lunedì 9 luglio 2012

Il Sud, la povertà ed i soliti "maestri"


Le cause della povertà del Sud secondo Bracalini




Romano Bracalini, in un suo intervento sulla rivista online “L’indipendenza” (8/7/12) espone una serie di tesi per spiegare (senza che nessuno di noi glielo abbia chiesto) le “cause e le colpe della povertà e dell’arretratezza del Sud” e per dimostrare (ancora una volta) la tesi dell’inferiorità dei meridionali… Bracalini, però, già nominato vicedirettore di tg Rai in orbita-Lega, grande conoscitore della storia sabauda e fascista, sembra utilizzare fonti storiche alquanto personali e ormai superate. Ignora, allora,
i più recenti studi in cui si rivelano dei dati interessanti e in netta contrapposizione con quanto da lui affermato: “non esisteva, all’Unità d’Italia, una reale differenza Nord-Sud in termini di prodotto pro-capite. Il divario economico fra le due grandi aree del paese in termini di prodotto sembra invece essere un fenomeno successivo. In Campania il reddito pro capite è comparabile a quello della Lombardia, mentre in Puglia e nelle Isole maggiori è analogo a quello medio nazionale (Vittorio Daniele, Paolo Malanima, “Il prodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in Italia (1861-2004”, in Rivista di Politica Economica, Marzo-Aprile, UMG, Catanzaro, 2007). Altri dati dimostrano che nel 1871 il tasso di industrializzazione del Piemonte era del l’1.13%, quello della Lombardia 1.37%, quello della Liguria 1.48%. Erano già trascorsi dieci anni di smantellamento dell’apparato industriale dell’ex Regno delle Due Sicilie ma l’indice di industrializzazione della Campania era ancora dello 1.01% (con Napoli, nel dato provinciale, all’1.44%. Più di Torino, che era all’1.41%), quello della Sicilia allo 0.98% (ai livelli del Veneto, 0.99%). Nel 1861 gli addetti impegnati nell'industria meridionale sono 1,6 milioni (meno di 1,5 milioni quelli nel Centro-Nord). La percentuale della popolazione attiva che si dedica alla manifattura è superiore al Sud: il 22,8%, contro il 15,5 per cento (Guido Pescosolido in Svimez, 150 anni di statistiche cit. e cfr. Sole 24 Ore, 25 maggio 2011). Bracalini ignora, ovviamente, anche i dati pubblicati dalla docente universitaria belga S. Collet qualche settimana fa e nei quali si evince l’importante dato secondo il quale, in termini finanziari, “le Due Sicilie del 1860 erano come la Germania di oggi”. Dimentica, poi, le 4587 miglia di strade costruite solo negli ultimi anni di Regno e, su tutti, il dato secondo il quale avevamo la prima flotta mercantile d’Italia (tra le prime in Europa) e lo stesso dicasi per i sorprendenti dati relativi alle esportazioni o alle produzioni agricole meridionali preunitarie (cfr. G. Federico RPE, Bologna, 2007). Bracalini dimentica pure, infine, le centinaia di migliaia di “briganti” massacrati (e spesso decapitati per “comodità di trasporto” come ci rivelano i documenti -evidentemente a lui sconosciuti- conservati nella Busta 60 del fondo Brigantaggio presso l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito Italiano) e non mostra di avere nessun rispetto per quei milioni di emigranti meridionali che (un caso?) solo dal 1860 in poi furono costretti a partire a milioni (e ancora sono costretti a farlo) per il resto del mondo… Del resto, da uno scrittore che cita Plinio in maniera a dir poco originale o che confonde il governo vicereale con il governo borbonico e da uno scrittore che nella sua ultima opera sostiene stravaganti e offensive tesi secondo le quali i “meridionali diventavano perché non avevano voglia di rimboccarsi le maniche nei loro paesi”, che cosa potremmo aspettarci? Cosa aspettarci da uno scrittore che, con punte oggettive di razzismo, afferma cose del tipo: “Finchè il proletariato meridionale risolverà il suo problema nelle campagne con l’emigrazione (che oggi è ripresa) e nelle città col delitto, il Sud non farà progressi e continuerà ad andare alla deriva” suscitando le orgogliose e positive reazioni dei suoi colleghi leghisti (e razzisti) anche su questo blog? Che cosa dovremmo fare, allora, noi “terroni”, “neoborbonici” e “scansafatiche” “inferiori o incapaci” di ieri e di oggi? Nessuna secessione e nessun ritorno al passato ma rivendicare con forza il diritto alla verità storica e il diritto di essere rispettati con la necessità e l’urgenza (dopo 151 anni) di una vera “par condicio” politico-economica. E, magari, forti delle migliaia di persone ormai “consapevoli”, iniziare ad evitare di invitare Bracalini dalle nostre parti, boicottare i giornali su cui scrive e i suoi libri…
Prof. Gennaro De Crescenzo
Napoli
http://www.tzetze.it/tzetze_news.php?url=http%3A%2F%2Fwww.lindipendenza.com%2Fsud-povero-bracalini%2F&key=8d55861a22546a8875d34d4283fce855c85541db
http://bit.ly/RGVZvo
www.tzetze.it

sabato 7 luglio 2012

Le vere radici del Risorgimento




IL RAZZISMO ANTIMERIDIONALE 


ALLE  RADICI  DELL’UNITÀ D’ITALIA


di

Ignazio  Coppola





La questione dei meridionali come razza inferiore e la questione meridionale come questione economica. Terminologie, sinonimi e similitudini che attengono e sono alla base, ancora oggi, di una mai realizzata e metabolizzata Unità d’Italia e che, significativamente ed opportunamente, avrebbe dovuto essere al centro del dibattito delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia: ma così purtroppo non è stato. Hanno vinto ancora una volta l’ipocrisia e le verità nascoste di un risorgimento edulcorato da bugie e falsità che si continuano a propinare, senza soluzione di continuità, dalle storiografie ufficiali e scolastiche. Si continua ad ignorare che alla base di una mala unità d’Italia vi fu, come del resto continua ad esserci retaggio di quel passato, una ignobile componente razzistica antimeridionale conclamata e documentata da quei politici e da quei militari che erano venuti a “liberare e civilizzare “ il Sud e la Sicilia. Infatti che non  grande considerazione dei meridionali avevano, all’alba dell’Unità d’Italia, alcuni politici e militari del Nord che tale Unità con arroganza rivendicavano di avere contribuito a compiere, ne esistono incontrovertibili testimonianze. In una lettera inviata il 17 ottobre del 1860 a Diomede Pantaloni e contenuta in un carteggio inedito del 1888, il piemontese marchese Massimo D’Azeglio che fu presidente del consiglio del Regno di Sardegna ed esponente della corrente liberal-moderata tra l’altro così  scriveva: ” In tutti i modi la fusione con i napoletani mi fa paura e come mettersi a letto con un vaioloso”. Più o meno quello che esattamente 150 dopo canterà in coro con altri leghisti ad  una festa del suo partito l’eurodeputato e capogruppo al comune di Milano Matteo Salvini: “Senti che puzza scappano anche i cani, sono tornati i napoletani, sono colerosi e terremotati, con il sapone non si sono mai lavati” . Sembra di risentire il D’Azeglio di 150 anni prima. D’allora niente è cambiato se non in peggio. Nino Bixio il paranoico massacratore di Bronte in una lettera inviata alla moglie tra l’altro così scriveva: “ Un paese che bisognerebbe distruggere  e gli abitanti mandarli in Africa a farsi  civili”. Ma,  ancora, sulla stessa lunghezza d’onda del colonnello garibaldino, il generale Enrico Cialdini, luogotenente del  re Vittorio Emanuele II inviato a Napoli nell’agosto del 1861 con poteri eccezionali per combattere il “brigantaggio”, a proposito dei territori in cui si trovò a operare, in una lettera inviata a Cavour, così si esprimeva: “Questa è Africa ! Altro che Italia.  I beduini a confronto di questi cafoni sono latte e miele”. Enrico Cialdini era lo stesso che alcuni mesi prima, nel febbraio del 1861 durante l’assedio di Gaeta, bombardando l’eroica città, non si fece scrupolo di indirizzare il tiro dei suoi cannoni rigati a lunga gittata e di grande precisione deliberatamente sugli ospedali per terrorizzare gli occupanti e fiaccarne la resistenza. E, a chi gli faceva osservare il suo inumano comportamento non rispettoso dei codici d’onore e militari, rispondeva sprezzatamene: “ Le palle dei miei cannoni non hanno occhi”. Cialdini si rese poi protagonista degli eccidi e della distruzione, in provincia di Benevento, dei paesi di Pontelandolfo e Casalduni, esecrabili e orrendi al pari di quelli compiuti dai nazisti molti anni dopo e con minor numero di vittime a Marzabotto e a Sant’Angelo di Stazzema, in cui furono massacrati senza pietà uomini, donne e bambini. Negli ordini scritti ai suoi sottoposti, era solito raccomandare di “ non usare misericordia ad alcuno, uccidere, senza fare prigionieri, tutti quanti se ne avessero tra le mani”. E dire che del nome di questo criminale, spacciato per eroe, la toponomastica delle nostre città ne ha fatto incetta. E che dire, poi, del generale Giuseppe Covone, anche lui mandato a reprimere il brigantaggio in Sicilia che, per snidare i renitenti di leva, non si fece scrupolo, avendone piena facoltà che gli derivava dalle leggi speciali, di porre in stato d’assedio intere città, di fucilare sul posto, di torturare, arrestare e deportare intere famiglie e compiere abusi e crimini inenarrabili? Ebbene, anche il Covone, per  non essere da meno dei suoi conterranei predecessori e per difendere e giustificare il suo criminale operato dell’uso di metodi di costrizione di stampo medievale nei confronti dei siciliani, anch’egli, non  trovò di meglio, in un rigurgito razzista, di affermare in pieno parlamento che: ” Nessun metodo poteva  aver successo in un paese come la Sicilia che non è sortita dal ciclo che percorrono tutte le nazioni per passare dalla barbarie alla civiltà”. Ed infine per completare questo “bestiario” di aberrante avversione razziale nei confronti dei meridionali, val bene ricordare le parole tratte dal diario dell’aiutante in campo di Vittorio Emanuele II, il generale Paolo Solaroli: “ La popolazione meridionale è la più brutta e selvaggia che io abbia potuto vedere in Europa”. E poi quanto scrisse Carlo Nievo, ufficiale dell’armata piemontese in Campania, al più celebre fratello Ippolito, ufficiale e amministratore della spedizione garibaldina in Sicilia: ” Ho bisogno di fermarmi in una città che ne meriti un poco il nome poiché sinora nel napoletano non vidi che paesi da far vomitare al solo entrarvi, altro che annessioni e voti popolari dal Tronto a qui ove sono, io farei abbruciare vivi tutti gli abitanti, che razza di briganti, passando i nostri generali ed anche il re ne fecero fucilare qualcheduno, ma ci vuole ben altro”. Questi i documentati pregiudizi razziali di quei “liberatori” che fecero a spese del sud, depredandolo, saccheggiandolo, uccidendo e massacrando i suoi abitanti, l’Unità d’Italia. Su questi pregiudizi, nati per giustificare la politica coloniale e civilizzatrice  piemontese, che poi furono elaborate le teorie razziali dell’inferiorità della razza meridionale propugnate da Cesare Lombroso, Alfredo Niceforo, Enrico  Ferri, Giusepe  Sergi, Paolo Orano e Raffaele Garofalo che si affrettarono a dare una impostazione scientifica ai pregiudizi diffusi ad arte dagli invasori per giustificare politiche di rapine, di spoliazioni e di saccheggi a danno del meridione. 
Sui fondamenti antropologici e storici della crisi dell’identità italiana e sulla mancanza di comunicazione interculturale tra nord e sud ne fa una lucida analisi Antonio Gramsci nei quaderni quando sostiene che: ” La miseria del Mezzogiorno era storicamente inspiegabile per le masse popolari del nord. Queste non capivano - afferma Gramsci-  che l’unità non era stata creata su una base di eguaglianza, ma come egemonia del Nord sul Sud nel rapporto territoriale città-campagna, cioè che il Nord era una piovra che si arricchiva a spese del sud e che l’incremento industriale era dipendente dall’impoverimento dell’agricoltura meridionale”.  
L’impoverimento del meridione per arricchire il Nord non fu la conseguenza ma la ragione stessa dell’Unità d’Italia. In buona sostanza con l’Unità d’Italia ebbe il sopravvento il disegno e la strategia egemonica dell’imprenditoria e della finanza settentrionale che conquistando e colonizzando il sud ostacolandone in ogni modo la crescita prevaricò ogni ipotesi di sviluppo della nascente economia meridionale. Significativo in questo senso fu quanto ebbe a dire il genovese Carlo Bombrini prima dell’Unità d’Italia, già direttore della Banca Nazionale degli Stati Sardi e amico personale di Cavour e, successivamente, governatore della Banca Nazionale del Regno d’Italia dal 1861 al 1882: ” Il mezzogiorno non deve essere messo più in condizione di intraprendere e produrre”. 
E negli anni in cui fu a capo della Banca Nazionale, tenendo fede a questo sua spiccata vocazione antimeridionalista, fu artefice di numerose operazioni finanziarie finalizzate allo sviluppo dell’economia del nord soprattutto nella costruzione delle reti ferroviarie settentrionali per le quali ottenne numerose concessioni a detrimento di quelle meridionali. Ma, riprendendo l’analisi di Gramsci, si può in buona sostanza affermare che l’origine della questione dei meridionali bollati come razza inferiore nasce dal fatto, a detta dall’illustre intellettuale sardo, che il rapporto nord-sud dopo l’Unità d’Italia fu un tipico rapporto di tipo coloniale che vide le popolazioni del sud defraudate della loro storia, della loro identità culturale e occupate militarmente. Scriveva il filosofo ceco Milan Kundera, protagonista della primavera di Praga, nel suo ” Il libro del riso e dell’oblio”, un pensiero che è assolutamente calzante con  quanto avvenne alle popolazioni meridionali e ai siciliani subito dopo l’Unità d’Italia: “ Per liquidare i popoli si comincia con il privarli della memoria, si distruggono i loro libri, le loro culture e la loro storia. e qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di altre culture e inventa per loro un'altra storia. Dopo di che il popolo incomincia a dimenticare quello che è stato.” Ed è proprio quello che è capitato alle popolazioni del mezzogiorno d’Italia nel corso di 150 anni di un forzato e mal digerito processo unitario che ha alle sue origini, come abbiamo visto, aberranti radici antropologiche, xenofobe, razziste e coloniali. Una colonizzazione ed una occupazione militare del mezzogiorno che, al di là delle frasi di aberrante e vomitevole razzismo nei confronti dei meridionali che abbiamo abbondantemente e documentalmente riportato da parte di “liberatori” quali Bixio, Cialdini, Covone,  D’Azeglio, Nievo, Bombrini e tanti altri, doveva trovare per questo una giustificazione ed una sua legittimazione ideologica, culturale ed anche scientifica tendente a dimostrare la inferiorità della razza meridionale ed alla gratitudine che si doveva ai settentrionali di esserci venuti a liberare, ma soprattutto a civilizzare. E questo fu lo sporco compito assolto con lodevole perizia, in questa direzione, dalla scuola positivista del socialista Cesare Lombroso che assieme ad altri antropologi e criminologi come Alfredo Neciforo, Ferri, Sergi, Orano e Garofalo, propugnatori del razzismo scientifico e dell’eugenetica,  misero a frutto i diffusi pregiudizi antimeridionali, teorizzando l’inferiorità della razza meridionale.  Cesare Lombroso, antropologo e criminologo, fu  nel periodo immediatamente successivo all’Unità d’Italia che elaborò le sue teorie sulla inferiorità  etnica dei meridionali, effettuando misurazioni sui crani dei briganti uccisi allo scopo di dimostrare e di ottenere la prova scientifica sulla inferiorità genetica dei meridionali. Lombroso, sfatando il mito di una omogenea razza italica, teorizzò l’esistenza di due tipi di italiani. I settentrionali, come razza superiore, e i meridionali di stirpe negroide africana, razza inferiore.  Più avanti, un altro antropologo di scuola lombrosiana,  Alfredo Niceforo, propugnatore del razzismo scientifico, come il suo maestro, teorizzò l’esistenza in Italia di almeno due razze. Quella eurasiatica (ariana) al Nord e quella euroafricana (negroide) al sud e, di conseguenza, la superiorità razziale degli italiani del Nord su quelli del Sud. Con un particolare, di non poco conto, che l’illustre antropologo, tutto preso dalla elaborazione delle sue folli teorie, vittima della sindrome di Stoccolma, si era dimenticato di essere nato, nel gennaio del 1876, a Castiglione di Sicilia e, quindi, di appartenere ad una razza inferiore! Niceforo, in un  suo libro del 1898, “ L’Italia barbara contemporanea”, descriveva il Sud come una grande colonia che, una volta conquistata e sottomessa, era da “civilizzare”. Questa ideologia della superiorità della razza nordica, al fine di giustificare le rapine e le spoliazioni nei confronti del Sud, fu diffusa- sostiene ancora Gramsci- in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle masse del Settentrione. Il mezzogiorno è la palla al piede - si disse allora come si ripete pedissequamente oggi - che impedisce lo sviluppo dell’Italia. I meridionali sono - secondo la teoria del Lombroso e dei suoi seguaci - biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi per destino naturale e se il Mezzogiorno è arretrato la colpa non è del sistema capitalistico o di altra causa storica, ma del fatto che i meridionali sono di per se incapaci, poltroni, criminali e barbari. Queste teorie portarono poi, nel corso degli anni, alla discriminazione razziale nei confronti dei meridionali come quando nelle città del nord si era soliti leggere cartelli tipo: ” vietato l’ingresso ai cani e ai meridionali”. E ancora: “ non si affittano case ai meridionali”. Era questa la conseguenza della campagna xenofoba e razzista avviata con l’unità d’Italia e che dura ancora ai nostri giorni. 
Come si può, alla luce di tutto questo, parlare a tutt’oggi di Unità d’Italia o di memoria condivisa tra Nord e Sud quando dalla storiografia ufficiale ai meridionali è stata sempre negata una verità storica che li relega nel ghetto dell’essere cittadini residuali di questo paese? E certamente ancor più non ci si può indignare, da parte di insigni rappresentanti delle istituzioni, se oggi i meridionali, in occasioni di recenti manifestazioni sportive, si ritrovano a fischiare l’inno di Mameli. Questi insigni rappresentanti delle istituzioni, farebbero bene ad indignarsi per il fatto che a Torino, il 26 novembre 2009, è stato inaugurato e riaperto al pubblico il nuovo museo Lombroso ricco di reperti, di fotografie di pezzi anatomici, di crani, di teste mozzate, di documenti e di reperti utilizzati dal criminologo ed antropologo veronese e dai suoi seguaci tendenti a teorizzare la inferiorità della razza meridionale ed a sancire che ancora ai nostri giorni esistono due Italie: quella del Nord, civile e progredita; quella del Sud barbara e arretrata. Questo in un paese civile sarebbe il minimo per indignarsi e tramutare questo deprecabile museo degli orrori e delle menzogne in un luogo di rispetto e raccoglimento, insomma in un sacrario. In Italia, purtroppo, basta perdere quattro a zero con la Spagna per essere, come sostengono Napoletano e Monti, orgogliosi di una nazionale che unisce gli italiani. Contenti loro.



















venerdì 6 luglio 2012

Il Regno delle Due Sicilie era come la Germania oggi


SOLE 24ORE
30 giugno 2012

Gli eurobond che fecero l'Unità d'Italia quando il Regno di Napoli era come la Germania
di 
Giuseppe Chiellino


Il vertice europeo di fine giugno ha cancellato gli eurobond dall'agenda. Almeno per ora. Angela Merkel è stata drastica: «Mai finchè sarò viva» aveva detto in pubblico qualche giorno prima. Chissà se la cancelliera tedesca aveva avuto il tempo di leggere lo studio di Stéphanie Collet, storica della finanza della Université Libre de Bruxelles che è andata a spulciare negli archivi delle Borse di Parigi e Anversa per studiare l'unico precedente assimilabile agli Eurobond: l'unificazione del debito sovrano dei sette stati che 150 anni orsono, su iniziativa del Piemonte e sotto tutela di Francia e Inghilterra, costituirono il Regno d'Italia.
Nella storia dello stato moderno è l'esperienza storicamente più vicina al faticosissimo tentativo di dare maggiore consistenza politica all'Unione europea, anche attraverso l'integrazione delle politiche economiche e fiscali, compresi debiti sovrani dei 17 paesi dell'euro. Un precedente prezioso, secondo la Collet, per cercare di capire – mutatis mutandis - come potrebbero comportarsi i mercati finanziari di fronte all'unificazione del debito pubblico dei paesi della zona euro. «Come l'Italia di allora, l'Europa oggi è fatta da stati eterogenei, con economie di dimensioni e condizioni diverse, che parlano lingue diverse e hanno sistemi di imposizione fiscale separati» ricorda la studiosa. 
Grazie al fatto che anche dopo l'unificazione i titoli del Regno d'Italia conservarono fino al 1876 l'indicazione della loro origine (per esempio, ad Anversa le emissioni del Regno delle Due Sicilie erano indicate come "Italy-Neapolitean") la Collet è riuscita a ricostruire le serie storiche dei prezzi settimanali tra il 1847 e il 1873. 
Un lavoro certosino di raccolta manuale dei dati dagli archivi e dai database originali per capire come si sono mosse le quotazioni, prima e dopo l'unità, politica ed economica. 25 emissioni suddivise in quattro gruppi: Regno di Piemonte e Sardegna, Lombardo-Veneto, Due Sicilie e Stato Pontificio. 
La prima cosa che balza agli occhi è lo spread (anche allora!) tra i rendimenti dei diversi gruppi di bond prima e dopo l'Unità. Quelli del Regno delle Due Sicilie (che erano un quarto del totale) prima del 1861 pagavano i tassi più bassi: 4,3%, 140 punti base in meno delle emissioni papali e di quelle piemontesi (che rappresentavano rispettivamente il 29% e il 44% del debito unitario dopo la conversione) e 160 in meno rispetto a quelle Lombardo-Venete (che però erano solo il 2%). 
Insomma, a voler utilizzare le categorie di oggi, il Regno di Napoli economicamente era per l'Italia quello che oggi la Germania è per l'Eurozona. «Come il Regno di Napoli prima dell'integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l'economia più forte dell'eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto» scrive Collet. Considerazioni, queste, che faranno storcere il naso a molti, ma sicuramente non di parte. Del resto, come ricorda Collet, Napoli era di gran lunga la città più importante del neonato Regno d'Italia. E le regioni del Sud avevano una discreta struttura industriale, un'agricoltura fiorente sia pure basata sul latifondismo, e importanti porti commerciali. 
Subito dopo il 1861, però, lo scettiscismo dei mercati nel processo unitario italiano impose un "risk premium" comune a tutti i bond degli stati preunitari, anche a quelli che fino a quel momento avevano goduto di maggiore fiducia e dunque di rendimenti più bassi. Proprio quello che oggi la Germania teme possa avvenire con gli eurobond: l'anno successivo, infatti, i rendimenti dei titoli convertiti in "Regno d'Italia" si allinearono ben al di sopra dei tassi precedenti, al 6,9%. Per gli "Italy – Neapolitean" 260 punti base in più che diventarono 460 nel 1870, per poi cominciare a ripiegare dopo il 1871, quando cioè l'annessione di Venezia e di Roma e il trasferimento della capitale nella città del papato convinsero gli investitori, e non solo, che l'Unità era ormai irreversibile. L"Italia" non era più una mera "espressione geografica", come l'aveva definita Metternich nel 1847, ma dopo tre guerre d'indipendenza e più di vent'anni di manovre diplomatiche era diventata uno stato unitario. «L'integrazione dei debiti sovrani era stato uno strumento per portare avanti l'integrazione politica, come sarebbe oggi per l'Europa» afferma Collet, ma nota anche che «un aumento del premio di rischio aggraverebbe la crisi del debito che sta vivendo l'Europa piuttosto che risolverla. 
Significherebbe che, se fossero introdotti gli eurobond, la Germania perderebbe il suo rating elevato». Questo portava Collet a definire, già nei mesi scorsi, «remote» le speranze di vedere nel breve termine un mercato integrato dei titoli di debito dell'eurozona. Nel lungo termine, invece, i risultati della ricerca sul caso italiano dimostrano che «nel tempo i rendimenti dei titoli diminuirono». Alla luce di questo, oggi la domanda è: quanto tempo ci vorrà perché anche l'Europa sia considerata come un blocco unico e in grado di dotarsi di un vero e proprio piano di salvataggio per l'euro? Per l'Italia ci volle all'incirca un decennio. Considerato che quella italiana fu un'annessione anche militare e quella europea è un'integrazione consensuale, e che i mercati dei capitali si muovono a ritmi diversi rispetto alla seconda metà dell'800, anche Collet concorda che un aumento del costo del debito nel breve termine sarebbe un prezzo che potremmo permetterci di pagare se avessimo la certezza di avere, tra qualche anno, un'Europa più unita. Ma questa certezza nessuna ricerca, per quanto accurata, potrà mai darla. Serve, forse, la capacità di andare oltre il breve periodo, di guardare un po' più lontano rispetto alla prossima scadenza elettorale, superando la "veduta corta" che per Tommaso Padoa Schioppa è stata «la radice» della crisi. 

giovedì 5 luglio 2012

Regina Viarum - Progetto culturale


SISTEMA BIBLIOTECARIO 

SUD PONTINO

Progetto

REGINA VIARUM

Itinerario storico letterario sulla via Appia



L'obiettivo del progetto è quello di far circolare i libri e promuovere la lettura come momento di scambio, svago, crescita e festa. 

Redatto dal Sistema Bibliotecario Sud Pontino e finanziato dall'Assessorato alla Cultura della Regione Lazio, "Regina Viarum" è  un itinerario storico letterario sulla via Appia, dal territorio di Monte San Biagio fino a Castelforte. 

II percorso si snoda lungo 7 tappe geografiche, ognuna delle quali dedicate a tematiche caratteristiche del territorio, allo scopo di riscoprire le proprie radici attraverso letture, incontri con autori, visite guidate ed attività artistiche e culturali.  

Presentato ufficialmente dall'Assessore Regionale alla Cultura Fabiana Santini nell'ambito della Fiera "Libri da scoprire" il 26 maggio in piazza del Popolo a Latina,  il progetto Regina Viarum avrà inizio concretamente l'8 luglio da Campodimele, sede istituzionale del Sistema Bibliotecario,  e si svilupperà come indicato nel programma allegato. 

Il Redattore e Direttore del progetto, Pierluigi Moschitti 







martedì 3 luglio 2012

Fradiavolo a Baronissi



In occasione del “Festival Baronissi Jazz”
sarà presentato il libro

FRA’  DIAVOLO
Scritti, ritratti e folli biografie nei testi e
nei giornali europei del XIX secolo

Un accurato ed inedito lavoro frutto di una lunga ed appassionata ricerca effettuata in Italia ed in ogni angolo d’Europa dove si è scritto del più grande e famoso guerrigliero di tutti i tempi.
Questa volta il libro sarà presentato lì dove il Col. Pezza fu infine riconosciuto ed arrestato, a Baronissi dopo le mille battaglie antifrancesi, volte alla liberazione del Sud da Napoleone.
L’appuntamento al quale tutti i compatrioti ed amici sono invitati è per il giorno 4 luglio 2012, alle ore 18.00, presso il Museo di Arte Contemporanea “Frac”.
Interverranno: Daniele E. Iadicicco, autore
Giovanni Ruggiero, giornalista dell'Avvenire
Aldo Vella, scrittore
Seguirà concerto Fresu/Rea
Web:
www.baronissijazz.it/libri.html