mercoledì 14 dicembre 2011

LA SECESSIONE
CONSENSUALE
ovvero
DEMOCRATICA

L’indipendenza della “padania” ed il pericolo Neoborbonico


di
Alessandro Romano



Quella della secessione della “padania” è una questione che in questi giorni sta riempiendo più del solito le cronache italiane. Anche se finora l’argomento è stato utilizzato più come un ricatto, uno spauracchio che come una imminente realizzazione, qualcuno anche da Sud ha cominciato a dare segni di impazienza ed a manifestare apertamente di condividere la necessità di dividere il territorio dello Stato Italiano ricalcando a grosse linee gli antichi confini.
E fin qua, trattandosi di estemporanee esternazioni, di sogni e di teoriche aspirazioni, si resta nella normalità dei principi di libertà di pensiero e di espressione previsti dalla Costituzione dello Stato italiano a cui tutti, fino a prova contraria, siamo, nel bene e nel male, sottoposti.
Tuttavia, la classe dirigente che detiene saldamente le redini della cultura e della politica italiana, da qualche tempo ha lanciato l’allarme, sostenendo che ai minacciosi abbai di un isolato partito del nord ingordo, razzista, egoista ed ignorante, corrisponde un reale “pericolo” proveniente, nientemeno, da Sud rappresentato da un diffuso sentimento secessionista che affonda le proprie radici in una cultura ed in un’identità reali e non inventati.
Nell’incertezza e nei dubbi di questo dualismo, molti vorrebbero conoscere il pensiero proprio di chi, da anni, si batte per risollevare le sorti, non solo economiche, di una Terra gestita tutt’oggi da una classe dirigente sfacciatamente “nord-dipendente” e da questa sottomessa ad una soffocante colonizzazione economica e finanziaria e ad una vergognosa prostrazione politica e culturale.
Certo è che anche da Sud molti sono gli abbai, soprattutto e per fortuna da parte chi non è in grado di gestire nemmeno se stesso, ma altrettanto certo è che, effettivamente, è sempre più diffuso un risentimento verso uno Stato patrigno che per anni ha fatto l’elemosina alla parte conquistata solo affinché restasse nelle condizioni di miserrima sudditanza. Ciò non per pura cattiveria, ma per una concreta, anche se sleale, concorrenza commerciale. Una classe dirigente con le radici ben piantate al Nord e le “succursali” al Sud, con in mano da 150 anni il timone dello Stato e dell’economia alla faccia delle esigenze e delle aspirazioni di tutto il resto del Paese.
Ma a parte i “cani sciolti” che abbaiano alla luna, il resto del Sud meridionalista cosa ne pensa? E davvero messa in pericolo l’unità territoriale dello Stato Italiano?
Prima di dare una risposta, occorre necessariamente precisare che, a parte ciò che ulula la Lega, l’attuale Costituzione dello Stato italiano non consente alcun tipo di secessione, intesa come distacco politico ed amministrativo dalla corpo principale del Paese. Pertanto, nessuna legge né, tanto meno, nessuna deliberazione regionale o pluriregionale potrebbe prevedere la secessione di in uno o più pezzi dall’attuale Italia.
Se ciò avvenisse, all’atto della proclamazione di indipendenza, lo Stato sarebbe messo nelle condizioni di reagire per “difendere e tutelare” l’integrità territoriale imposta e difesa dalla Costituzione.
Non c’è bisogno di essere degli esperti per comprendere cosa possa significare “reagire”. Nella storia postunitaria, a parte la guerra di resistenza del Popolo Meridionale all’invasione piemontese ed alla ribellione siciliana del 1866, l’unica concreta azione secessionista, anche armata, fu quella messa in opera da Finocchiaro Aprile che, per questo, fu arrestato ed i militanti del suo movimento perseguiti nei tribunali. E’ da dire, però, che il grande seguito che il Movimento Indipendentista Siciliano ebbe, nonostante la severa reazione dello Stato, generò i suoi effetti che ancor oggi possiamo osservare nella pronunciata anche se, purtroppo in parte non applicata, autonomia siciliana.
Ed allora, finché di secessione ci si limita a parlare, restando nell’ambito delle millanterie venatorie, delle mitologie della pesca sportiva e delle ciarle da campi di bocce, niente accade, ma nel momento in cui si passa ad un dato di fatto e si attivano “iniziative atte a minacciare l’integrità della nazione”, il discorso cambia e notevolmente, essendo una grave violazione della Costituzione.
Qualche mese fa, alle intimazioni giunte dalla presidenza della Repubblica italiana circa la trita e ritrita “autodeterminazione dei popoli padani” ha reagito in modo insulso Calderoli, minacciando un non meglio identificato referendum per la secessione. Reazione che è stata prontamente redarguita da Lucio Villari che ha sottolineato: “Per la Costituzione non si può sottoporre a referendum l’indivisibilità della nazione”.
Alla luce di quanto ufficialmente dichiarato (e finora mai era successo), cosa adesso vorrebbero proporre “i saggi” della Lega? Muovere guerra a Roma?
Diceva Don Paolo Capobianco che di guerre ne abbiamo fatte fin troppe e tutte sistematicamente perdute, ora è il tempo della verità, del dibattito e della giustizia che si raggiungono solo con la pace e la concordia. E questo è diretto proprio a chi invoca una non meglio individuata indipendenza, sapendo di ingannare se stesso e gli altri.
Ed allora, nello specifico, come viene trattato questo argomento negli ambienti neoborbonici?
Idea condivisa è che se lo Stato Italiano non si deciderà in fretta a ridistribuire la “ricchezza nazionale reale” su tutto il territorio, si potrebbe innescare un processo centrifugo irreversibile della parte più povera del Paese tendente all’indipendenza ed alla dichiarazione politica dello “staus quo ante”. Tuttavia “riannodare il filo della storia” dove 150 anni fa fu spezzato a colpi di cannone e di tradimenti, sicuramente farebbe giustizia alla dignità ed alla memoria di un intero Popolo, è vero, ma allo stato attuale comporterebbe uno sconvolgimento tale da causare sacrifici di gran lunga maggiori delle attuali tragedie e non consentirebbe di ricolmare in tempi ragionevoli il gap economico e sociale generato dall’attuale classe dirigente, “ciuccia e venduta”, e gli enormi divari generati da 150 anni di malgoverno. Senza parlare delle mafie che, essendo le uniche ad essere organizzate e ad avere capitali disponibili, avrebbero campo libero.
Pertanto, se necessiterà giungere al punto di rottura definitivo, occorrerà percorrere prima una strada lunga, ma sicura, non certo “una rivoluzione” propriamente detta. Occorrerà prima ricostruire la coscienza identitaria del Popolo, infondere nelle nuove generazioni orgoglio e speranza e puntare, se necessario, ad una secessione democratica che avvenga dopo una modifica della Costituzione.
Quando un intero popolo, tenuto meccanicamente unito ad un altro opulento e prepotente, vuole definitivamente e coscientemente mettere termine ad una insostenibile separazione in casa che dura da 150 anni, può chiedere o l’unione vera, paritetica e definitiva (vedi la Germania) oppure il divorzio “consensuale” attraverso la modifica democratica della carta costituzionale.
Il nostro Popolo, potenzialmente, se vuole ha i numeri sufficienti per apportare una tale sostanziale modifica. La “padania”, regione relegata nei suoi inesistenti confini paludosi, no. Ecco perché, “secondo loro”, il vero pericolo viene solo da Sud.
I “padroni della politica” fra un po’ staranno di fronte ad un bivio: “Qua o si fa l’Italia (quella vera, e non più a due velocità) o si muore (senza le ricchezze del Sud che se ne va per i fatti suoi)”.
Altro che Lega, Bossi, Maroni “padania” ed autodeterminazione dei popoli: la vera minaccia per costoro siamo noi.
 


Conferenza a Napoli



NOVITÀ EDITORIALE


“La Gran Casa di Ruffo di Bagnara”



Venerdì 16 dicembre, alle ore 17.30, presso il Palazzo Ruffo, Piazza Dante n. 93 (Napoli- sede della Municipalità), presentazione del libro di Domenico Gioffrè "La Gran Casa dei Ruffo di Bagnara", Edizioni Altavilla, con l'autore e con Francesco Chirico (Presidente Municipalità), Gaetano Damiano (Archivio di Stato di Napoli), Francesco Gentile (moderatore) e Gennaro De Crescenzo.
Un testo fondamentale per conoscere meglio la storia di una famiglia che seppe rendere grandi le Calabrie, grazie alle appassionate e documentatissime ricerche di Gioffrè, fiero, giovane e promettente ricercatore calabrese.
Lo stesso libro, tra l'altro, è stato già presentato a Roma in Campidoglio ed è al centro di un interessante progetto di gemellaggio di 6 comuni calabresi e siciliani (a partire da Bagnara) legati alla famiglia Ruffo, anche grazie all’Associazione Capo Marturano e nel segno della riscoperta e della valorizzazione di radici comuni e storia e cultura locali, elementi più che mai necessari e urgenti soprattutto al Sud, negli ex territori del Regno delle Due Sicilie.
Invitiamo i nostri compatrioti e fratelli napoletani ad intervenire numerosi all’interessantissimo evento promosso da questo nostro validissimo giovane ricercatore.

Cap. Alessandro Romano














martedì 13 dicembre 2011

Conferenza a Telese



Siamo onorati di annunciare la conferenza che il nostro compatriota ed autorevole collaboratore redazionale, dott. Ubaldo Sterlicchio, terrà prossimamente a Telese.
 Un appuntamento da non perdere.







lunedì 12 dicembre 2011

L'ASSEDIO DI GAETA






In vista del tradizionale incontro che ci vedrà anche il prossimo anno a Gaeta nei giorni 11 e 12 febbraio 2012, diamo inizio alla trattazione dell'ultimo Assedio del 1860-61, i 102 giorni più tragici della Patria, diramando una recensione del prezioso libro di Gigi Di Fiore.

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Il racconto dell'assedio nel libro di Gigi Di Fiore
Risorgimento: Perchè Gaeta fu rasa al suolo dai Savoia.

di
Silvana Giuliano


Gaeta è un’elegante cittadina situata ai piedi di un promontorio roccioso, il Monte Orlando. Oggi vive soprattutto di pesca e turismo (la spiaggia di Serapo è fra le più eleganti del litorale laziale). Sono rimaste poche tracce di ciò che accadde durante l’assedio che la cittadina subì nel Risorgimento. Le nuove abitazioni le conferiscono un aspetto incantevole, sebbene sulle antiche mura siano visibili i segni delle cannonate e la memoria dei bombardamenti sia ancora viva fra gli abitanti. Fino al 1861, Gaeta rivestì un ruolo d’importanza militare nella difesa del Regno delle Due Sicilie. A Gaeta nel settembre del 1860, Francesco II di Borbone si era trasferito con i suoi fedelissimi, dopo aver lasciato la capitale. Non fu una fuga, ma una decisione strategico-militare, come si legge ne Gli Ultimi giorni di Gaeta: L’assedio che condannò l’Italia all’Unità, l’ultimo lavoro editoriale di Gigi Di Fiore, inviato de Il Mattino di Napoli. Il saggio, che si caratterizza per la ricchezza di particolari e di aneddoti, scorre con la piacevolezza di un romanzo, perché privo di forzature; i personaggi catturano l’attenzione del lettore perché parte attiva di episodi che l’autore descrive da cronista “in diretta dal fronte”. Tutta la storia è accuratamente documentata, secondo lo stile che caratterizza Di Fiore. L’autore riporta perfino il numero di colpi di mortaio sparati ogni giorno.
Centodue giorni durò l’assedio, dal 12 novembre 1860 al 13 febbraio 1861; quel che restava del Regno delle Due Sicilie era tutto lì, a Gaeta, piazzaforte e porto militare d’importanza strategica. Perché distruggere Gaeta? Gaeta dopo la battaglia del Volturno, rimase l’ultima importante roccaforte del Regno delle Due Sicilie. “Dentro le mura, in un fazzoletto di territorio, si trovavano riuniti l’esercito ancora fedele al re, i cittadini e tutti gli organi di uno Stato ancora riconosciuto dalle diplomazie europee. Spagna, Austria, Prussia, Russia, Sassonia e Stato Pontificio vi mantennero i loro rappresentanti diplomatici” fino al 19 gennaio del 1861. Lo storico incontro del 26 ottobre 1860 fra Garibaldi e Vittorio Emanuele II, avvenuto in località Ponte di San Cataldo, nei pressi di Vairano, o come asserisce  il Sindaco di Teano in località Ponte di San Nicola, aveva sancito la nascita del Regno d’Italia,  ma senza la conquista di Gaeta, la convocazione a Torino della prima seduta del Parlamento italiano non si sarebbe potuta tenere. All’esterno della piazzaforte era accampato l’esercito piemontese, all’interno i Gaetani pronti a difendere quanto era loro rimasto. Bombe devastanti scagliate dai moderni cannoni Cavalli a lunga gittata ed una terribile epidemia di tifo segnarono il destino della popolazione. Più di mille i militari napoletani morti, centinaia i civili. Quando, il 13 febbraio 1861, Francesco II di Borbone si arrese, con Gaeta cadeva anche l’ultimo ostacolo all’unità nazionale. “Abbiamo avuto conquistato alla causa l’efficacia dei cannoni Cavalli a lunga gittata” scrisse alla fine dell’assedio Enrico Cialdini generale dell’esercito piemontese. Venticinque milioni di lire, tanto costò l’assedio alla piazzaforte. Un avvenimento storico che, come scrive Di Fiore, nei libri scolastici non viene quasi mai menzionato, ma che costituì l’atto finale della guerra di conquista che chiamiamo “Unificazione”, visto con gli occhi dei vinti. Nel saggio rivivono alcuni grandi personaggi come Francesco II, la coraggiosa regina Maria Sofia, sorella della più celebre Sissi, il duca Caracciolo di San Vito, il capitano Ludovico Quandel, ma anche umili sconosciuti, il cui nome non sempre è fra gli elenchi dei caduti. E poi tutto quanto sta attorno ai fatti di guerra: i motivi economici e le trattative diplomatiche, fino alla richiesta di un risarcimento dovuto a Gaeta e mai corrisposto. I danni agli edifici, alle colture ed alle attività economiche furono stimati due milioni di lire, equivalenti a 220milioni di euro.  Di Fiore non priva d’importanza il processo di unificazione del Paese, né ancor meno denigra il Risorgimento attraverso un processo “revisionistico”, bensì, come ha già fatto in altri saggi, lo rivaluta, considerandolo un atto fondamentale della storia d’Italia, pur con tutti gli errori che accompagnano le grandi svolte storiche.



La verità storica in Teatro

Nello sforzo di affermare una identità ed una matrice culturale comune, l’Associazione Culturale Tre Sicilie invita gli iscritti della Rete ad assistere alla rielaborazione teatrale degli eventi che hanno segnato la creazione del Regno d’Italia sotto i Savoia.
In questo spettacolo la spedizione dei Mille non è più l'atto eroico descritto nei libri di storia, ma l'invasione di un popolo omogeneo, autosufficiente e autoctono: quello dei Duo-Siciliani.
Che la colonizzazione di allora sia l'origine di quella attuale?






domenica 11 dicembre 2011

Ancora sui Regi Lagni





La vera storia di un fiume che, da fonte di ricchezza e prosperità, diviene una fogna a cielo aperto.

di 
Ciro Teodonno



La cronaca è fatta così, le notizie hanno bisogno d’essere fresche e per lo più originali per essere vendute. Per questo vengono proposte e riproposte finché non diventano stantie e passano in secondo piano, per poi sparire del tutto fino alla prossima ondata emozionale.
Così accade nel nostro paese per quel che concerne il dissesto idrogeologico. Ormai le vittime settimanali per lo straripamento di un alveo o, come si dice oggi, per l’esondazione, di un fiume stagionale, quasi non fanno più notizia, in particolare se queste sono del sud, dove la tragedia ce la portiamo nei cromosomi e lambisce appena la cronaca nazionale. Così come i morti sulle strade e quelli sul lavoro anche le vittime della natura martoriata passano in secondo ordine, quasi che il ciclico riproporsi di quelle morti non faccia più notizia, la tedia enumerazione di quelle anime, per il mercato della notizia e forse per quello della politica non fanno più testo ed è meglio accantonarle, a meno che non sia un ecatombe e in particolar modo nel ricco e avanzato nord!
Per dimostrare che non si è facili agli etnici piagnistei facciamo quello che ci compete come informatori e cerchiamo di capire e trasmettere la nostra realtà territoriale e le vicende che l’assillano, per cui continuiamo il nostro viaggio lungo le acque campane per scendere a valle dei lagni vesuviani e conoscere la grande opera di irreggimentazione delle acque, meglio conosciuta come Regi Lagni. Anche stavolta il nostro interlocutore è l’esperto Eugenio Frollo che ci guida in un excursus storico, geografico e politico di questo vero e proprio fiume dell’ager campanus.
Cominciamo a parlare dei Regi Lagni dal punto di vista tecnico.«I Regi Lagni non sono altro che un’enorme, grandissima linea di compluvio dei suoli della Pianura Campana. Ha origine nella zona di Nola, più precisamente nei monti di Avella, poi, con un percorso dettato dalle caratteristiche naturali del territorio, percorre la piana a sud di Acerra fino al mare nei pressi di Castel Volturno. Il primo intervento, del tipo che oggi definiremmo di messa in sicurezza, fu quello attuato per l’antico fiume Clanio, ad opera di Domenico Fontana, nella seconda meta del XVI secolo (l’opera fu portata a compimento dal figlio di questo, Giulio Cesare Fontana nel 1616, ndr.).
Era questo purtroppo un fiume che non poteva avere una portata che garantisse un margine di sicurezza, furono così necessari alcuni interventi per trasformarlo in un canale, una modifica rispettosa del corso del fiume. Non solo, ne fu migliorato l’assetto ma furono anche creati dei canali secondari. Innanzitutto, il canale principale aveva un controfosso a destra e uno a sinistra del suo corso, per il contenimento di un’eventuale piena stagionale. Una fittissima rete di canali portava poi l’irrigazione fino ad Acerra, a Frignano e Capua. Per un altro grande intervento dobbiamo attendere gli anni ’70 del secolo scorso con l’intervento della Cassa del Mezzogiorno. Questa, non sapendo che farsene dei soldi, decide di cementificare i Regi Lagni.
Il canale viene trasformato in una sorta di trapezio rovesciato. Abbiamo già detto che il cemento in questo tipo di opere è un corpo estraneo, non ha un’integrazione molto felice anche se, visti i livelli di inquinamento presenti nella zona negli ultimi anni, forse vi possiamo trovare anche un effetto positivo! L’impermeabilizzazione data dal cemento potrebbe aver evitato un eccesso di penetrazione nel suolo di sostanze tossiche! Negli ultimi anni infine si è risvegliato un certo interesse per i Regi Lagni, con un diverso impegno da parte dell’ente che ne ha la gestione, il Consorzio Generale di Bonifica del Volturno Inferiore, ma anche da una serie di figure della politica che hanno deciso di collaborare e mettere nel bilancio regionale una serie di somme finalizzate al ripristino dei Regi Lagni.
Dopodiché s’è formata l’Agenda 21, il contratto di fiume per i Regi Lagni e che raccoglie oltre cento associazioni dette portatori di interesse. Questo confronto continuo ha portato avanti il dialogo, con una serie di azioni, idee, proposte che oltre a risvegliare l’interesse, dal punto di vista della comunicazione, cerca di far capire cosa sono e cosa possono diventare i Regi Lagni; si stanno elaborando una serie di proposte».
Parliamo ora dell’aspetto politico sociale dei Regi Lagni.«I Regi Lagni rappresentano la somma di una serie di problemi politico sociali presenti in questa parte della Campania. A monte di tutto questo, io so che lo smaltimento di sostanze tossiche, secondo le norme, costa tantissimo; lo smaltimento illegale costa la decima parte. Se vuoi bloccare l’illegalità devi spezzare il giro economico che c’è dietro! Devi quindi permettere che i costi della legalità siano abbordabili! Il primo passo da fare è quello di rivedere tutte le norme per lo smaltimento dei rifiuti tossici, quelle che ti obbligano a prassi burocratiche lunghissime e costosissime, rendendo complicata quest’operazione. Contrariamente, non ci sarebbe nessun interesse da parte della malavita nel fare azioni parallele illegali».
Evidentemente non c’è neanche la volontà politica di fare tutto ciò! Perché se un politico non fa una cosa, due sono i motivi, uno è l’ignoranza, che certo onore non gli fa e l’altra è la connivenza con certi poteri …«Infatti, secondo me questo sta a monte di tutto, e glielo posso anche confermare! Un mio amico, dirigente ARPAC, decise di investire dei soldi che aveva a disposizione per bonificare un piccolo tratto dei Regi Lagni, per vedere cosa succedeva! Dopo una settimana, tutto era tornato come prima!».
Un po’ come accade sulla Statale 268 …«Sì, praticamente hai fatto solo spazio!».
Ma torniamo ai Regi Lagni …«Sì, parliamo di numeri, che sono alti! Il suo bacino idrografico si estende per circa 300 chilometri quadrati. Se consideriamo l’asse idraulico principale, sono all’incirca 57 chilometri; attraversa 23 comuni …».
Sono previsti interventi su quest’area?«Una volta rimosse le cause dello scempio, un intervento solo di pulizia non basterebbe. In realtà si prevede anche un intervento per facilitare la fruizione antropica, vialetti, staccionate, alberature, piste ciclabili, come se fosse un vero e proprio fiume. Un meraviglioso fiume in una meravigliosa pianura!».
Quanto costerebbe questo sogno?«Ho stimato che, per fare solo questo, i costi si dovrebbero aggirare intorno al milione di euro a chilometro. Moltiplicato per 57, solo la pulizia e la vivibilità costerebbe cinquantasette milioni di euro. Come cifra sarebbe ideale come investimento sull’ambiente, porterebbe un indotto straordinario. Il fatto stesso di intraprendere un discorso serio sull’irrigazione potrebbe favorire le cooperative di agricoltori, quelle bufaline … tutto un indotto che rivivrebbe, ma non a livello assistenziale ma a livello di grande ripresa».


venerdì 9 dicembre 2011

La tragica impresa di Josè Borges






L’8 dicembre del 1861, 150 anni fa, a Tagliacozzo venne assassinato, insieme ai suoi soldati, il Comandante Legittimista José Borges, magnifico esempio di uomo giusto e di ufficiale capace e leale, determinato nella Fede e coraggioso nell’Ideale Legittimista.
Stava risalendo dalla Basilicata, seguendo un percorso elusivamente montano al fine di evitare le truppe piemontesi, per raggiungere re Francesco II in esilio a Roma, al quale avrebbe voluto rimettere l’incarico di capeggiare la riconquista del Regno ed al quale si proponeva di restituire, a conferma della sua profonda onestà e lealtà, il denaro affidatogli per organizzare la resistenza nel meridione.
Dopo una marcia difficile ed estenuante nella neve, tra monti e valle impervie, a pochi chilometri dal confine che lo separava dallo Stato della Chiesa Borges venne intercettato e circondato dai bersaglieri al comando del capitano Franchini. Dopo un accanito e cruento scontro a fuoco nei pressi della cascina Mastroddi, in località Luppa, nel comune di Sante Marie, dove stava passando la notte insieme ai suoi fedelissimi compagni di sventura, si arrese con le modalità della cavalleria militare.
Ma lo spirito che animava la soldataglia piemontese, venuta a depredare ed a sottomettere, era molto distante dai principi cavallereschi e di rispetto per i prigionieri. Violando le stesse disposizioni dei suoi superiori, impossessatosi del denaro del generale Borges, Franchini lo fece fucilare insieme a tutti i prigionieri e comandò di bruciarne i corpi, i documenti e gli indumenti.
Questo è in breve quanto accadde in quel fatidico 8 dicembre del 1861.
Molto si è scritto sulla vicenda di Josè Borges e della sua squadra, ma ad oggi l’opera più completa, la più ricca di documentazione e di riferimenti di archivio, è il libro scritto dal nostro amico, prezioso componente del nostro Comitato organizzatore, il compatriota Fulvio D’Amore.
Affidiamo a questo nostro rigoroso ricercatore il racconto dell’epilogo della tragica vicenda, estrapolando alcuni brani dalla sua recente ed importante pubblicazione “Uccidete Josè Borjés”, edito “Controcorrente”.

Cap. Alessandro Romano



Josè Borges in divisa da generale catalano

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