lunedì 10 dicembre 2012

Re Savoia costituzionale? Ma mi faccia il piacere!




Che cos’è la democrazia?

di

Ubaldo Sterlicchio



È una domanda molto interessante, alla quale però occorre dare un’adeguata e coerente risposta.
In base al suo significato etimologico, la democrazia, vocabolo derivante dal greco e composto dai termini dèmos [popolo] e kràtos [forza, governo], è quella forma di gestione della cosa pubblica alla quale partecipano, direttamente o indirettamente, tutti i cittadini.
Le forme di «democrazia diretta» erano possibili nelle città-stato dell’antica Grecia, nell’antica Roma repubblicana, nei comuni medioevali. In età moderna, invece, sono realizzabili solamente forme di «democrazia indiretta», in considerazione dell’elevata consistenza numerica del démos.
Oggi, nell’ordinamento giuridico italiano, l’unico istituto superstite di democrazia diretta è il referendum abrogativo, previsto e disciplinato dall’articolo 75 della Costituzione repubblicana. Esso, quantunque soggetto a molteplici limitazioni formali e sostanziali,(1) consente al popolo di deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge. Il 2 giugno 1946, inoltre, il popolo italiano fu chiamato, una tantum [per una volta soltanto], ad esprimersi per scegliere, attraverso il referendum istituzionale, la forma dello Stato fra quella monarchica e quella repubblicana.
È bene puntualizzare, però, che la democrazia non si realizza affatto con l’arido atto formale di depositare, in un’urna, una scheda sulla quale “eventualmente” sia stato segnato un simbolo e/o siano state espresse delle preferenze. Parimenti, la democrazia non si realizza neppure attraverso il conferimento di una «delega in bianco» ad un rappresentante del popolo, impunemente libero, poi, di disattendere gli impegni assunti e di non tener fede alle promesse fatte durante la campagna elettorale o, comunque, di non tutelare gli interessi del démos. Questa è, in realtà, solo una pseudo-democrazia, che si traduce in una presa in giro ai danni dello stesso popolo.
Ciò premesso, vorrei qui proporre una chiave di lettura alquanto differente da quella solita, che tenga conto soprattutto degli aspetti «sostanziali», piuttosto che di quelli puramente «formali».
Io credo che la democrazia, indipendentemente dal tipo di Stato e dalla forma di Governo, consista nel dare concretamente voce al popolo, nell’ascoltarlo, nel recepirne le istanze, nel soddisfarne le esigenze ed i bisogni, nonché nell’assicurargli senza eccezione alcuna una vita dignitosa. La democrazia si realizza mantenendo un sincero rispetto verso il popolo, salvaguardandone gli interessi e non conculcando i suoi diritti, onde garantirgli il maggior benessere possibile.
Non è democratico, quindi, uno Stato che non solo non si ponga e non realizzi tali obiettivi, ma che tiranneggi il popolo, procurandogli gratuite sofferenze, inutili sacrifici od arbitrarie privazioni di varia natura; che gli imponga un fisco gravoso, vessatorio, ingiusto; che reprima le sue legittime aspirazioni o rivendicazioni, attraverso la menzogna, l’inganno e/o la violenza (non esclusa quella morale o psicologica), con l’impiego di mezzi di coazione fisica, fino all’utilizzo delle armi.
Non è, inoltre, democratico un regime che attui una politica militarista e guerrafondaia, al fine di soddisfare le proprie brame egemoniche, di potere, di conquista coloniale o di espansione territoriale e che, pertanto, mandi a morire i figli del popolo in terra straniera, il più delle volte ipocritamente mascherando le guerre di aggressione come interventi armati per garantire la libertà di altri popoli, o come «missioni di pace» ed «umanitarie», ovvero ricorrendo al risibile pretesto di esportare – ahimè! – proprio la democrazia. In questo caso, l’antidemocraticità di un governo che agisca in tal modo sortisce guasti in misura doppia, perché qualsivoglia azione bellica, oltre ad essere condotta in danno di un «altro popolo», comporta sempre degli alti costi, in termini di sofferenze e di vite umane, anche per il «proprio popolo».
Chiarissima è a tale riguardo, in piena concordanza con la testé enunciata nozione di democrazia, la Carta Costituzionale della Repubblica italiana, allorquando, all’articolo 11, sancisce che: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».
Alla luce di quanto detto, è lapalissiano che solo ed unicamente una «guerra difensiva» non contrasta con i princìpi della democrazia; anzi, la difesa militare diventa, in questo caso, un dovere imprescindibile, proprio per tutelare e garantire i diritti dello stesso popolo aggredito.
Non è, infine, conforme ai princìpi della democrazia la «cessione di parti di Sovranità», trattandosi di un atto illecito, illegale, illegittimo ed incostituzionale. Infatti, in virtù dell’articolo 1, comma 2, della già citata Carta Costituzionale, «La Sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione»; pertanto, solo il Popolo è legittimato a delegarla ai suoi rappresentanti regolarmente eletti. Questi ultimi, in virtù del principio giuridico in base al quale: «delegatus non potest delegari», qualora sub-deleghino una qualsivoglia parte della Sovranità popolare, della quale sono democraticamente divenuti depositari e garanti, si rendono responsabili di una grave violazione per «manifesta incostituzionalità». Nessun popolo, infatti, è più sovrano, se non può più decidere della sua Sovranità; la qual cosa costituisce, peraltro, un formidabile preludio di pericolose derive totalitarie.
Ricapitolando: è conforme alla democrazia tutto ciò che viene fatto in favore del popolo, è antidemocratico tutto ciò che può danneggiare il popolo.
Volgiamo ora un breve sguardo diacronico alla storia d’Italia degli ultimi due secoli.
Alla luce di quanto premesso, possiamo, senza tema di smentita, affermare che, nell’Italia pre-unitaria, non furono affatto democratici i promotori delle varie «repubbliche giacobine» filo-francesi, che sorsero nel contesto delle invasioni napoleoniche.(2) Essi, infatti, non solo instaurarono, contro la volontà popolare, delle feroci «dittature oligarchiche», ma, in qualità di «collaborazionisti dello straniero invasore», rivolsero anche le armi contro le popolazioni della Penisola, provocando enormi bagni di sangue in danno dei propri connazionali.(3)
Successivamente, democratici non furono nemmeno i parlamenti ed i governi sedicenti «liberali», piemontesi prima ed italiani dopo, artefici del c.d. risorgimento. In primo luogo, perché essi erano espressione di un’esigua minoranza di borghesi, militari e nobili, che costituiva appena l’1% dell’intera popolazione;(4) si trattò, in realtà, di una «democrazia teorica», falsa ed esistente solo sulla carta, concretandosi, in tal modo, la più classica espressione del c.d. «totalitarismo d’élite».(5) Infatti, nel Regno sardo prima e nel Regno d’Italia poi, la classe dirigente, che si autodefiniva «liberale», si comportò in maniera dispotica, negando alle masse popolari il diritto ad essere rappresentate, ascoltate, tutelate.(6) In secondo luogo, perché i governi italo-piemontesi del 1860 e degli anni successivi, soprattutto con l’invasione e con l’annessione del Regno delle Due Sicilie, inaugurarono una stagione di terrore e di sangue, ponendo in atto una spietata repressione; furono massacrate centinaia di migliaia di figli del popolo duosiciliano e furono rasi al suolo ben 84 paesi del Sud d’Italia. Queste efferatezze sono semplicisticamente passate alla storia con l’ingannevole definizione di «lotta al brigantaggio», mentre innumerevoli furono le fucilazioni, indiscriminate e senza processo, di ex militari borbonici, popolani e contadini meridionali. Ci fu la più totale negazione della democrazia! Ed, a  tale riguardo Antonio Gramsci, molto crudamente, puntualizzò: «Fino all’avvento della Sinistra al potere, lo Stato italiano ha dato il suffragio solo alla classe proprietaria, è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di “briganti”».(7)
Non furono democratici nemmeno i governi dell’Italietta sabauda, nell’armare la mano del generale Fiorenzo Bava Beccaris, nel trascinare il Paese nelle patetiche avventure coloniali e nelle sanguinosissime guerre mondiali, nell’avvalersi ripetutamente degli stati d’assedio, nell’applicare con estrema leggerezza la legge marziale, nell’attuare feroci repressioni contro il popolo.
Non solo durante il periodo risorgimentale, ma anche dopo la stessa unità d’Italia, furono conculcate molte libertà del popolo italiano, quali quella politica all’autodeterminazione ed alla libera scelta dei propri governanti, quella di espressione, quella di associazione, quella di stampa e, soprattutto, quella religiosa dei cattolici.(8)
Riguardo, poi, ai cosiddetti «plebisciti di annessione» degli antichi Stati pre-unitari al Regno di Sardegna, è oramai acclarato e ben documentato che si trattò di consultazioni-farsa, la cui legittimità fu inficiata in toto, non solo per il clima di intimidazioni e di violenze in cui si svolsero, ma anche per i risaputi brogli dai quali furono caratterizzati.(9)
Un pietosissimo velo deve essere steso anche sui referendum abrogativi indetti nell’Italia repubblicana, molti dei quali si sono rivelati inutili, vuoi perché invalidi a causa del mancato raggiungimento dei relativi quorum, vuoi perché i responsi popolari (ad esempio, quello sul finanziamento pubblico ai partiti politici o quello sulla responsabilità civile dei magistrati) sono stati successivamente disattesi attraverso molteplici sotterfugi ben noti a tutti gli italiani e sui quali, in questa sede, reputo superfluo soffermarmi. Una vera e propria presa in giro!
Non credo che possano, infine, ritenersi democratici quei regimi che non amministrino con onestà la cosa pubblica, ignorando quel principio cardine di buon governo, immortalato dal brocardo latino: «obliti privatorum, publica curate [dimentichi dei privati interessi, occupatevi degli affari dello Stato]»; che non assicurino l’efficienza e l’imparzialità della giustizia, tanto quella penale, quanto quella civile e quella amministrativa; ovvero quei governi che, nell’odierno mondo globalizzato, attraverso l’uso di strumenti ancora più subdoli di quelli impiegati in passato, come l’indulgenza legislativa verso l’usura bancaria, non disgiunta da una contestuale iniqua tassazione, soffochino l’economia di un Paese, spingano al fallimento le attività economico-produttive e generino, di conseguenza, elevati livelli di disoccupazione, tanto da indurre al suicidio padri di famiglia e figli del popolo, ormai privati di ogni benché minimo mezzo di sostentamento.
Alla luce della chiave di lettura fin qui utilizzata, ritengo che nel nostro Sud, prima dell’unità d’Italia, in luogo di una banale ed inutile democrazia puramente «formale», esistesse una «democrazia sostanziale», di fatto. Vediamo perché.
Cominciamo col dire che il Regno delle Due Sicilie era uno Stato legittimo e sovrano, che nei 730 anni della propria storia non aveva mai nutrito mire espansionistiche e che, quindi, non aveva mai aggredito o minacciato nessuno. Pertanto, i figli del popolo duosiciliano non erano mai stati mandati a morire in alcuna guerra di conquista. Esso, al contrario, ha solamente subito infami e sanguinose aggressioni!
Lo storico Giacinto de’ Sivo,(10) testimone coevo, ci informa che nella società delle Due Sicilie «…la vita lieta e a buon mercato, piena di ricreazioni e godimenti era; chi non si impicciava di sette era civilmente liberissimo, e poteva far quello che voleva (…); qui tenui le statistiche dei delitti: raro l’omicidio, pochi i poveri, la fame quasi male ignoto; la carità religiosa e privata, comunale e governativa provvedeva; non carta moneta, tutto oro e argento, poche tasse, poche privazioni, con poco si godeva tutto. Facile il lavoro, lieve il prezzo, molte feste popolari, rispetto ai gentiluomini, giustizia, tutela, sicurezza per tutti, ordine sempre. Nella somma delle cose il reame era il meglio felice del mondo; e quanti vi arrivavano stranieri si arricchivano, e i più restavano. La popolazione in quarant’anni crebbe d’un quarto».(11)
Ebbene, in tutta franchezza, confesso che io preferisco senz’altro una siffatta forma di governo, poiché la giudico molto più democratica dei sedicenti «regimi democratici» che l’Italia unita ha avuto durante gli ultimi 151 anni della sua storia; e, meno che meno, gradisco quella attuale!
Ma, poiché qualcuno potrebbe ovviamente obiettare che Giacinto de’ Sivo era un filo-borbonico, reputo opportuno ricordare anche le illuminanti parole di un’autorevole personalità del tutto aliena da simpatie borboniche, ma senz’altro intellettualmente onesta, il liberale Francesco Saverio Nitti.(12) Lo statista, in merito al governo dei re Borbone, affermò che essi miravano «...ad assicurare la maggiore prosperità possibile al popolo (...) non si contentavano se non di contentare il popolo (...) bisognava leggere le istruzioni agli intendenti [i prefetti di oggi, n.d.r.] delle province, ai commissari demaniali, agli agenti del fisco per sentire che la monarchia cercava basarsi sull’amore delle classi popolari. Il re stesso scriveva agli intendenti di ascoltare chiunque del popolo; li ammoniva di non fidarsi delle persone più potenti; li incitava a soddisfare con ogni amore i bisogni delle popolazioni».(13)
Lo stesso Nitti ci fornisce, inoltre, una fulgida attestazione di gratitudine e di attaccamento del popolo meridionale alla Dinastia borbonica, riferendo che: «Le masse popolari delle Due Sicilie, da Ferdinando IV in qua, tutte le volte che han dovuto scegliere tra la monarchia napoletana e la straniera, tra il re e i liberali, sono state sempre per il re: il ’99, il ’20, il ’48, il ’60, le classi popolari sono state per la monarchia borbonica e per il re».(14)
Ed è fin troppo chiaro che le motivazioni a supporto dell’atteggiamento delle «masse popolari delle Due Sicilie», nelle scelte rilevate da Francesco Saverio Nitti, sono racchiuse proprio nel buon sistema sociale, politico ed economico in cui vivevano le popolazioni del Meridione d’Italia; queste condizioni di vita, così ben descritte dal summenzionato Giacinto de’ Sivo, sono indice inequivocabile del «reciproco rispetto» fra governanti e governati, che costituisce un valore fondamentale ed irrinunciabile nelle più autentiche forme di democrazia.
A ragion veduta, quindi, lo storico inglese Bolton King (1860-1937) affermò che «nessuno Stato in Italia poteva vantare istituzioni così progredite come quelle del Regno delle Due Sicilie».(15)
Ma c’è di più. Oltre alle direttive impartite ai responsabili della pubblica Amministrazione del Regno, lo stesso re Ferdinando II usava normalmente tenere «udienza privata» nel Palazzo reale di Napoli per due volte al mese. Chiunque del popolo poteva farne richiesta, venendo quindi inserito in una lista compilata dal c.d. «usciere maggiore», fino a che non si fosse raggiunto il numero massimo di sessanta persone al dì. Nel giorno loro assegnato, i convenuti affluivano nella Reggia e, dopo aver atteso il proprio turno nella gran sala [precisamente il salone che, all’epoca, era arredato con le due grandi tele del pittore romano Vincenzo Camuccini (1771-1844), raffiguranti rispettivamente la morte di Cesare e la morte di Virginia],(16) venivano ricevuti dal Sovrano. Entravano prima le donne e poi gli uomini, mentre i militari accedevano da ultimi, poiché per loro era più facile poter conferire con il re, disponendo di ulteriori opportunità presso gli acquartieramenti e nei campi d’arme.(17)
Non mi risulta che altrettanto abbiano fatto i sedicenti «costituzionali» re Savoia o facciano gli attuali presidenti della Repubblica italiana!

___________________


Note:

1 Le limitazioni formali consistono nella necessità, affinché il referendum possa essere indetto, che la relativa richiesta venga avanzata da 500.000 elettori, oppure da 5 Consigli regionali (art. 75, comma 1, Cost.) e nella necessità, ai fini della validità della consultazione referendaria stessa, che vengano assicurati i seguenti quorum: a) partecipazione della maggioranza degli aventi diritto; b) raggiungimento della maggioranza dei voti validamente espressi (art. 75, comma 4, Cost.). Le limitazioni sostanziali riguardano invece le materie, in quanto sono escluse dal referendum popolare abrogativo le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, nonché di autorizzazione a ratificare trattati internazionali (art. 75, comma 2, Cost.).

2 Durante l’invasione francese della Penisola, molti furono i movimenti popolari che spontaneamente insorsero in Italia contro tale aggressione: tra i più noti e rilevanti, rammentiamo i «Viva Maria» in Toscana e le «Pasque Veronesi» nel Veneto. Cfr. Massimo Viglione, “La Vandea italiana”, Effedieffe, Milano, 1996.

3 In particolare, a Napoli, nei giorni 21, 22 e 23 gennaio 1799, mentre l’intera città combatteva e moriva contro le truppe francesi, i giacobini, asserragliatisi in Castel Sant’Elmo, cannoneggiarono vigliaccamente alle spalle il popolo, provocando un bagno di sangue fra la propria gente, come peraltro testimoniò lo stesso generale Jean Antoine Championnet, comandante in capo dell’Armata francese. Dopo tre giorni di feroci combattimenti, i francesi furono padroni della città disseminata di cadaveri: si contarono 2.000 morti tra le fila degli invasori francesi e ben 10.000 fra i napoletani. Cfr. Gustavo Rinaldi, “1799 la Repubblica dei traditori. Il popolo del Regno di Napoli contro gli invasori francesi e i loro lacchè giacobini”, Grimaldi & C., Napoli 1999, pag. 38. Inoltre, durante i 5 mesi della c.d. repubblica (fantoccio) partenopea, furono massacrati dai franco-giacobini oltre 60.000 regnicoli, come ebbe a testimoniare il generale francese Paul Thiébault nelle sue Memorie. Cfr. Paul Thiébault, “Mémoires du Géneral P.Thiébault”, Paris, 1894, vol. II. pagg. 324-325; in Gustavo Rinaldi, “1799...”, op. cit., in nota 6, pagg. 38-39.

4 In virtù della legge elettorale piemontese del 1848, gli aventi diritto al voto (per censo o per nascita) erano appena 418.696 persone su 21.776.953 abitanti, pari all’1,9% dell’intera popolazione. Alle prime elezioni politiche per la formazione del nuovo Parlamento piemontese allargato all’Italia (le consultazioni si svolsero il 27 gennaio 1861, prima che il 17 marzo dello stesso anno fosse proclamato il Regno d’Italia), i votanti furono 239.583, pari al 57% degli aventi diritto e, quindi, circa l’1% della popolazione. Cfr. Gerlando Lentini, “La bugia risorgimentale”, il Cerchio, Rimini, 1999, pagg. 31-32.

5 Angela Pellicciari, “L’altro risorgimento. Una guerra di religione dimenticata”, Ares, Milano, 2011, pag. 87.

6 Camillo Benso conte di Cavour, nel Senato subalpino, al maresciallo Vittorio Della Torre, che gli rinfacciava l’avversione della popolazione ai provvedimenti anticattolici della soppressione degli Ordini religiosi e della confisca dei loro beni, candidamente rispose: «Io, in verità, non mi sarei aspettato di vedere invocata dall’onorevole maresciallo l’opinione di persone, di masse, che non sono e non possono essere legalmente rappresentate». Il sedicente liberale Cavour, presidente del Consiglio del Regno sabaudo – Stato che riteneva di essere moralmente migliore degli altri Stati italiani, perché asseritamente rispettoso della libertà dei propri cittadini – non provò vergogna nell’ammettere che la libertà che aveva in mente valeva per i soli liberali. Cavour pensava ed affermava che l’opinione della stragrande maggioranza della popolazione (vale a dire della massa cattolica), che per semplici motivi di censo non aveva diritto al voto, non contava nulla per definizione. Cfr. Angela Pellicciari, “L’altro risorgimento”, op. cit., pagg. 136-137.

7 Antonio Gramsci, “L’Ordine Nuovo” del 1920, Giulio Einaudi Editore.

8 Angela Pellicciari, “L’altro risorgimento”, op. cit., nonché “Risorgimento da riscrivere. Liberali & massoni contro la Chiesa”, Ares, Milano, 1998.

9 Il plebiscito-farsa che ci interessa più da vicino fu quello svoltosi nell’Italia meridionale il 21 ottobre 1860. Gli stessi ambasciatori di Francia ed Inghilterra (potenze favorevoli all’annessione delle Due Sicilie al Regno piemontese) ne presero le distanze. Sir Henry Elliot, ministro inglese a Napoli, osservò che: «a Napoli vogliono l’autonomia, ma sono costretti a votare l’annessione». Giacinto de’ Sivo testimoniò che: «per tutta la città, garibaldini e camorristi prelevavano i cittadini e li portavano al voto. In ogni seggio vi erano due urne (una per il SI ed una per il NO) e, quando capitava che qualche impudente osava preferire la cartella del NO, provava il bastone ed il coltello». Filippo Curletti, agente segreto di Cavour, nel suo diario ci rivela che: «...pel voto di annessione, un piccolo numero di elettori si presentò a prendervi parte, ma al momento della chiusura delle urne, noi vi gettammo dentro i biglietti, naturalmente in senso piemontese, di quelli che si erano astenuti; non tutti peraltro, ciò si intende; noi ne lasciavamo da parte qualche centinajo o qualche migliajo, secondo la popolazione del collegio. Bisognava bene salvare le apparenze, almeno in faccia all’estero, perché all’interno sapevamo a quale espediente attenerci. (...) Anche prima dell’apertura del voto, carabinieri ed agenti di polizia travestiti ingombravano le sale dello scrutinio e l’ingresso alle medesime. Era sempre fra di loro che sceglievamo il presidente dell’uffizio e gli scrutatori. Noi non eravamo quindi molestati da questo lato. In certi collegi questa introduzione di massa nell’urna dei biglietti degli agenti (noi chiamavamo ciò “completare il voto”) si fece con tale sicurezza e con così poca attenzione, che lo spoglio dello scrutinio diede più votanti che elettori inscritti. Vi si rimediò facilmente con una rettificazione nel processo verbale». Cfr. Filippo Curletti, “La verità sugli uomini e sulle cose del Regno d’Italia. Rivelazioni di J.A. agente segreto del conte Cavour”, a cura di Elena Bianchini Braglia, Terra e Identità, Modena, 2005, pag. 51-52.

10 Giacinto de’ Sivo (1814-1867), scrittore e storico napoletano, fu arrestato più volte dopo la proclamazione del nuovo Stato italiano e pagò anche con l'esilio la sua fedeltà alla verità storica.

11Giacinto de’ Sivo, “Storia delle Due Sicilie, dal 1847 al 1861”, Berisio, Napoli, 1964.

12 Francesco Saverio Nitti (1868-1953), uomo politico ed economista, fu Presidente del Consiglio del Regno d'Italia dal 23 giugno 1919 al 15 giugno 1920.

13 Francesco Saverio Nitti, “Scritti sulla questione meridionale”, Laterza, Bari, 1958, pagg. 27-32; in Gennaro De Crescenzo, “Ferdinando II di Borbone”, il Giglio, Napoli, 2009, pag. 51.

14 Francesco Saverio Nitti, “Nord e Sud”, Calice Editori, Rionero in Vulture (PZ), 1983, pag. 22.

15 Doctor J., “Diritto e carceri nelle Due Sicilie”, in http://www.frontemeridionalista.net, 4 gennaio 2011.

16 Nel 1864, queste tele furono trasferite presso la Reggia di Capodimonte, ove Annibale Sacco riordinò la Pinacoteca dello stesso Palazzo.

17 Mariano D’Ayala, “La vita del re di Napoli Ferdinando II”, Tipografia V. Steffenone, Camandona e C., Torino, 1856, pag. 31.





sabato 8 dicembre 2012

Festa dell'Immacolata Concezione




8 DICEMBRE
FESTIVITÀ
DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE
E
FESTA NAZIONALE
DEL REGNO DELLE DUE SICILIE






Il giorno dell’Immacolata Concezione è Festa Nazionale per tutti coloro che credono nella Patria Napolitana.
In questa ricorrenza si espone la Bandiera Nazionale e si ricordano le virtù e le verità di una Terra dedicata alla madre del Signore, nostra avvocata e protettrice speciale.

Molte storie si intrecciano sul Dogma che Papa San Pio IX proclamò proprio da Gaeta dove, esule dalla violenza massonico-giacobina, vi si rifugiò ospite del grande Re Ferdinando II.
Un velo di mistero copre ancora alcune di quelle lunghe giornate gaetane del Papa e molti raccontano di una Visione Celeste che Egli ebbe, non solo in merito al Dogma, ma anche su cosa sarebbe poi accaduto al Regno delle Due Sicilie ed al potere temporale della Chiesa.
A noi restano poche testimonianze documentali, gli studi di alcuni nostri attenti compatrioti, di cui ne riportiamo il più esauriente, ed una riflessione del nostro sempre compianto Don Paolo Capobianco.
A tutti voi una buona festività e l’invito a pregare la Mamma Celeste affinché ascolti le invocazioni di una Terra sempre più devastata e di un Popolo sempre più derelitto ed offeso.      

Cap. Alessandro Romano






Gaeta
l’Immacolata Concezione e Pio IX

     

Sui nove mesi, nove giorni e nove ore passati a Gaeta da Papa Pio IX si sono dette e scritte molte cose.  Tra esse molto spazio è stato dedicato dalla storiografia locale e dalla tradizione orale in particolare, alla maturazione nell’animo e nella mente del pontefice del dogma dell’Immacolata Concezione. Infatti, secondo una diffusa corrente di pensiero, questo convincimento sembra essere avvenuto a Gaeta, durante le frequenti visite di preghiera e meditazione presso la Cappella D’Oro del complesso dell’Annunziata, davanti al quadro dell’Immacolata Concezione di Scipione Pulzone.  Non contestiamo questa tesi, ma pensiamo che ci sia stato anche, e forse soprattutto, altro.
In attesa che si aprano archivi ancora chiusi e si scoprano documenti sconosciuti, proviamo a immaginare cos’altro avvenne in quel periodo a Gaeta che influì sulla scelta del Papa  nel definire il dogma mariano.
A Gaeta s’incontrarono e fusero  la pietà mariana  privata di Pio IX e quella pubblica del Regno delle Due Sicilie.
La devozione mariana nel Regno delle Due Sicilie è fortissima, nel clero, nel popolo e nelle istituzioni. Si può dire che essa era, ed  è, uno dei perni principali sui quali ruota tutta la religiosità del popolo del Sud. L’Immacolata fu proclamata Patrona principale del Regno delle due Sicilie e di tutta l’Armata di terra e di Mare dal Papa Benedetto XIV, a supplica del Re Carlo III e della Regina Maria Amalia. La Cappella dell’Immacolata fu dichiarata da vari Re di Napoli, Cappella Reale, prescelta per le funzioni religiose e gale di Corte in tutte le solennità civili e patriottiche.
Il forte trasporto  privato di Giovanni Maria Mastai Ferretti per l’Immacolata Concezione, risale al 1821, quando giovane sacerdote faceva il ritiro mensile nella Cappella di S. Bonaventura al Palatino, dove è esposta la famosa Lettera Profetica di S. Leonardo da Porto Maurizio, grande araldo dell’Immacolata.
Proviamo ad immaginare quali sensazioni, emozioni, pulsioni ed anche condizionamenti psicologici dovuti al temperamento e all’educazione possa aver provato Pio IX, quando all’aurora di quella domenica 8 dicembre del 1848, festa della Patrona del Regno, fu svegliato dalle salve delle artiglierie della Piazza e delle navi ancorate nel porto di Gaeta.
Scrive il Blois: ”Dischiudevansi le porte della Cattedrale, ed una folla di gente veniva dai circonvicini paesi, e ne ingombra tutta l’ampiezza. Le truppe in gran gala uscivano dai rispettivi quartieri e si piazzavano in Largo delle bombe, in ordine di colonne serrate in massa, ed in ordine di battaglia lunghesso la strada principale, e di riscontro alla Chiesa. Non potendo il Tempio contenere tutta la gente accorsa, n’erano le strade affollatissime. Si gran concorso ben addimostrava qual giorno solennizzar si dovesse: quello di Maria SS dell’Immacolata Concezione, venerata da tutt’i credenti, e speciale protettrice dello Esercito Napolitano. Rigido e caliginoso era il tempo; ma caldo era il  cuore della soldatesca per si fausta ricorrenza…mentre le Bande cogli armoniosi suoni commovevano l’animo a religioso sentimento…”.


Gaeta 8 dicembre 1848, il Papa si affaccia per benedire la popolazione





Il balcone da dove San Pio IX benedisse i gaetani



Un simile spettacolo di fede, per quanto ingenuo, non può lasciare indifferente un animo pieno di devozione mariana come quello di Pio IX.
C’è un’altra versione, meno romantica, proposta dal Brunetti: “Quando Pio IX il 25 novembre del 1848 si rifugiò  a Gaeta (dove S. Leonardo da Porto S.Maurizio aveva nel ‘700 espletato una delle sue circa 300 missioni evangelizzatrici), il Re delle due Sicilie Ferdinando II gli offre ospitalità, ma dietro suggerimento degli Alcantarini di Napoli (che a Gaeta avevano l’importante Santuario della Montagna Spaccata) e per mezzo del suo ambasciatore il duca di Serracapriola, curatore degli affari economici dei francescani, gli chiede come contraccambio la definizione dogmatica dell'Immacolata. Nella sua risposta all'inviato reale Pio IX dichiara che le grandi parole di S. Leonardo e le suppliche del mondo cristiano non gli lasciano più riposo e che è ben risoluto all'azione. Infatti il 2 febbraio 1849 pubblica da Gaeta l'enciclica Ubi Primum, nella quale chiede all'episcopato di tutto il mondo di fargli conoscere con lettere il suo pensiero e quello dei fedeli riguardo all'Immacolata Concezione..”
Il ricorso ai Vescovi della cristianità con le modalità dell’Ubi Primum, in fondo non è altro che quel "Concilio per iscritto e senza spese" preconizzato da S. Leonardo presso Clemente XII e Benedetto XIV, nella citata lettera profetica. Il risultato finale è noto: 1'8 dicembre 1854 il dogma è proclamato  con l’Ineffabilis Deus.
In definitiva si può affermare che la devozione, la propensione privata, le emozioni e le suggestioni gaetane di Giovanni M. Mastai Ferretti hanno avuto, certo, la loro parte a rafforzare la determinazione che Pio IX sembra aver assunto già nel momento che si sentì sulla fronte la tiara pontificia: porre fine alla secolare controversia teologica e di definire l'Immacolata Concezione.
In questa ricostruzione tra il vero  e il verosimile, ci piace sottolineare la grande propulsione a favore della proclamazione del dogma che venne dal  Sud, dal clero del Reame delle Due Sicilie.
Si espressero favorevolmente: il Cardinale Arcivescovo di Capua, il Cardinale Arcivescovo di Napoli, i Vescovi di Chieti, Manfredonia, Anastasiopoli (in partibus), L'Aquila, Lipari, Tursi, Oppido, Sessa, Policastro, Nocera e Nusco.

Francesco Schiano



°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°



Il mistero della Madre Celeste Immacolata
custodito a Gaeta

"A Gaeta, nella Cappella d'oro, qualcosa accadde, sino a indurre il Segretario di Sua Santità a predisporre il massimo silenzio ed isolamento. In quella notte fredda, l'altare era rimasto illuminato non solo dai ceri quando la Madre Celeste appoggiò il suo sguardo d'amore sul volto del suo servo prediletto".

Don Paolo Capobianco





La “Cappella d’oro”
il luogo del mistero

venerdì 7 dicembre 2012

Fenestrelle: opinioni a confronto




Barbero/De Crescenzo: 
cronaca di un successo importante        


Serata importate quella del 5 dicembre a Bari: non il “solito dibattito”, come sottolineato dal moderatore Lino Patruno nel suo articolo sulla Gazzetta del Mezzogiorno” (5/12/12) e dalla pagina dedicata all’avvenimento dal Corriere del Mezzogiorno (6/12/12), ma “due mondi diversi e due modi diversi di leggere passato e presente a confronto”. Sala stracolma per le oltre due ore del  confronto tra il prof. Gennaro De Crescenzo, presidente del Movimento Neoborbonico e il prof. Alessandro Barbero, docente piemontese di storia medioevale e romanziere. 
Come premessa e vista la partecipazione dal punto di vista sia quantitativo che qualitativo, ancora una dimostrazione della volontà e della necessità sempre più diffusa di ricostruire la nostra memoria storica. Da riconoscere i meriti di chi ha organizzato la serata accettando correttamente la “sfida” lanciata qualche settimana fa dai Neoborbonici al prof. Barbero, autore di un libro al centro di polemiche e reazioni. 
Una sintesi della serata e qualche considerazione in attesa del video integrale che la casa editrice Laterza dovrebbe inviarci fra qualche giorno. La tesi principale del libro “I prigionieri dei Savoia” (che nel titolo ambivalente sembra assecondare il “filone revisionista” di grande successo negli ultimi tempi) è che la “questione è stata risolta facendo finalmente chiarezza contro le mistificazioni neoborboniche”. De Crescenzo ha evidenziato subito che la ricerca, invece, è iniziata solo per merito di coloro che vengono ora attaccati e che Barbero ha utilizzato solo una minima parte delle fonti archivistiche disponibili (il 2,3% di quelle presso l’Archivio di Stato di Torino, ancora di meno quelle presso l’archivio dello Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, nessuna presso gli archivi civili ed ecclesiastici del Sud e del Nord o presso l’Archivio Centrale dello Stato a Roma…). 
Sorprendente la risposta di Barbero che, “non potendo trascorrere decenni negli archivi, secondo la sua coscienza ha ritenuto sufficienti quelle ricerche e ha tratto delle conclusioni”. Ovvio che si tratta di una scelta legittima. Ovvio anche che coscienza e ricerca archivistica dovrebbero restare su piani diversi. Ovvio anche, però, che questa scelta non può autorizzare nessuno a parlare di “assolute certezze” (!) o a dichiarare “chiuse” questioni così complesse o ad accusare tutti gli altri di “mistificazioni o strumentalizzazioni a fini immondi” o a trattare con un distacco al limite del disprezzo quei soldati che, come ha evidenziato De Crescenzo, pure ammesso che non siano stati vittime di una “volontà sterminatoria” furono deportati lontano dalla loro patria contro la loro volontà e, di fatto, sterminati… Barbero ha dichiarato di avere utilizzato, poi, un linguaggio “vivace” contro i suoi “avversari” dopo gli attacchi subiti via web: peccato che, come gli ha ricordato il moderatore, lui abbia scritto il suo libro prima di quegli attacchi… Lo stesso storico ha riconosciuto di non essersi recato presso l’Archivio di Stato di Napoli (prezioso, come dimostrano i ritrovamenti di diversi documenti relativi a decessi di soldati napoletani deportati, come ha sottolineato De Crecenzo) poiché si “era fidato delle ricerche di Gigi Di Fiore”: peccato che lo stesso Barbero, sempre nel suo libro abbia definito “inattendibili” o carenti le fonti di Di Fiore “su questi temi” (e anche sui caduti di Gaeta -circa 300 e non 69 come sostenuto da Barbero -come dimostrato anche da recentissime ricerche dei Neoborbonici…). Alla domanda “dove eravate voi storici ufficiali mentre qualcuno usava i tricolori per fini igienico-personali o inventava miti inesistenti come quelli dei Celti o delle padanie o di Alberto da Giussano”, Barbero ha risposto che si trattava di “questioni politiche”: peccato che si trattasse anche di questioni storiche (e per giunta legate al mondo medioevale di cui barbero è stimato esperto) e che lo stesso Barbero nel suo libro e nelle frequenti interviste (intere paginate senza diritto di replica, privilegio mai riservato neanche ai Nobel), abbia più volte paventato il rischio di “balcanizzazioni” e secessioni con la Lega al Nord e i Neoborbonici al Sud (peccato ancora che i  Neoborbonici non si siano mai candidati da nessuna parte da 151 anni mentre la Lega era ed è -anche nel suo Piemonte- al governo. Alla domanda “come mai vi indignate ora di fronte ad una lapide apposta con una colletta dai coraggiosi volontari (degli amici dei comitati delle Due Sicilie) e non vi siete indignati mentre per un secolo e mezzo venivano apposte lapidi cariche di bugie o addirittura celebrative dei generali massacratori dei meridionali o mentre si sperperavano negli scandali i soldi pubblici in Italia (e a Torino) per le celebrazioni dei 150 anni”, il prof. Barbero non ha risposto in sala, ma con un’intervista a Storia in Rete (nov-dic. 2012) in cui ha dichiarato che le “semplificazioni degli storici ufficiali erano e sono a fin di bene, per fini superiori e unificanti” senza informarci, però, dell’esistenza o meno di un apposito ufficio abilitato al rilascio di patenti da storico o di certificazioni di “superiorità di fini” e senza pensare che la retorica risorgimentalista ha avuto come conseguenza proprio la ricerca e il successo dilagante dei Neoborbonici o dei revisionisti… Nessuna risposta all’amarezza manifestata da De Crescenzo di fronte alle risate (forse nervose) del prof. Barbero anche durante la lettura di testimonianze drammatiche. Nessuna risposta alle tesi esposte da De Crescenzo in merito alla parola genocidio coniata da Lemkin e collegabile ad “atti finalizzati all’eliminazione delle istituzioni, dei sentimenti nazionali e finanche delle vite di gruppi nazionali” e drammaticamente applicabile agli atti compiuti dai Savoia contro i soldati e le popolazioni delle Due Sicilie. Coerente, allora, per De Crescenzo, l’uso contestato da Barbero del termine “campo di concentramento” per campi come quelli di S. Maurizio (fino a 12.000 “ospiti”: altro che i canti e i balli serali citati nel libro e tragicamente anticipatori delle orchestrine allestite dai prigionieri nei lager nazisti). 
A proposito del razzismo diffuso in numerose citazioni, evidenziato l’errore grave di interpretazione storica di Barbero per il quale “i soldati sarebbero stati fedeli al Re e non alla nazione (un valore posticcio)”: peccato, com’è stato sottolineato, che Re e nazione coincidessero a Napoli e al Sud da oltre 7 secoli… Evidenziato anche il “distacco” dell’autore verso “quei poveracci morti negli ospedali e forse inopportunamente ricordati come i nostri caduti” (ma Barbero, stranamente, non ricordava di aver usato quell’espressione nel suo libro… a p. 267!). 
Diverse le lacune archivistiche denunciate ancora da De Crescenzo: la differenza di cifre riportate dalle varie fonti, Fenestrelle compresa (e si tratta di persone e non di numeri), l’assenza di dati sulle migliaia di deportati nelle isole (Sardegna in testa), l’assenza di notizie (riportate in una piccola nota!) sulle vergognose trattative sabaude per deportare i meridionali in Patagonia e in altri posti desolati nel resto del mondo, l’impossibilità di trovare riscontri archivistici per atti magari anche illegali, l’incoerenza razionalmente inaccettabile tra i comportamenti degli stessi ufficiali, generali o ministri razzisti e violenti al Sud, caritatevoli e umani al Nord contro le stesse “carogne luride e puzzolenti” (i nostri soldati). 
Superficialmente affrontato anche il tema della questione meridionale che per Barbero non sarebbe nata dopo il 1860 (“E quando? Basterebbe dare solo un occhio alle nuove ricerche su redditi, pil, finanze e livelli di industrializzazione per capire) e neanche per colpa di Garibaldi e garibaldini di cui “il 50% erano meridionali”(e De Crescenzo ha citato il ruolo ormai riconosciuto della mafia e fonti ufficiali come i testi di Scirocco o dello stesso Archivio di Torino che negano completamente quelle cifre attestando che i meridionali erano in camicia rossa in percentuali minime).    
Di fronte alle copie di documenti distribuite in sala dai Neoborbonici, Barbero evidenziava l’altra (debole) tesi centrale del libro: gli atti di morte di quei soldati (“centinaia ritrovati dagli infaticabili ricercatori del Movimento Neoborbonico tra Napoli e Torino” e “sfuggiti” alle ricerche di Barbero) sono successivi al 17/3/1861 (proclamazione del Regno d’Italia) e quindi si trattava di soldati “italiani”, tralasciando il fatto che, comunque li si definisse (italiani, napoletani, prigionieri, sbandati, renitenti, disertori o briganti), erano cittadini delle Due Sicilie che in ogni modo e a qualsiasi costo avevano dimostrato di voler restare tali. 
Dato oggettivo presentato da De Crescenzo: non risultano negli archivi meridionali rientri di quei famosi 60.000 ragazzi che nessuno aveva il diritto di deportare altrove e che meritano ogni rispetto anche come esempio di una dignità che il Sud, piaccia o no a Barbero, sta ritrovando se solo guardiamo al successo di pubblicazioni o manifestazioni “neoborboniche” o di serate come questa… Necessarie, allora, come evidenziava anche Patruno, altre ricerche aspettandosi magari ricostruzioni storiche inaspettate come quelle che hanno finalmente fatto luce su episodi tragici come quelli di Pontelandolfo e Casalduni (riconosciuti addirittura dalle istituzioni) o sui primati soprattutto economici del Sud preunitario (su tutti le ricerche della Banca d’Italia e dell’Università di Bruxelles). 
Significativi anche l’intervento di Giuseppe Laterza (editore meridionale che, parafrasando il Barbero sconcertato dalla pubblicazione nazionale di “Terroni” di Pino Aprile, ha “incredibilmente pubblicato” il suo libro) sul futuro del Sud. In estrema sintesi: “basta nostalgie, basta lamentarsi, facciamo autocritica, rimbocchiamoci le maniche, esistono più Sud anche positivi, il Sud faccia da solo”). La risposta di De Crescenzo: da 151 anni ascoltiamo queste stesse tesi e da 151 anni esistono due Italie in quanto a diritti e opportunità, per le colpe di classi dirigenti - dai docenti agli editori, dai politici agli intellettuali- interessate a tutelare i propri interessi e complici di un sistema nord-centrico; solo con classi dirigenti veramente e finalmente nuove (altro che “nostalgismi”) consapevoli e fiere, il Sud troverà il suo riscatto. Tesi condivisa anche da Patruno che ha evidenziato la necessità di pretendere e ottenere una “par condicio” politico-economica mai ottenuta prima (sintesi dei progetti civico-culturali dei “nemici” di Barbero: altro che “fini immondi”). 
Dello stesso tono gli interventi del pubblico sull’esigenza di chiarire che l’unificazione fu per il Sud un’invasione straniera e una colonizzazione e che da oltre 150 anni i meridionali subiscono il razzismo (lamentato da Barbero!) sulla loro pelle, sulla necessità di sintetizzare le tesi storiografiche, sulle difficoltà oggettive (dal costo del denaro ai trasporti) del Sud che fa da solo, si autoflagella e si rimbocca le maniche da sempre, sulla necessità di indignarsi magari anche per il (torinese) museo dedicato a Lombroso…  
Qualcuno ha detto, uscendo dalla sala: “3 a 0 in trasferta per i neoborbonici” ma quella di mercoledì sera era qualcosa di più importante di una partita di calcio. 

Felice Abbondante, Salvatore Lanza





giovedì 6 dicembre 2012

Basta con i miti garibaldini




CASTELVETRANO
BASTA CON I MITI GARIBALDINI IN SICILIA

di 

C. MIRTO – P. SCIANO’

Un discutibile mito risorgimentale non può continuare a privare il Popolo Siciliano dei diritti fondamentali, quali quelli alla verità, al recupero della memoria storica ed alla giustizia, nell’accezione più ampia del termine. Ed i clamorosi “festeggiamenti” e le commemorazioni in onore dell’impresa garibaldina e dello stesso Garibaldi, che si sono svolti in questi giorni a Castelvetrano (e non solo a Castelvetrano) ripropongono con forza la questione. 
E ci obbligano, ancora una volta, ad una chiara presa di posizione che vuole essere anche una protesta più generale contro la “pratica” del lavaggio del cervello e contro i numerosi tentativi di imporre alla Sicilia una sorta di alienazione culturale che ci offende e ci mortifica. La verità è, infatti, un valore ed è, soprattutto, un diritto. Non può e non deve essere sostituita dalle falsità e dalle falsificazioni imposte dalla Cultura ufficiale italiana.
Non a caso il mito risorgimentale, nel suo complesso, è poco credibile ed è considerato  da non pochi studiosi come inventato ad hoc dai vincitori per ingannare e sfruttare meglio i Popoli vinti, facendo loro credere che siano stati essi stessi protagonisti ed eroi dei fatti “gloriosi” che avrebbero portato alla vittoria il Regno Sabaudo!!!  “Fatti” quasi sempre orrendi e tutt’altro che edificanti. E che sono ancora inconfessabili, dopo ben 152 anni! Ciò vale, in modo specifico, per tutto quanto si possa riferire alla “conquista” del sud, avvenuta nel 1860 e consolidata, negli anni successivi, a colpi di cannone. Una vicenda drammatica alla quale si cerca di dare un volto diverso da quello del colonianlismo e della vile occupazione militare anglo-sabauda-ungherese-garibaldina e mafiosa. Occupazione avvenuta grazie all’intervento inglese, con il vasto, fondamentale, supporto di truppe mercenarie straniere, che gli Agenti inglesi avevano reclutato, armato ed addestrato per venire a distruggere il Regno delle Due Sicilie, la sua economia, le sue industrie, le sue risorse umane, il suo ruolo nel Mediterraneo e nel Mondo. Repetita iuvant! E a ridurre la Sicilia e Napoli in colonie interne del Regno Sabaudo, nell’ambito del progetto “Unità d’Italia” che il Governo di Londra aveva già messo in cantiere sin dal 1815. Appunto!
In questa “manovra”, Garibaldi, Vittorio Emanuele II di Savoia, Cavour e tanti altri Padri della Patria furono i veri “beneficiati”, miracolati dalla sorte e dalla storia, nonostante le rispettive carenze e nonostante il loro ruolo fosse stato soltanto quello di “mosche cocchiere”. Non è un mistero che Garibaldi, oltre che dei corrotti, dei traditori dell’Esercito, della Marina e dello Stato Borbonico, si avvalesse, prevalentemente, di banditi comuni, di picciotti di mafia e di malfattori di ogni genere. Gli idealisti veri e propri erano ben pochi ed avevano ruoli marginali. La vera forza d’urto del nizzardo fu certamente la Legione Ungherese, dotata di un “organico” complessivo che superava 20.000 uomini. È appena il caso di ricordare al riguardo che, ad occupazione di Napoli avvenuta, il “dittatore” Garibaldi avvertì la necessità di riaprire l’arruolamento e l’ingaggio di altri mercenari ungheresi. E, a tal fine, con il Decreto datato “Caserta, 25 Settembre 1860”, autorizzò «[...] la formazione di due depositi ungheresi, per l’arruolamento ed organizzazione di quella Nazionalità, a Napoli ed a Messina, a’ quali si provvederanno tutt’ i sussidi necessari per la loro formazione». Il Decreto fu controfirmato dal Ministro della Guerra Cosenz e dal Segretario Generale Bertani. E, come tutti gli altri Decreti garibaldini, anche questo riportava nell’intestazione la dicitura: «ITALIA E VITTORIO EMANUELE».
L’ulteriore, scandaloso, arrolamento di mercenari ungheresi confermò che né i Siciliani né i Meridionali erano accorsi ad arruolarsi nell’Esercito sabaudo-garibaldino, nonostante le promesse accattivanti di prebende, di pensioni, di assegnazioni di terre demaniali e di assunzioni nel pubblico impiego.  E…. non è finita! Ma dobbiamo limitarci, seppure a malincuore. In questa sede abbiamo potuto fare, infatti, soltanto alcuni doverosi accenni alla grande tragedia del 1860. Non abbiamo potuto, per ragioni di spazio, fornire molte altre notizie importanti e le tante drammatiche testimonianze, inoppugnabili, in ordine alle ingerenze arroganti, asfissianti e…. determinanti (anche in azioni militari vere e proprie) dei rappresentanti del Governo di Londra. Ingerenze ad ogni livello e ad ogni pie’ sospinto, in aperta violazione dei princìpi del diritto internazionale allora vigente. Non abbiamo potuto fornire gli impressionanti “particolari” delle violenze, dei saccheggi e delle stragi compiute dall’armata sabaudo-garibaldina e dalle formazioni militari, oltre che dalla Legione Ungherese, composte da mercenari di altre nazionalità. Non abbiamo potuto parlare a sufficienza dell’intromissione della delinquenza comune e dei banditi più feroci nell’operazione “Conquista del Sud”. Né abbiamo avuto modo di parlare compiutamente del coinvolgimento della Mafia in Sicilia, della camorra a Napoli e delle altre organizzazioni similari. Tutte utilizzate e valorizzate soprattutto nelle operazioni di “controllo del territorio” e di creazione del “consenso”, nonché nella manovra di “legittimazione” della invasione medesima. Non abbiamo parlato dei campi di concentramento e dei campi di sterminio che il Regno d’Italia istituì per gli ex soldati del Regno delle Due Sicilie che si erano rifiutati di disertare e/o di giurare fedeltà a quel “galantuomo” di Vittorio Emanuele II.
Non abbiamo parlato degli spietati genocidi. Né abbiamo fatto cenno alle tante, eroiche, rivolte delle coraggiose popolazioni del Sud e della Sicilia, ad iniziare proprio dalla Provincia di Trapani. Rivolte e sommosse soffocate nel sangue, che però riaffermarono il diritto del Popolo Siciliano al progresso, all’Indipendenza ed alla libertà. Analogo discorso vale, ovviamente, per Napoli e per gli altri civilissimi e valorosi Popoli del Sud. Ci permettiamo di ricordare, infine, che tutti questi fatti, messi assieme, costituiscono anche la Chiave di lettura della Questione Siciliana nonché della Questione Meridionale. E ci permettiamo di ribadire che c’è ben poco da festeggiare! Anzi: è una vergogna “festeggiare” le ricorrenze di avvenimenti tanto tragici, soprattutto da parte di chi conosce (o avrebbe l’obbligo di conoscere) la Verità.
Semmai è il momento di denunziare, anche a livello internazionale, il fatto, incivile e scandaloso, che al Popolo Siciliano ed ai Popoli del glorioso SUD si neghino, ancora oggi, il diritto alla Verità e il diritto alla memoria storica, senza i quali non si può avere piena consapevolezza del presente. Né speranza per il futuro.

Fonte: lindipendenza.com

martedì 4 dicembre 2012

Il calendario del Regno delle Due Sicilie






DUE SICILIE 

LE ECCELLENZE DEL REGNO 

NEL CALENDARIO 2013



È dedicato alle eccellenze produttive del Regno il Calendario delle Due Sicilie 2013, consueto appuntamento giunto alla 7a edizione. 

Il calendario (12 pagine a colori), che uscirà a giorni, riporta dati e profili delle imprese storiche meridionali. 

I testi sono stati curati dal prof. Gennaro De Crescenzo.





Guarda in anteprima il Calendario delle Due Sicilie 2013

Ordina adesso il Calendario delle Due Sicilie 2013

(€ 12,00 + spese postali, € 10,00 per i Soci del Giglio)

sul sito

www.editorialeilgiglio.it 







domenica 2 dicembre 2012

La puzza dei Meridionali - La RAI prende provvedimenti




DA  MASSIMO D’AZEGLIO  
A GIAMPIERO AMANDOLA 

LA STORIA D’ITALIA NON E’ FINITA, ANZI  NON E’ MAI COMINCIATA

LA PUZZA DEI MERIDIONALI  E IL PROFUMO DEI LORO SOLDI



di

Ignazio  Coppola



In questi giorni tiene banco nel dibattito sulle testate giornalistiche politico-culturali la presentazione del libro di Ciriaco De Mita dal titolo: “ La storia d’Italia non è finita”.
Alla luce di quanto ci è stato dato d’assistere e di vivere per gli episodi di razzismo e di antimeridionalismo, di questi giorni, a proposito dell’intervista del giornalista della Rai Giampiero Amandola, dipendente di un servizio pubblico pagato con i soldi dei contribuenti in cui si è lasciato andare nelle ingiuriosa ed offensiva frase che “negli stadi italiani i tifosi napoletani si riconosco dalla puzza”, sarebbe più esatto dire che la “ Storia d’Italia non è mai cominciata”. 
Siamo ancora al punto di partenza allorquando Massimo Taparelli, marchese d’Azeglio, che fu presidente del consiglio del regno di Sardegna ed esponente della corrente liberal-moderata, ebbe a dire  retoricamente  ed enfaticamente “Fatta l’Italia ora bisogna fare gli italiani”. Altro che Italia e fare gli italiani.  Si tratta infatti, a ben vedere, di quello stesso Massimo d’Azeglio il quale in una lettera inviata il 17 ottobre del 1860 a Diomede Pantaloni e contenuta in un carteggio inedito del 1888 tra le altre cose così testualmente scriveva: ” In tutti i modi la fusione con i napoletani mi fa paura è come mettersi a letto con un vaioloso”.  Questo era l’edificante concetto di Unità d’Italia, e che tuttora persiste da parte di alcuni e buon ultimo il nostro Amandola, che aveva allora l’autorevole e prestigioso uomo politico piemontese. Da allora è stata, sino ai nostri giorni per 150 anni, una lunga scia di improperie e di teorizzazioni razziste ed antimeridionali passando per Cesare Lombroso ed altri e in special modo nei confronti dei napoletani e dei siciliani. Non molto tempo fa Matteo Salvini, proconsole leghista sempre distintosi per rigurgiti razzisti ed antimeridionali e in tredicesima degno erede e discendente di  quel Massimo D’Azeglio, a Pontida in una festa del suo partito la lega Nord, con altre camice verdi e con il vino che scorreva a fiumi, così si ritrovava a cantare in coro con i suoi degni sodali: “ Senti che puzza scappano anche i cani, sono tornati i napoletani, sono colerosi e terremotati, con il sapone non si sono mai lavati”. E’ proprio quello che affermava e pensava 151 anni fa il piemontese Massimo Taparelli marchese d’Azeglio che, turandosi il naso, voleva fare gli italiani. Ed oggi, degno e coerente continuatore dei due, avendo appreso bene la lezione, delle teorie di d’Azeglio e di Salvini si è dimostrato il buon Giampiero Amandola quando nella sua scandalosa ed indegna intervista in occasione della partita Juventus-Napoli, argomentava sulla puzza con la quale gli sportivi napoletani si riconoscono negli stadi italiani. Per parafrasare Francois-Marie Arouet, meglio conosciuto come Voltaire, e forzando un suo detto si può a buon diritto sostenere che il grado di inciviltà di un popolo, in questo caso quello che ama definirsi  “padano” e di alcuni suoi abitanti, si può misurare dalla imbecillità, dalla ignoranza e dal razzismo delirante di alcuni suoi personaggi tra i più rappresentativi, tra cui, appunto, Salvini, Bossi, Borghezio, Calderoli, Amandola  e tanti altri.
La puzza dei meridionali e dei napoletani ha infastidito nel passato e infastidisce oggi questi emeriti signori del Nord i quali, però, non si sono mai fatti un problema e scrupolo della puzza dei soldi e delle ricchezze che hanno sempre rapinato e depredato a spese del Sud. Ricchezze e rapine, sin dal tempo di Garibaldi, perpetrate a danno del sud con i saccheggi del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli, operati dal nizzardo e continuate sino ai nostri giorni, per cui ad oggi in Sicilia, terra di conquista e colonia a tutti gli effetti, non esiste più un istituto di credito siciliano, essendo calate con la loro predatrice presenza le banche del nord a drenare i risparmi dei siciliani per reinvestirli al Nord. E in questo caso come dicevano i romani.” “Pecunia non olet” perché, al contrario dei siciliani e dei napoletani, i soldi dei meridionali in questo caso non  fanno  assolutamente puzza.


--------------------

Razzismo antinapoletano: licenziato il giornalista piemontese  


Licenziato il giornalista Amandola, protagonista del servizio di TG3 Piemonte Rai carico di razzismo. 
Di certo non era l'unico responsabile, ma si tratta comunque di un ottimo risultato, frutto delle proteste di tutti noi: un segnale importante per chi si chiede quali siano le strade da percorrere per ottenere il rispetto dovuto ai meridionali, un segnale importante per gli "avversari" razzisti di turno. Di seguito i comunicati e le iniziative di Vanto e del Movimento Neoborbonico. 
Ansa, Corriere dello Sport e TuttoSport rilanciano il comunicato del Movimento Neoborbonico del Movimento V.A.NT.O. e del "Parlamento delle Due Sicilie-Parlamento del Sud" che presenteranno querela a nome dei tanti Napoletani che si sono rivolti al suo Ufficio legale in queste ore contro il “giornalista” della redazione Rai del Piemonte "per aver dato voce al consueto e intollerabile razzismo antinapoletano anche ieri a Torino in occasione di Juve-Napoli e per aver addirittura suggerito ai “tifosi” bianconeri frasi di "carattere razzistico".  
Non è più possibile tollerare negli stadi e fuori episodi di un razzismo che sia le autorità sportive che quelle extrasportive consentono senza i necessari e urgenti provvedimenti e nel silenzio dei cosiddetti "politici e intellettuali" napoletani e meridionali. 
Allegata copia del comunicato ANSA con link del Corriere dello Sport e di TuttoSport.

LINK PER ADERIRE ALL'INIZIATIVA LEGALE:

http://angeloxg1.wordpress.com/tag/querela/



“MOVIMENTO NEOBORBONICO”                       
“MOVIMENTO V.A.N.T.O.”  
 “PARLAMENTO DELLE DUE SICILIE”

Razzismo antinapoletano.
Querela collettiva contro il giornalista piemontese e sospensione delle partite per i cori razzisti: appello a capitan Cannavaro.

Gli insulti razzisti costano agli juventini meno di 20 centesimi.

Il Movimento Neoborbonico e il Movimento V.A.N.T.O.  stanno raccogliendo presso il proprio ufficio legale le querele di numerosi napoletani che si sono sentiti offesi dalle dichiarazioni del giornalista Amandola della Rai TG Piemonte, autore di un servizio nel corso del quale, senza alcun commento, si dava spazio ai soliti cori antinapoletani e si sottolineava addirittura la “puzza dei napoletani” come loro elemento distintivo.

Nello stesso tempo è stata inviata al capitano del Napoli, Paolo Cannavaro, una richiesta per far sospendere le partite in caso di esposizione di striscioni offensivi o di cori offensivi, com’è nel suo diritto di Napoletano e di capitano della squadra.
Da anni il Napoli e i suoi tifosi  sono oggetto di offese e insulti di stampo razzistico con cori e striscioni ripetuti in quasi tutti gli stadi italiani.
Pur tollerando l’ironia e il tifo contro la squadra azzurra, non si può più tollerare che vengano offese un’intera popolazione e un’intera città senza il minimo intervento delle autorità sportive o extrasportive sempre attente, invece, a sanzionare in maniera pesante i tifosi partenopei di fronte alla minima “infrazione”: anche dopo Juve-Napoli, infatti, le sanzioni sono state di fatto nulle nonostante la ripetizione continua di cori e di episodi: settemila euro di multa alla società bianconera (meno di 20 centesimi per tifoso juventino…) con un ulteriore e confortante precedente per i tifosi razzisti anche in vista dei prossimi impegni della squadra di De Laurentiis (prossima trasferta Atalanta-Napoli).   
I regolamenti italiani ed europei sono chiari come chiari sono stati anche di recente gli episodi di calciatori che hanno richiesto la sospensione della partita (il giapponese Kawashima o l’ivoriano Zoro) per casi anche meno gravi di questi italiani e quando si invoca il Vesuvio  per sterminare i Napoletani o si ricordano calamità naturali e tragiche come il terremoto, il colera o il dramma-rifiuti. 

Ufficio stampa
Angelo Forgione 347 4781986
Salvatore Lanza 347 8492862



CORRIERE DELLO SPORT. L'indignazione dei tifosi del Napoli per il servizio del tgr Piemonte andato in onda ieri nell'edizione delle 19.30 cresce di minuto in minuto sul web. Un servizio realizzato all'esterno dello Juventus Stadium con i 'tifosì bianconeri durante il quale non mancano riferimenti razzisti nei confronti dei napoletani non stigmatizzati dall'autore del servizio che addirittura dice, a proposito dei partenopei che "si distinguono elegantemente dalla puzza". Il video circola su you tube, su facebook e sui principali siti dedicati ai tifosi del Napoli. Post e commenti non si contano. Come le richieste di intervento all'ordine dei giornalisti e alla stessa redazione Rai del Piemonte. Indignazione bipartisan: anche il sito di supporters bianconeri, Canale Juve, si è 'dissociato'.
PROTESTE - Sta provocando vivaci proteste su Internet e nelle redazioni dei quotidiani di Napoli la diffusione su Internet del servizio del TG3 Piemonte. Telefonate ed e-mail sono giunte alle redazioni dei giornali mentre si annunciano iniziative legali. Il "Movimento Neoborbonico" annuncia una querela nei confronti del giornalista del TG3 Piemonte e dei vertici della Rai. "Il giornalista e l' azienda pagati con i soldi dei napoletani - afferma in un comunicato il segretario dei Neoborbonici, Salvatore Lanza - risponderanno in Tribunali delle loro offese vergognose. Ai politici meridionali, incapaci non solo di rappresentarci, ma di difenderci dall' aggressione razzista, mettiamo sul conto anche le offese razziste del servizio pubblico". 

http://www.corrieredellosport.it/calcio/serie_a/2012/10/21-273466/Protesta+tifosi+Napoli+per+servizio+Tg3+Piemonte 

http://www.tuttosport.com/calcio/serie_a/napoli/2012/10/21-220338/Tifosi+del+Napoli+protestano+per+servizio+Tg3+Piemonte