed i governi sedicenti «liberali», piemontesi prima ed italiani dopo, artefici del c.d. risorgimento. In primo luogo, perché essi erano espressione di un’esigua minoranza di borghesi, militari e nobili, che costituiva appena l’1% dell’intera popolazione;(4) si trattò, in realtà, di una «democrazia teorica», falsa ed esistente solo sulla carta, concretandosi, in tal modo, la più classica espressione del c.d. «totalitarismo d’élite».(5) Infatti, nel Regno sardo prima e nel Regno d’Italia poi, la classe dirigente, che si autodefiniva «liberale», si comportò in maniera dispotica, negando alle masse popolari il diritto ad essere rappresentate, ascoltate, tutelate.(6) In secondo luogo, perché i governi italo-piemontesi del 1860 e degli anni successivi, soprattutto con l’invasione e con l’annessione del Regno delle Due Sicilie, inaugurarono una stagione di terrore e di sangue, ponendo in atto una spietata repressione; furono massacrate centinaia di migliaia di figli del popolo duosiciliano e furono rasi al suolo ben 84 paesi del Sud d’Italia. Queste efferatezze sono semplicisticamente passate alla storia con l’ingannevole definizione di «lotta al brigantaggio», mentre innumerevoli furono le fucilazioni, indiscriminate e senza processo, di ex militari borbonici, popolani e contadini meridionali. Ci fu la più totale negazione della democrazia! Ed, a  tale riguardo Antonio Gramsci, molto crudamente, puntualizzò: «Fino all’avvento della Sinistra al potere, lo Stato italiano ha dato il suffragio solo alla classe proprietaria, è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di “briganti”».(7)
Non furono democratici nemmeno i governi dell’Italietta sabauda, nell’armare la mano del generale Fiorenzo Bava Beccaris, nel trascinare il Paese nelle patetiche avventure coloniali e nelle sanguinosissime guerre mondiali, nell’avvalersi ripetutamente degli stati d’assedio, nell’applicare con estrema leggerezza la legge marziale, nell’attuare feroci repressioni contro il popolo.
Non solo durante il periodo risorgimentale, ma anche dopo la stessa unità d’Italia, furono conculcate molte libertà del popolo italiano, quali quella politica all’autodeterminazione ed alla libera scelta dei propri governanti, quella di espressione, quella di associazione, quella di stampa e, soprattutto, quella religiosa dei cattolici.(8)
Riguardo, poi, ai cosiddetti «plebisciti di annessione» degli antichi Stati pre-unitari al Regno di Sardegna, è oramai acclarato e ben documentato che si trattò di consultazioni-farsa, la cui legittimità fu inficiata in toto, non solo per il clima di intimidazioni e di violenze in cui si svolsero, ma anche per i risaputi brogli dai quali furono caratterizzati.(9)
Un pietosissimo velo deve essere steso anche sui referendum abrogativi indetti nell’Italia repubblicana, molti dei quali si sono rivelati inutili, vuoi perché invalidi a causa del mancato raggiungimento dei relativi quorum, vuoi perché i responsi popolari (ad esempio, quello sul finanziamento pubblico ai partiti politici o quello sulla responsabilità civile dei magistrati) sono stati successivamente disattesi attraverso molteplici sotterfugi ben noti a tutti gli italiani e sui quali, in questa sede, reputo superfluo soffermarmi. Una vera e propria presa in giro!
Non credo che possano, infine, ritenersi democratici quei regimi che non amministrino con onestà la cosa pubblica, ignorando quel principio cardine di buon governo, immortalato dal brocardo latino: «obliti privatorum, publica curate [dimentichi dei privati interessi, occupatevi degli affari dello Stato]»; che non assicurino l’efficienza e l’imparzialità della giustizia, tanto quella penale, quanto quella civile e quella amministrativa; ovvero quei governi che, nell’odierno mondo globalizzato, attraverso l’uso di strumenti ancora più subdoli di quelli impiegati in passato, come l’indulgenza legislativa verso l’usura bancaria, non disgiunta da una contestuale iniqua tassazione, soffochino l’economia di un Paese, spingano al fallimento le attività economico-produttive e generino, di conseguenza, elevati livelli di disoccupazione, tanto da indurre al suicidio padri di famiglia e figli del popolo, ormai privati di ogni benché minimo mezzo di sostentamento.
Alla luce della chiave di lettura fin qui utilizzata, ritengo che nel nostro Sud, prima dell’unità d’Italia, in luogo di una banale ed inutile democrazia puramente «formale», esistesse una «democrazia sostanziale», di fatto. Vediamo perché.
Cominciamo col dire che il Regno delle Due Sicilie era uno Stato legittimo e sovrano, che nei 730 anni della propria storia non aveva mai nutrito mire espansionistiche e che, quindi, non aveva mai aggredito o minacciato nessuno. Pertanto, i figli del popolo duosiciliano non erano mai stati mandati a morire in alcuna guerra di conquista. Esso, al contrario, ha solamente subito infami e sanguinose aggressioni!
Lo storico Giacinto de’ Sivo,(10) testimone coevo, ci informa che nella società delle Due Sicilie «…la vita lieta e a buon mercato, piena di ricreazioni e godimenti era; chi non si impicciava di sette era civilmente liberissimo, e poteva far quello che voleva (…); qui tenui le statistiche dei delitti: raro l’omicidio, pochi i poveri, la fame quasi male ignoto; la carità religiosa e privata, comunale e governativa provvedeva; non carta moneta, tutto oro e argento, poche tasse, poche privazioni, con poco si godeva tutto. Facile il lavoro, lieve il prezzo, molte feste popolari, rispetto ai gentiluomini, giustizia, tutela, sicurezza per tutti, ordine sempre. Nella somma delle cose il reame era il meglio felice del mondo; e quanti vi arrivavano stranieri si arricchivano, e i più restavano. La popolazione in quarant’anni crebbe d’un quarto».(11)
Ebbene, in tutta franchezza, confesso che io preferisco senz’altro una siffatta forma di governo, poiché la giudico molto più democratica dei sedicenti «regimi democratici» che l’Italia unita ha avuto durante gli ultimi 151 anni della sua storia; e, meno che meno, gradisco quella attuale!
Ma, poiché qualcuno potrebbe ovviamente obiettare che Giacinto de’ Sivo era un filo-borbonico, reputo opportuno ricordare anche le illuminanti parole di un’autorevole personalità del tutto aliena da simpatie borboniche, ma senz’altro intellettualmente onesta, il liberale Francesco Saverio Nitti.(12) Lo statista, in merito al governo dei re Borbone, affermò che essi miravano «...ad assicurare la maggiore prosperità possibile al popolo (...) non si contentavano se non di contentare il popolo (...) bisognava leggere le istruzioni agli intendenti [i prefetti di oggi, n.d.r.] delle province, ai commissari demaniali, agli agenti del fisco per sentire che la monarchia cercava basarsi sull’amore delle classi popolari. Il re stesso scriveva agli intendenti di ascoltare chiunque del popolo; li ammoniva di non fidarsi delle persone più potenti; li incitava a soddisfare con ogni amore i bisogni delle popolazioni».(13)
Lo stesso Nitti ci fornisce, inoltre, una fulgida attestazione di gratitudine e di attaccamento del popolo meridionale alla Dinastia borbonica, riferendo che: «Le masse popolari delle Due Sicilie, da Ferdinando IV in qua, tutte le volte che han dovuto scegliere tra la monarchia napoletana e la straniera, tra il re e i liberali, sono state sempre per il re: il ’99, il ’20, il ’48, il ’60, le classi popolari sono state per la monarchia borbonica e per il re».(14)
Ed è fin troppo chiaro che le motivazioni a supporto dell’atteggiamento delle «masse popolari delle Due Sicilie», nelle scelte rilevate da Francesco Saverio Nitti, sono racchiuse proprio nel buon sistema sociale, politico ed economico in cui vivevano le popolazioni del Meridione d’Italia; queste condizioni di vita, così ben descritte dal summenzionato Giacinto de’ Sivo, sono indice inequivocabile del «reciproco rispetto» fra governanti e governati, che costituisce un valore fondamentale ed irrinunciabile nelle più autentiche forme di democrazia.
A ragion veduta, quindi, lo storico inglese Bolton King (1860-1937) affermò che «nessuno Stato in Italia poteva vantare istituzioni così progredite come quelle del Regno delle Due Sicilie».(15)
Ma c’è di più. Oltre alle direttive impartite ai responsabili della pubblica Amministrazione del Regno, lo stesso re Ferdinando II usava normalmente tenere «udienza privata» nel Palazzo reale di Napoli per due volte al mese. Chiunque del popolo poteva farne richiesta, venendo quindi inserito in una lista compilata dal c.d. «usciere maggiore», fino a che non si fosse raggiunto il numero massimo di sessanta persone al dì. Nel giorno loro assegnato, i convenuti affluivano nella Reggia e, dopo aver atteso il proprio turno nella gran sala [precisamente il salone che, all’epoca, era arredato con le due grandi tele del pittore romano Vincenzo Camuccini (1771-1844), raffiguranti rispettivamente la morte di Cesare e la morte di Virginia],(16) venivano ricevuti dal Sovrano. Entravano prima le donne e poi gli uomini, mentre i militari accedevano da ultimi, poiché per loro era più facile poter conferire con il re, disponendo di ulteriori opportunità presso gli acquartieramenti e nei campi d’arme.(17)
Non mi risulta che altrettanto abbiano fatto i sedicenti «costituzionali» re Savoia o facciano gli attuali presidenti della Repubblica italiana!

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Note:

1 Le limitazioni formali consistono nella necessità, affinché il referendum possa essere indetto, che la relativa richiesta venga avanzata da 500.000 elettori, oppure da 5 Consigli regionali (art. 75, comma 1, Cost.) e nella necessità, ai fini della validità della consultazione referendaria stessa, che vengano assicurati i seguenti quorum: a) partecipazione della maggioranza degli aventi diritto; b) raggiungimento della maggioranza dei voti validamente espressi (art. 75, comma 4, Cost.). Le limitazioni sostanziali riguardano invece le materie, in quanto sono escluse dal referendum popolare abrogativo le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, nonché di autorizzazione a ratificare trattati internazionali (art. 75, comma 2, Cost.).

2 Durante l’invasione francese della Penisola, molti furono i movimenti popolari che spontaneamente insorsero in Italia contro tale aggressione: tra i più noti e rilevanti, rammentiamo i «Viva Maria» in Toscana e le «Pasque Veronesi» nel Veneto. Cfr. Massimo Viglione, “La Vandea italiana”, Effedieffe, Milano, 1996.

3 In particolare, a Napoli, nei giorni 21, 22 e 23 gennaio 1799, mentre l’intera città combatteva e moriva contro le truppe francesi, i giacobini, asserragliatisi in Castel Sant’Elmo, cannoneggiarono vigliaccamente alle spalle il popolo, provocando un bagno di sangue fra la propria gente, come peraltro testimoniò lo stesso generale Jean Antoine Championnet, comandante in capo dell’Armata francese. Dopo tre giorni di feroci combattimenti, i francesi furono padroni della città disseminata di cadaveri: si contarono 2.000 morti tra le fila degli invasori francesi e ben 10.000 fra i napoletani. Cfr. Gustavo Rinaldi, “1799 la Repubblica dei traditori. Il popolo del Regno di Napoli contro gli invasori francesi e i loro lacchè giacobini”, Grimaldi & C., Napoli 1999, pag. 38. Inoltre, durante i 5 mesi della c.d. repubblica (fantoccio) partenopea, furono massacrati dai franco-giacobini oltre 60.000 regnicoli, come ebbe a testimoniare il generale francese Paul Thiébault nelle sue Memorie. Cfr. Paul Thiébault, “Mémoires du Géneral P.Thiébault”, Paris, 1894, vol. II. pagg. 324-325; in Gustavo Rinaldi, “1799...”, op. cit., in nota 6, pagg. 38-39.

4 In virtù della legge elettorale piemontese del 1848, gli aventi diritto al voto (per censo o per nascita) erano appena 418.696 persone su 21.776.953 abitanti, pari all’1,9% dell’intera popolazione. Alle prime elezioni politiche per la formazione del nuovo Parlamento piemontese allargato all’Italia (le consultazioni si svolsero il 27 gennaio 1861, prima che il 17 marzo dello stesso anno fosse proclamato il Regno d’Italia), i votanti furono 239.583, pari al 57% degli aventi diritto e, quindi, circa l’1% della popolazione. Cfr. Gerlando Lentini, “La bugia risorgimentale”, il Cerchio, Rimini, 1999, pagg. 31-32.

5 Angela Pellicciari, “L’altro risorgimento. Una guerra di religione dimenticata”, Ares, Milano, 2011, pag. 87.

6 Camillo Benso conte di Cavour, nel Senato subalpino, al maresciallo Vittorio Della Torre, che gli rinfacciava l’avversione della popolazione ai provvedimenti anticattolici della soppressione degli Ordini religiosi e della confisca dei loro beni, candidamente rispose: «Io, in verità, non mi sarei aspettato di vedere invocata dall’onorevole maresciallo l’opinione di persone, di masse, che non sono e non possono essere legalmente rappresentate». Il sedicente liberale Cavour, presidente del Consiglio del Regno sabaudo – Stato che riteneva di essere moralmente migliore degli altri Stati italiani, perché asseritamente rispettoso della libertà dei propri cittadini – non provò vergogna nell’ammettere che la libertà che aveva in mente valeva per i soli liberali. Cavour pensava ed affermava che l’opinione della stragrande maggioranza della popolazione (vale a dire della massa cattolica), che per semplici motivi di censo non aveva diritto al voto, non contava nulla per definizione. Cfr. Angela Pellicciari, “L’altro risorgimento”, op. cit., pagg. 136-137.

7 Antonio Gramsci, “L’Ordine Nuovo” del 1920, Giulio Einaudi Editore.

8 Angela Pellicciari, “L’altro risorgimento”, op. cit., nonché “Risorgimento da riscrivere. Liberali & massoni contro la Chiesa”, Ares, Milano, 1998.

9 Il plebiscito-farsa che ci interessa più da vicino fu quello svoltosi nell’Italia meridionale il 21 ottobre 1860. Gli stessi ambasciatori di Francia ed Inghilterra (potenze favorevoli all’annessione delle Due Sicilie al Regno piemontese) ne presero le distanze. Sir Henry Elliot, ministro inglese a Napoli, osservò che: «a Napoli vogliono l’autonomia, ma sono costretti a votare l’annessione». Giacinto de’ Sivo testimoniò che: «per tutta la città, garibaldini e camorristi prelevavano i cittadini e li portavano al voto. In ogni seggio vi erano due urne (una per il SI ed una per il NO) e, quando capitava che qualche impudente osava preferire la cartella del NO, provava il bastone ed il coltello». Filippo Curletti, agente segreto di Cavour, nel suo diario ci rivela che: «...pel voto di annessione, un piccolo numero di elettori si presentò a prendervi parte, ma al momento della chiusura delle urne, noi vi gettammo dentro i biglietti, naturalmente in senso piemontese, di quelli che si erano astenuti; non tutti peraltro, ciò si intende; noi ne lasciavamo da parte qualche centinajo o qualche migliajo, secondo la popolazione del collegio. Bisognava bene salvare le apparenze, almeno in faccia all’estero, perché all’interno sapevamo a quale espediente attenerci. (...) Anche prima dell’apertura del voto, carabinieri ed agenti di polizia travestiti ingombravano le sale dello scrutinio e l’ingresso alle medesime. Era sempre fra di loro che sceglievamo il presidente dell’uffizio e gli scrutatori. Noi non eravamo quindi molestati da questo lato. In certi collegi questa introduzione di massa nell’urna dei biglietti degli agenti (noi chiamavamo ciò “completare il voto”) si fece con tale sicurezza e con così poca attenzione, che lo spoglio dello scrutinio diede più votanti che elettori inscritti. Vi si rimediò facilmente con una rettificazione nel processo verbale». Cfr. Filippo Curletti, “La verità sugli uomini e sulle cose del Regno d’Italia. Rivelazioni di J.A. agente segreto del conte Cavour”, a cura di Elena Bianchini Braglia, Terra e Identità, Modena, 2005, pag. 51-52.

10 Giacinto de’ Sivo (1814-1867), scrittore e storico napoletano, fu arrestato più volte dopo la proclamazione del nuovo Stato italiano e pagò anche con l'esilio la sua fedeltà alla verità storica.

11Giacinto de’ Sivo, “Storia delle Due Sicilie, dal 1847 al 1861”, Berisio, Napoli, 1964.

12 Francesco Saverio Nitti (1868-1953), uomo politico ed economista, fu Presidente del Consiglio del Regno d'Italia dal 23 giugno 1919 al 15 giugno 1920.

13 Francesco Saverio Nitti, “Scritti sulla questione meridionale”, Laterza, Bari, 1958, pagg. 27-32; in Gennaro De Crescenzo, “Ferdinando II di Borbone”, il Giglio, Napoli, 2009, pag. 51.

14 Francesco Saverio Nitti, “Nord e Sud”, Calice Editori, Rionero in Vulture (PZ), 1983, pag. 22.

15 Doctor J., “Diritto e carceri nelle Due Sicilie”, in http://www.frontemeridionalista.net, 4 gennaio 2011.

16 Nel 1864, queste tele furono trasferite presso la Reggia di Capodimonte, ove Annibale Sacco riordinò la Pinacoteca dello stesso Palazzo.

17 Mariano D’Ayala, “La vita del re di Napoli Ferdinando II”, Tipografia V. Steffenone, Camandona e C., Torino, 1856, pag. 31.