lunedì 13 febbraio 2012

Assedio di Gaeta 13 febbraio 1861




GAETA, 13 FEBBRAIO 1861

Quando la Patria Napolitana
aggredita e sconfitta non si arrese


________________________________________


Dopo novantaquattro giorni di duro assedio compiuto esclusivamente con un continuo ed estenuante bombardamento che comportò lo sparo su Gaeta di oltre 160.000 colpi, di cui molti a granate con spolette esplodenti a massima carica; dopo l’avvelenamento delle condotte idriche di Monte Conca, situate al di là delle linee piemontesi, e la conseguente epidemia di tifo scoppiata tra le truppe e la popolazione assediata, nonostante la determinazione di militari e cittadini di proseguire comunque nella resistenza, S.M. il Re Francesco II decise di porre fine all’eroica difesa militare del Regno.
Resistere ancora alla devastante guerra mossa senza scrupoli e con disonore da quell’armata di invasori che senza alcuna dichiarazione di guerra aveva assaltato come predoni uno stato ricco, indipendente e pacifico, avrebbe solo accresciuto le sofferenze di quegli uomini e di quelle donne che, comunque, avrebbero difeso fino all'estremo sacrificio la loro antica Patria Napolitana.
D’altronde l’incredibile pioggia di bombe che giorno e notte martoriava i contrafforti, i palazzi, le chiese e le case dell’antica e splendida città di Gaeta, era il “naturale effetto”  della nuova concezione di guerra, introdotta dalla “rivoluzione ateo-liberale”, fedelmente rispettata dalla soldataglia del Savoia.
Non aveva senso secondo gli assedianti piemontesi, scomunicati portatori di un’etica militare aberrante, fare una guerra basata sulle antiche regole cavalleresche che impedivano agli eserciti di coinvolgere la popolazione civile.
L’ordine era di prendere Gaeta, al di là dell’onore militare, delle “linee di avanzamento” o di assalti alle mura, costi quel che costi alla città ed ai suoi abitanti. E così fu.
In quei tre mesi di inferno Gaeta subì una devastazione senza misura e senza precedenti da parte di un nemico che mai osò spingersi fin sotto le mura della Piazzaforte né, tanto meno, cercò di conquistare attraverso una leale battaglia.  Gli “eroi” scesi dal nord a depredare e saccheggiare preferirono mettersi al sicuro dietro le colline e bombardare alla cieca, giorno e notte, la nostra gente, la nostra Patria, la nostra civiltà uccidendo, bruciando e distruggendo tutto.
La ferocia e l’odio di chi veniva a spogliarci in nome di una falsa unità, raggiunse l’apoteosi durante le trattative per la capitolazione di Gaeta.
Mentre gli ufficiali dei due schieramenti stavano espletando le procedure di firma del documento di resa, il Cialdini ordinò di fare fuoco a volontà e senza sosta accrescendo all’inverosimile l’intensità del bombardamento. La risposta che egli freddamente diede a chi gli faceva notare l’inutilità e le responsabilità di fronte a Dio ed agli uomini di quella strage senza senso fu: “Sotto le bombe si tratta meglio”. E a chi ancora riferiva del tragico coinvolgimento di civili inermi, ospedali e feriti egli replicava: “Le mie bombe non hanno occhi”. Fu così che il 13 febbraio del 1861 un’immensa ed infernale pioggia di proiettili di ogni calibro e potenza investì la città, le case, le strade, gli ospedali, le chiese, i monumenti, la gente e l’intera linea di resistenza di terra dove ormai ogni difesa si era mitigata in attesa degli ambasciatori.
Tale evenienza consentì agli invasori di esporsi al di fuori dei loro trinceramenti e di meglio puntare le loro potenti artiglierie rigate. In una salve infernale colpirono in pieno la piccola Batteria Transilvania, tenuta dai giovanissimi eroi della Nunziatella, e fu strage. La violenta esplosione travolse anche la vicina Batteria Malpasso, con il contiguo deposito delle polveri da sparo, uccidendo tutti i militari, compresi i giovanissimi eroi.
Finalmente alle 18.30 dello stesso giorno le batterie degli assedianti improvvisamente si tacitarono per consentire agli ambasciatori borbonici di rientrare nella Piazzaforte a notificare l’atto di resa.
A questo punto sembrava tutto compiuto, ma non è così. Nuovi elementi stanno oggi emergendo nella faticosa e difficile ricerca storica sull’Assedio di Gaeta che, pertanto, appare tutt’altro che scontata.
Come si potrà notare, l’art. 2 dell’atto di capitolazione entra in forte contraddizione con l’evenienza che la mattina del 14 febbraio le truppe di assedio fossero ancora impegnate nella costruzione di una nuova e possente batteria a 6 canoni rigati tipo “cavalli” nei pressi di Montesecco, a meno di 800 metri dalla Fortezza.
Se, poi, si analizzano alcune stampe e foto di quei giorni si notano combattimenti anche nei pressi della Torre di Orlando, posta sulla sommità di Monte Orlando, che, secondo il citato art. 2 della capitolazione, doveva essere consegnata ai piemontesi senza colpo ferire.
Il compianto Don Paolo Capobianco, citando il regolamento delle Piazze militari del Regno delle Due Sicilie, che accreditava la potestà di resa delle stesse esclusivamente al Re, sosteneva la tesi di una illegittimità di firma nel documento di resa da parte degli ufficiali borbonici.
In pratica, quanto sottoscritto dai Comandanti della Piazzaforte di Gaeta, doveva essere firmato o, comunque, ratificato dal Re, cosa che di fatto non avvenne mai.
Ciò dato, quasi sicuramente Torre d’Orlando non si arrese e per prenderla fu necessario conquistarla “metro per metro”. Certamente, per ovvi motivi di propaganda e per non alimentare le voci sull’illegittimità dell’intera spedizione, l’evento fu tacitato e cancellato dai giornali militari e dalle cronache.
Solo così si spiega il perché degli spari anche nei seguenti giorni 14, 15 e 16 febbraio, il perché della presenza della bandiera Borbonica che, nonostante le “cronache militari piemontesi affermino altro”, il 16 ancora sventolava su alcuni spalti del colle e perché alcuni giornalisti e incisori del tempo ritraggono scene di guerra nei pressi di Torre di Orlando. Per non parlare di alcuni cronisti esteri che il 17 febbraio scrivono: “… si ode il fragore solitario del cannone”.
Quanto accadde a Gaeta dopo la resa militare potrebbe sembrare di poco conto, ma in realtà è estremamente importante dal punto di vista del Diritto Internazionale ed avvalora l’illegittimità dell’intera operazione comandata dai Savoia.
Se, infatti, l’invasione fu un’azione di pirateria internazionale in grande stile, ovvero un’aggressione militare ad uno stato libero ed indipendente con l'avallo delle potenze del tempo, ogni atto discendente senza l’accettazione del legittimo governo fu, di fatto, un atto illegittimo.
Allora, che valore poteva avere un documento di resa con tali premesse? Chi e come avrebbe fatto rispettare quanto sottoscritto? Chi il giudice di un’azione di per se già fuori da ogni regola? L’Inghilterra, la vera mandante, oppure la Francia, la sua fiancheggiatrice?
L’assedio certamente cessò, i militari si fermarono, anche se qualcuno, come abbiamo visto, probabilmente continuò fino alla fine, ma la Patria rappresentata dall’augusto Sovrano S.M. Re Francesco II di Borbone non si arrese. Mai.
Nessun trattato o atto di capitolazione dispone una tale evenienza. Lo stesso Re nel lasciare Gaeta diede un arrivederci. E ciò è quanto basta.
E’ questo in realtà il grande valore di Gaeta, questo il vero messaggio che la Città Martire porta inciso sulle sue mura ancora intrise del sangue dei nostri Eroi.

Cap. Alessandro Romano

________________________________________

A Gaeta, dove è indelebilmente marchiata la nostra identità di popolo, ogni anno è innalzata con amore la Bandiera del Regno delle Due Sicilie, così come avviene nel contempo in tutte le parti del mondo dove si trovano i figli più fedeli di una Patria immortale.
Infatti, il 13 febbraio è il giorno dell'Orgoglio Identitario e si espone, ovunque ci troviamo, il Sacro Simbolo della Nostra Terra e della Nostra antica Civiltà, il Vessillo dinastico del Regno delle Due Sicilie.





Il messaggio di S.M. Re Francesco II
rivolto alle truppe poco prima di lasciare Gaeta.
L’arrivederci del Re alla sua gente:
la guerra era finita la Patria Napolitana no




ATTO DI RESA



















domenica 12 febbraio 2012

Interpellanza parlamentare sul Carditello


Caserta - Pina Picierno e Stefano Graziano, deputati del Partito Democratico, presentano una interrogazione parlamentare al Ministro per i beni e le attività culturali, Lorenzo Ornaghi. La sciagurata storia della Reggia di Carditello sbarca, finalmente, alla Camera dei Deputati, grazie ai due parlamentari casertani. L’interpellanza, è finalizzata a portare all’attenzione del ministro e dell’attuale governo, le condizioni in cui versa il sito borbonico.

Nell’atto si legge: “All’interno della struttura settecentesca si trovano affreschi di Jakob Philipp Hackert, amico di Goethe e pittore di corte con Ferdinando IV di Borbone, e di Fedele Fischetti; nel 1919 gli immobili e l'arredamento del sito reale passarono all'Opera Nazionale Combattenti che procedette alla lottizzazione e vendita dei terreni, esclusi il fabbricato centrale e i 15 ettari circostanti che nel secondo dopoguerra entrarono a far parte del patrimonio del Consorzio generale di bonifica del bacino inferiore del Volturno; negli anni la reggia è stata abbandonata fino a raggiungere uno stato di degrado e di incuria che la rende oggi facile oggetto di vandalismi e furti costanti durante le recenti notti; il complesso monumentale insiste su un’area di circa 80.000 metri quadri e 150.000 metri quadri di terreno circostante; il Consorzio generale di bonifica ha maturato negli anni una situazione economica debitoria, cui non è in grado di assolvere, con l’ex Banco di Napoli, ora Banca Intesa, e che questi, attraverso la società Sga, ha avviato le procedure per vendere all’asta la reggia; con Ordinanza del 27 Gennaio 2011 il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere dispone le vendita all'asta per il 15 Marzo 2012 del complesso monumentale al prezzo base di € 15.000.000,00; la Sga ha dato la disponibilità a vendere il complesso alla Regione Campania per € 9.000.000,00; il Consiglio regionale campano non ha approvato nella legge finanziaria per l’anno 2012 la programmazione di tale spesa”.

L’interpellanza Picierno-Graziano, cade in un momento particolare, della travagliata storia della Reggia di Carditello. Tra poco più di un mese infatti, verrà battuta l’ennesima asta fallimentare, attraverso la quale, il sito reale e l’immensa distesa agricola annessa, potrebbe finire nelle mani di chiunque e, considerata la realtà di Terra di Lavoro, le preoccupazioni delle associazioni e del popolo casertano, sono più che giustificate. La richiesta dei deputati casertani, si conclude, domandando al responsabile del dicastero se: “il Ministro è a conoscenza delle situazioni di fatto in premessa; se intende intervenire per evitare che il complesso monumentale venga sottratto al patrimonio pubblico e quali iniziative intende portare avanti per riportare la Reggia di Carditello a far parte a pieno titolo del patrimonio artistico culturale del nostro Paese.” Un passo avanti che, di certo, avrà risvolti importanti e attesi con trepidazione da chi, sino ad oggi, si è speso per la tutela di un monumento che ha attraversato le lacerazioni della storia e la perniciosa indifferenza di chi era preposto alla sua salvaguardia. Sulla vicenda della martoriata Reggia di Carditello, interviene anche Fiore Marro, presidente nazionale dei “Comitati delle Due Sicilie.” La posizione dei duosiciliani su questa, come su altre questioni che vivono la cosiddetta, damnatio memoriae della storia nascosta del meridione del Paese, è nota. La visione di Marro, abbraccia un percorso storico che dura da 150 anni e, la Reggia di Carditello che fu dei Borbone, rappresenta un  nodo cruciale nella più ampia sventura storica che, il Sud del Paese, ha vissuto sulla propria pelle e della quale, porta ancora indelebili i segni.

L'intervento di Marra. In tale ottica, il responsabile dei duosiciliani, nella successiva seduta del Parlamento delle Due Sicilie, che si terrà nella prima metà di marzo a Gaeta, informerà i membri di quell’assemblea, dello stato in cui versa il monumento borbonico. L’appello del presidente nazionale, è accorato e sentito: “Chiedo a tutti i figli delle Due Sicilie, a tutti quelli che hanno ancora a cuore le sorti di una intera popolazione, di fare quadrato intorno a questa vicenda. Carditello non è e non può essere solo  una questione di salvaguardia architettonica ma è, a mio sommesso avviso, il risvolto della medaglia di un mondo che sta, lentamente e inesorabilmente, scomparendo; questo è il nostro mondo e noi non possiamo rimanere ancora inermi, in attesa della sua fine. Lavoreremo, come  CDS, per allestire una manifestazione di protesta verso chi, in questi anni si è reso colpevole del degrado della Real Tenuta. Manifesteremo contro chi sta assassinando la nostra Storia e contro chi sta somministrando veleno dentro le vene del nostro passato. Tutto questo non è più tollerabile, altrimenti siamo correi  di questo scempio.” E così si conclude, il comunicato-appello di Fiore Marro che di certo, non le manda a dire. Ma forse, oggi, la chiarezza e la lealtà, sono l’unico vero strumento di cui, questo territorio, avverte il bisogno: “Il Sito è messo all’asta al migliore offerente, ma noi cosa stiamo facendo? Ma cosa siamo diventati? Possibile che quattro straccioni calati dalle valli padane ci hanno ridotti  a questo livello di degrado, da farci diventare così abulici, senza spina dorsale, senza dignità e senza onore? Voglio sperare davvero che non sia così. Comunicheremo la data della manifestazione che abbiamo programmato. Sarà questa, la nostra risposta a coloro che si fingono politici e agli amministratori responsabili del bene comune. Si darà la colpa di tutto questo al maltempo, alla pioggia, ma la verità è che l’incapacità la fa da padrone. Le colpe sono tante ma la  totale indifferenza delle istituzioni nominate alla tutela del bene duo siciliano, rimane la colpevole principale  di questo oltraggio. Come si riporta in una nota si intuisce da chi parte tutto questo schifo, il mio dito indice , il mio j’accuse è rivolto  al Ministero per i beni e le attività culturali, al Consorzio Generale di Bonifica del Basso Volturno; alla Soprintendenza ai beni storici, artistici e culturali di questa provincia, alla Regione Campania. La loro unica preoccupazione è vendere al migliore offerente, la Storia quasi millenaria delle nostre Terre. Invito tutti, da qualunque sia il vostro credo ideologico, a rispondere a questo appello. Non possiamo più essere spettatori di questa situazione, non ci è permesso; nunca mas.” Appare evidente che, la Reggia di Ferdinando IV di Borbone, farà parlare di sé ancora a lungo. La speranza e l’obiettivo comune, di tutte le forze sane, impegnate in questa battaglia è che, il monumento resti di pubblica pertinenza e fruibile dal popolo.
Fonte: Interno18 del 12.02.212

Convegno a Pompei

Continuano senza pause le attività neoborboniche in questo mese di febbraio con appuntamenti importanti e frequenti.
Giovedì 16 febbraio, alle ore 18.30 presso la Parrocchia del Santissimo Salvatore a Pompei (retro Santuario): Convegno di studi su “ Il ‘brigantaggio’ nella Valle di Pompei ”: introduzione di Don Giuseppe Esposito (direttore dell’Archivio e della Biblioteca del Pontificio Santuario di Pompei); interventi di Don Enrico Gargiulo (Cancelliere Prelatura di Pompei); Maria Luisa Storchi (Direttore-Soprintendenza Archivistica Campania); Gabriele Scarpa (giornalista, autore de “L’ultimo brigante del Sud”, appassionato e documentato libro su “Cozzolino/Pilone”); Gennaro De Crescenzo (saggista, presid. Movimento Neoborbonico); modera Marida D’Amore.
Sarà presente S. E. Mons. Carlo Liberati.
Evento a cura della Biblioteca del Santuario.
Amici e compatrioti sono invitati.



clicca per ingrandire





sabato 11 febbraio 2012

Il Meridione piemontizzato




Il Meridione piemontizzato
di
Lucio Causo

Cronaca e storia sulla conquista piemontese del Regno delle Due Sicilie.
Nei commenti de Il Giornale Officiale di Napoli dell’8 gennaio 1861 si legge che
“nell’ordinare lo Stato, impedendo che le forze della nazione si addormentino, è necessario tener desto lo spirito pubblico per condurre a buon fine l’opera dell’Unità d’Italia”.
Lo stesso foglio del 26 marzo 1861 dà notizia della resa di Messina e dei festeggiamenti resi con viva gioia al primo re d’Italia. In quei giorni correva voce che a Napoli tutto sarebbe rimasto come prima, a eccezione di un luogotenente piemontese al posto dei borboni.
Sul giornale Il Pungolo del 24 marzo 1861 si legge che “un gabinetto che si risolve in una sola individualità, che domina, soggioga, assorbe tutte le altre, non è che l’incarnazione di una prevalenza tanto più forte, quanto si nasconde sotto i veli trasparenti della formalità rappresentativa”.
Altri commenti ed analisi sulla situazione del momento possono essere rintracciati sul giornale dell’epoca Il Tribuno della Plebe.
Nella sua Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Giacinto De Sivo scrive:
“A 18 febbraio (del 1861) si inaugurava il parlamento italico-illegale perché i deputati, dopo un plebiscito falso, si erano eletti e raccolti mentre il re legittimo combatteva con le truppe nazionali e si costituivano quando ancora la bandiera della patria sventolava su Messina e Civitella degli Abruzzi”.
Enrico Cenni nel 1861 pubblica le sue Considerazioni per rivendicare i diritti dei napoletani e nell’anno successivo consegna alle stampe la sua ultima opera: Delle presenti condizioni d’Italia e del suo riordinamento civile per rilevare che la vita dei napoletani non poteva affidarsi ad “ancora più salda, ossia nelle mani di tanto principe… in tal modo il popolo napoletano si trovò rassicurato delle tante ciarle che si smaltirono… ma nei governi costituzionali il principe non è solo a reggere… e Cavour, che nulla direttamente aveva promesso, rimase libero delle sue azioni”.
Il Meridione d’Italia fu piemontizzato in maniera diversa da quanto aveva affermato Settembrini prima che Garibaldi passasse lo Stretto: si era data assicurazione che Napoli sarebbe rimasta capitale del napoletano come Firenze sarebbe rimasta capitale della Toscana.
Il 20 gennaio 1860, Cavour riprese il potere. Il suo governo era costituito da un ministero senza portafoglio e da otto ministeri, tre dei quali ebbero ad interim lo stesso Cavour. Soltanto tre degli otto ministeri vennero affidati ad uomini del Meridione: Vincenzo Niutta di Caulonia (Reggio Calabria), Giuseppe Natoli di Messina (che riformerà la scuola) e Francesco De Sanctis di Marra Irpina (Avellino), critico letterario, già esule a Zurigo. Il Niutta era stato presidente della Suprema Corte delegata a controllare le votazioni per il plebiscito del 21 ottobre 1860.
Il 18 febbraio 1861, Francesco II di Borbone e la sua giovane consorte, Sofia di Baviera, ricevevano a Roma, dove erano giunti dopo l’assedio di Gaeta, i cardinali romani guidati da S.E. Barberini, i quali invitarono i giovani sovrani a rimanere nell’Urbe per molto tempo. Il deposto re di Napoli rispose che “… alla peggio, sarebbero partiti insieme”.
Il 6 settembre 1860 Francesco II aveva inviato ai sovrani europei la sua protesta per l’usurpazione da parte dei piemontesi del proprio regno. Simile protesta era partita anche dal Vaticano per l’occupazione dei territori pontifici da parte del re di Sardegna.
Napoleone III aveva accolto favorevolmente la nota di protesta del re di Napoli inviando una flotta per impedire il blocco dalla parte del mare, ma i piemontesi e gli inglesi gli intimarono di tenere le navi lontane dalle acque di Gaeta. La città fu così costretta alla resa (13 febbraio 1861).
Ai reali napoletani non rimase che abbandonare le proprie terre insieme agli aristocratici rimasti fedeli, ai militari e a numerosi personaggi che, scegliendo una pericolosa avventura, si erano uniti ai belgi, austriaci, sassoni ed anche ad alcuni americani accorsi in aiuto delle truppe borboniche.

da Cultura Salentina del 31 gennaio 2012


Camillo Benso conte di Cavour






Massimo d'Azeglio



Enrico Cialdini









Francesco II in esilio a Roma




Assedio di Geta
Francesco II e Maria Sofia sugli spalti




mercoledì 8 febbraio 2012

Gaeta, XXI Convegno Nazionale

ATTENZIONE

Considerata la grave situazione della viabilità, soprattutto delle strade ed autostrade meridionali, e preso atto dell'allarme meteo diramato dalla Protezione Civile per il prossimo fine settimana, il previsto convegno, fissato per i giorni 10, 11 e 12 febbraio 2012, è stato spostato nei giorni 9, 10 ed 11 marzo 2012.
Coloro che avevano prenotato gli alberghi sono invitati a confermare o disdire per la nuova data entro e non oltre la fine di questa settimana. Ciò per consentire a chi prima non aveva trovato posto, di prenotare in tempo utile.
Vi terremo informati.

lunedì 6 febbraio 2012

Ci ritroveremo a Gaeta - XXI Convegno Nazionale



Nei giorni  10, 11 e 12  febbraio 2012
XXI  CONVEGNO
NAZIONALE TRADIZIONALISTA
della Fedelissima Città di Gaeta


----------------------------------------------------------------------------

Gaeta è un luogo caro ed importante per la nostra dignità di Popolo, il campo di battaglia dove un Esercito mortificato e infangato riscattò, con coraggio ed ardimento, il proprio onore scrivendo le più belle e gloriose pagine della nostra storia.
Gaeta è la città dove un Re Napoletano, dal cuore napoletano, assediato da terra e da mare dalla congiuntura atea-massonica internazionale, sacrificando il suo trono e mortificando la sua persona, volle lasciarci un forte messaggio di fede, speranza, pace e giustizia che adesso abbiamo il dovere e l'onore di raccogliere e diffondere a tutti coloro che si riconoscono quale figli di una Patria antica ed immortale.
Per ognuno di noi è un dovere raggiungere Gaeta in questa particolare circostanza, un atto necessario per ricordare e rinvigorire quegli stessi alti Ideali che hanno unito i nostri Martiri sugli spalti della gloriosa Fortezza fino all'estremo sacrificio della vita.

Raduniamoci a Gaeta, sotto la protezione dell'Immacolata Concezione e le preghiere di un Re cattolico, per ritrovarci da fratelli e figli della nostra Patria Napolitana che continua a vivere nelle nostre menti ed a pulsare nei nostri cuori.

  Cap. Alessandro Romano