venerdì 13 gennaio 2012

Ruggero Guarini docet

Come faranno mai a vincere questa “guerra non dichiarata” i nemici della verità, i “fautori del mendacio”, i giornalisti “ciucci e venduti” se sul nostro Fronte ci sono arroccati personaggi del calibro di Lino Patruno, Pino Aprile, Gennaro De Crescenzo, Luciano Salera, Lorenzo Del Boca, Antonio Grano, Gigi Di Fiore ed, appunto, Ruggero Guarini, seguiti da una schiera ormai incalcolabile di scrittori e giornalisti, noti e meno noti, e di attivisti di ogni estrazione politica e sociale?
Dopo i colpi ben assestati dei giorni scorsi, arriva il nostro Ruggero che completa l’opera con un “ripasso” di storia e di politica sui vari quotidiani chiudendo alla grande la settimana appena dopo l’anno dei festeggiamenti e delle celebrazioni centocinquantenarie.
Anche in questo caso la soddisfazione è tanta e la gratitudine è immensa.
   
Cap. Alessandro Romano



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 Quando Dostoevskij bocciò l’Italia Una

di
Ruggero Guarini

      Ora che con la fine dell’anno appena defunto si è concluso anche il programma dei festeggiamenti per il 150° anniversario della nascita dell’Italia Una sarà forse consentito ricordare che quel lieto evento poté sembrare un disastro non soltanto a molti nobili spiriti del nostro Mezzogiorno (vedi quel grande storico che fu Giacinto De Sivo, che sullo spirito del nostro Risorgimento scrisse a botta calda pagine strepitose), e talvolta persino ad alcuni dei suoi massimi artefici (vedi la ormai celebre lettera in cui Garibaldi, nel 1868, scrivendo all’amica Adelaide, riconobbe che la sua impresa, nel nostro Sud, aveva “cagionato solo squallore e suscitato solo odio»), ma sembrò tale persino a qualche geniale testimone forestiero. Il più lucido dei quali fu, probabilmente, Dostoevsvkij.
       Quello scrittore quasi profetico in rebus politicis derise infatti la nascita dell’Italia Una in uno dei tanti  articoli che scrisse per “Il Cittadino”, la rivista a cui collaborò fino alla morte. L’articolo uscì nel giugno del 1878. Ma dove e quando il giudiziom cje vi è espresso prese forma nella mente del suo autore? Durante il suo primo soggiorno italiano, nel 1862? O forse durante il secondo, nel 1868, quando si spinse fino a Napoli?
      Anche questa domanda, come quasi tutte quelle mi pongo da anni sull’argomento, nasce dall’incontro nella mia zucca di un fatto del giorno con qualche mio antico ricordo. In questo caso, il fatto del giorno è la lettura delle ultime fiere esternazioni patriottiche racchiuse nell’ultimo discorso del nostro Presidente. Il vecchio ricordo mi rimanda invece al moto di lieta sorpresa che il citato beffardo giudizio di Dostoevskij mi procurò il giorno in cui, tanti anni fa, sfogliando la bella edizione italiana, curata per la Sansoni da Ettore Lo Gatto, del “Diario di uno scrittore”, mi imbattei per caso nella pagina che lo racchiude.
     In quale delle tante città in cui soggiornò nel corso di quei due viaggi – Torino, Roma, Napoli o Firenze, dove fra l’altro scrisse L'idiota – Dostoevskij scoprì dunque che l’Italia Una non gli piaceva affatto? Quali suoi aspetti gli sembrarono particolarmente molesti e irritanti? E con quali nostri spiriti del tempo ebbe nodo di esprimere e discutere i motivi della sua ripulsa, per non dire del suo disgusto? Non so se all’argomento sia stata mai dedicata la necessaria attenzione. Ecco intanto il passo principale dell’articolo con cui l’autore dei “Fratelli Karamazoff” liquidò l’imprersa del conte di Cavour:
      «Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (ma è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo regno di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, [...] un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!».
     Alla lettura di questo passo può essere utile aggiungere quella delle pagine che in un vecchio, ottimo libro di Ettore Lo Gatto (“Russi in Italia”, Roma, Editori Riuniti, 1971) riguardano appunto i soggiorni italiani di Dostoevskij.

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FISIMARIO

Nuovi e vecchi giudizi sul cardinale Ruffo

di
Ruggero Guarini



      In una recente ricostruzione della storia della famiglia Ruffo di Calabria (Domenico Gioffré: “La gran casa dei Ruffo di Bagnara”, edizioni Equi-libri), nel capitolo dedicato al cardinale Fabrizio Ruffo, si può leggere, fra l’altro, un equilibrato giudizio sul vano tentativo compiuto dall’autore dell’impresa sanfedista di sottrarre al loro tragico destino i capi della Repubblica Partenopea.
      È noto come andarono le cose. Giunto con la sua armata alle porte di Napoli, il cardinale ricevé più volte, dalla corte borbonica rifugiata a Palermo, ordini scritti in cui lo si diffidava dal concedere ai giacobini sconfitti un onorevole patto di resa. Ma il cardinale, considerando ormai prossima la caduta della città, prima che arrivassero altri espliciti ordini contrari, intraprese ugualmente trattative volte a indurre i giacobini a sottoscrivere una capitolazione che offriva loro la possibilità di sfuggire alle pene previste per la loro impresa imbarcandosi per la Francia.
      A questo punto, quando l’accordo era già stato sottoscritto e accettato anche dai comandanti delle truppe regolari presenti all'assedio della città (comandanti delle navi inglesi e di alcuni contingenti russi e turchi), Ferdinando IV e Carolina, forti dell'appoggio dell'ammiraglio inglese Orazio Nelson inglese, esautorarono il cardinale dal comando. Quindi Nelson, appena giunto in rada, annullò le clausole del trattato già stipulato. E al cardinale, minacciato persino di arresto, toccò di dover  assistere impotente a quelle esecuzioni che aveva tentato invano di scongiurare.
      Ovviamente – commenta Gioffrè – Ferdinando e Carolina non capirono che con tutte quelle messe a morte avrebbero trasformato i giacobini napoletani in martiri. E osserva che “forse non sbagliava il cardinale Ruffo quando sosteneva che il perdono sarebbe stato la migliore politica”. Giudizio ormai accettato, com’è noto, anche dalla migliore storiografia antiborbonica, nonché perfettamente conforme al mirabile ritratto che di quella geniale figura di porporato, di politico e di condottiero fu abbozzato in quella che resta, a mio sommesso parere, la pagina più toccante che sia stata scritta su di lui.
      «Eppure – si dice in questa pagina – noi intraprendiamo uno strano assunto, quello cioè di provare che fin qui il Cardinale Ruffo è stato calunniato dalla Storia, o meglio dagli storici: noi speriamo riuscirvi; e ciò come si comprende, per puro amore del vero. Diciamo cosa fosse in quell'epoca il Cardinale Ruffo, il quale tra non molto diverrà uno degli eroi più coraggiosi di quei disgraziati tempi, in cui tutti coloro che parteggiavano per la corte eran ritenuti come completamente privi di senso morale, d'onor nazionale e di diritto delle genti. Non si creda che noi ci lasciamo trascinare dall'amore del paradosso. Chi leggerà vedrà e sopra tutto giudicherà».
      E ancora vi si aggiunge: «La nostra parzialità consiste a non volere che l’uomo di genio, di semplice audacia se volete, che ha concepito il piano della restaurazione di Ferdinando I, che ha varcato lo stretto con tre mila ducati, un luogotenente del Re, un segretario, un cappellano, un cameriere, un domestico, che ha messo il piede in Catona, in mezzo a trecento insorti, che ha traversata tutta la Calabria, combattendo per una causa ingiusta, ma, infine combattendo tuttavia, che è arrivato a Napoli con 60 mila uomini, che fino all’ultimo momento ha difeso la capitolazione firmata da lui, e che è caduto in disgrazia del Re, che doveagli il proprio regno, per aver propugnato contro Nelson, Acton, e Carolina, i diritti dell’umanità, venisse trattato come un Pronio, uno Sciarpa, un Mammone, un Fra Diavolo».
      L’autore di questo mirabile elogio non è uno storico. È un grande scrittore. È Alessandro Dumas. E benché egli fosse di gusti giacobini, non esitò a infilarla nella sua vivacissima "Storia dei Borbone di Napoli". Della quale credo si trovo ancora in commercio qualche copia della bella traduzione italiana edita in due volumi edita da Marotta & Marotta nel 2002.

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CARA POLITICONA
di
Ruggero Guarini


La Stampa ci informa che gli italiani, nel 2011, hanno speso 76,5 miliardi di euro, in media più di 1.200 a persona, per lotterie, gratta e vinci e scommesse. Con un aumento di circa 250 euro a persona rispetto all’anno precedente. Il Paese è in recessione e si ha meno denaro, ma si spende di più per tentare la fortuna. Secondo la giornalista, ciò indica che “milioni di italiani ripongano maggiore fiducia nella fortuna come mezzo per risollevare le proprie sorti piuttosto che nelle loro capacità o in quelle dei loro governanti”. Indubbiamente c’è del vero, in questa spiegazione, ma non è la sola.
In primo luogo, è stupefacente che si possa sperare nei governanti per risollevare le proprie sorti. Questa è un’idea assurda. Tutto ciò che i governanti possono fare per la prosperità dei cittadini è “non fare nulla che gli impedisca di essere prosperi”. Lo Stato non ha il dovere, e neanche la possibilità, di offrire ai cittadini la ricchezza in confezione regalo; al contrario, dovendo fornire dei servizi essenziali, sarà sempre lui a chiedere ai cittadini una parte della loro ricchezza.
Da noi invece i cittadini hanno la speranza di riuscire a tassare lo Stato: con un posto nell’Amministrazione pubblica (uno stipendio in cambio di poco, a volte in cambio di niente); una pensione solo perché poveri, vecchi o malati; un sussidio di disoccupazione e cure mediche perfette, per tutti e gratuite. Questo atteggiamento demenziale è stato incoraggiato dai politici che, contraendo debiti per un totale di 1.900 miliardi di euro (come non cessano di ricordarci i mercati finanziari) hanno fatto contenti i cittadini ed hanno alimentato per decenni questa mentalità deviata.
Uno Stato ben ordinato fornisce i servizi essenziali e solo quelli; li amministra in modo razionale, evitando accuratamente gli sperperi e mantiene bassa la pressione fiscale, in modo da incoraggiare le attività economiche. Ecco il modo in cui può “risollevare le sorti” dei cittadini. Non tanto facendo qualcosa per loro, dunque, quanto mantenendo un basso profilo e pesando poco. Tutto l’opposto di ciò che è avvenuto ed avviene in Italia.
Questo stato di cose, durato troppo a lungo, ha sregolato i cervelli. Lo sganciamento del denaro dal lavoro ha indotto molte persone a credere che si può ottenerne un po’ col lavoro, ma il grande denaro si consegue – oltre che con la corruzione - essendo grandi calciatori, grandi cantanti, grandi attori o partecipando a giochi in televisione. Ma una constatazione si impone subito: non tutti sono bravi a calciare una palla, incantare una platea o risolvere un quiz. Molti, poverini, non hanno neanche la possibilità di farsi corrompere e l’unica possibilità che rimane, per arricchirsi senza sforzo e senza merito, è la lotteria. Poco importa che i competenti avvertano che il gioco è scorretto. Che il mazziere bara. Che l’unico che vince è costantemente il banco. Quanto più le cose vanno male, tanto più ci si rivolge al caso benevolo. Perché benessere e malessere dipendono dalla fortuna più o meno grande che si ha. E allora bisogna tenerle la porta aperta.
Questa mentalità ha riflessi negativi anche in politica. Se i cittadini perdono il contatto con la piatta aritmetica economica, se abbandonano la realtà in favore del sogno, divengono i bersagli ideali della demagogia. Solo un Paese di analfabeti economici può sognare di uscire dalla miseria andando ad impadronirsi dei beni dei “ricchi”: e tuttavia proprio questo promettono alcuni partiti. Solo un Paese di analfabeti economici poteva credere che fosse “generoso e sociale”, e non “demente e criminale”, uno Stato che creava il nostro colossale debito pubblico. E solo un popolo poco intelligente poteva considerare uno iettatore chi, in quegli anni lontani, avvertiva del pericolo.
Ora siamo al dramma, e non sappiamo se e come ne usciremo. E qual è la soluzione? Vincere all’Enalotto.     
Cari giovani indignados napoletani che oggi parteciperete alla grande protesta alla piazzaiola organizzata dal vostro movimento su scala nazionale – ma voi siete davvero convinti che la vostra rabbia di incazzati in servizio permanente effettivo possa servire a risolvere soltanto uno degli innumerevoli problemi che si aggrovigliano in quell’enorme garbuglio che è la presente crisi mondiale?
      A incoraggiarvi a coltivare questa candida convinzione provvede naturalmente un’ardentissima brama di protagonismo politico. Accoppiata, naturalmente, a una profonda passione contestatrice e riformatrice. E soprattutto condita da una ancor più toccante persuasione: la certezza di rappresentare, in questo mondo di merda, la giustizia, la virtù, l’amore, la saggezza, il bene, la morale, la ragione e simili. Sono infine sicuri di essere anche molto intelligenti e originali. Ho tuttavia la vaga sensazione che fra le vostre idee non se ne trovi nemmeno una che non provenga da quell’immensa discarica di illusioni in cui la storia non cessa di rovesciare gli avanzi delle varie ideologie che da due secoli e rotti infuriano nel mondo occidentale.
      La più commovente delle vostre passioni è comunque la vostra fede nel potere salvifico della politica. Ossia di un idolo che tutti voi, se foste davvero quei draghi del pensiero che immaginano di essere, anziché mettere al primo posto, dovreste piuttosto cercare di mettere al posto suo, rivolgendole magari questo discorsetto:
      «Cara Politicona – dunque sei tornata a gongolare. Per farlo ti è bastato questo intoppo della crisi finanziaria planetaria. Dalla quale ti auguri che scaturiscano effetti abbastanza devastanti da incoraggiare i tuoi fan a tentare di restituirti quel preteso primato che negli ultimi trent’anni, grazie a una lunga stagione di crescita economica mondiale, nonché all’epilogo catastrofico del più gagliardo esperimento politico di tutti i tempi, avevi, se Dio vuole, in gran parte perduto.   
      «Ma come ti permetti ancora oggi di rivendicare un qualsiasi primato nella vita e nella storia dell’umanità quando nessuna delle conquiste che attraverso i secoli e i millenni hanno continuamente migliorato e allietato l'esistenza umana ricreandone incessantemente le forme può essere attribuita a te? Hai forse inventato tu il fuoco, la cucina, la tessitura, l’agricoltura? E l’architettura, la ruota, la scrittura? E l’orologio, la lente, la stampa, il telescopio, la pila? E il telegrafo, il telefono, il treno, l’automobile, l’aeroplano? E la fotografia, il cinema, la radio, la televisione, il computer, il cellulare? E la balestra, la fionda, la cerbottana, il boomerang, il fucile e la bomba atomica? E i lassativi, le supposte, l’aspirina, i sulfamidici, gli antibiotici? E il commercio, l’industria, il denaro, il credito, la banca? E la musica, l’arte, la poesia, la religione, il teatro? E la ruota, la palla, lo specchio, la trottola e i dadi?
      «Ma va là, fanfarona che non sei altro! Tu non hai mai inventato un tubo. Non hai inventato nemmeno i pennarelli con cui oggi noi indignados scribacchieremo i nostri slogan, nemmeno le tastiere e le chitarre che  strimpelleremo fra un comizi etto e l’altro, nemmeno i megafoni con cui intensificheremo il suono delle nostre voci di pubblici rompicoglioni, nemmeno gli i-Phone e gli i-Pad con cui cercheremo anche oggi di mantenerci in contatto fra di noi e col mondo. Figuriamoci se potrai essere tu a inventare quella rivoluzione davvero epocale che presto, come abbiamo letto anche noi giorni fa, sconvolgerà il mondo della produzione e del lavoro mediante quell’ultima diavoleria che sono le nanotecnologie studiate oggi negli Usa.. Di quale primato vai dunque vaneggiando e sproloquiando?
      «Il solo primato che puoi rivendicare è in effetti quello dei disastri e delle infamie che riesci a provocare tutte le volte che io mi diverto a soddisfare per qualche tempo la tua pazza voglia di affermare questo tuo primato immaginario più o meno su tutti e su tutto. Pensa per esempio ai primati che raggiungesti nel XVIII secolo quando ti permisi di affermare la tua creatività rivoluzionaria col metodo Terrore & Ghigliottina. O quando quegli eccelsi fautori del tuo primato che furono i capi dei regimi totalitari inventarono il lager e il gulag. O a quelli che puoi sbandierare da secoli nel mondo islamico, dove lo strapotere di una politica che si confonde con la religione, mentre impedisce a quei paesi di avanzare sulla strada della democrazia e della libertà, gli assicura il primato nel ramo stragi e massacri.
      «E adesso spiegaci, ti prego, quali nuovi effetti di questa specie ti proponi di scodellare non appena avrai riconquistato, incitandoci a indignarci, quel primato a cui tieni tanto».




giovedì 12 gennaio 2012

Caro Cervi ti scrivo

I “Cervi” e gli amici di Cervi sanno bene che da “questa parte” non si scherza, come sanno bene che quando lanciano in campo certe idiozie storiche, sempre da questa parte si fa fatica a tenere le file affinché nessuno vada oltre ogni ragionevole dibattito, sporcandosi l’anima e la reputazione usando le medesime loro cialtronerie che, raffinate o mielate che siano, sempre ingiurie restano.
Alla diffusione del dibattito culturale avvenuto sulle pagine de IL GIORNALE, tra il nostro Luciano Salera ed il loro Mario Cervi, si è alzato un vespaio di improperi da parte di una moltitudine di nostri amici e compatrioti, ormai stanchi di sentirsi raccontare le solite storielle con i soliti termini e le solite insulse conclusioni.
Antonio Grano, attento scrittore, nostro compatriota incazzato e capofila dei “Tiragliatori scelti” (corpo speciale di assalto informatico-culturale da noi fondato) non ha retto alla provocazione e si è lanciato all’attacco. Come al solito suo, lo ha fatto con eleganza, competenza, determinazione, ma allo stesso tempo con un’ironia affilata e pungente, colpendo ripetutamente nel punto giusto un difensore scalibrato di una storiografia di regime ormai in serie ed evidenti difficoltà. Il Dott. Mieli, come abbiamo visto, alla fine ha “gettato la spugna”, Cervi, invece, ancora spara pattume sulla folla dalla barricata ormai scarrupata dei risorgimentalisti a tutti i costi.
Antonio Grano non ha scritto una semplice lettera, ma un vero e proprio componimento, un magnifico discorso storico che affascina e, nello stesso tempo, appaga ogni desiderio di “vendetta”.
Come diceva Don Paolo: “E’ la Provvidenza a mandare certe persone tra le nostre file”.
Da leggere, da studiare e da conservare per le battaglie.
Buona lettura.  

Cap. Alessandro Romano


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L’ITALIA A LORO IMMAGINE E SOMIGLIANZA

Gent.mo Dott. Mario Cervi





Leggo solo oggi la Sua risposta del 3 dicembre 2011 alle osservazioni dello studioso del Risorgimento Luciano Salera.
Le confesso che da Lei, attento conoscitore della storia d’Italia, mi aspettavo un commento un po’ più pacato e ragionato. La Sua è stata invece la classica risposta arrogante dei neo-savoiardi: una risposta infastidita del tipico professorino (oggi vanno di moda) saccente, cattedratico e intollerante, che ostenta le sue irrefragabili certezze, ritenendosi depositario della Verità Assoluta. E tratta dall’alto in basso i reprobi che osano mettere in discussione il Suo personale Talmud.
Fu occupazione, Dott. Cervi. Occupazione sanguinosa e sanguinaria con successiva spoliazione e colonizzazione del Sud. I neo-savoiardi devono farsene una ragione. La favola è finita. E’ finita perché i vincitori, i franco-padano-savoiardo-piemontesi, da bravi vincitori scrissero la storia a loro uso e consumo, ma commisero il gravissimo errore di non distruggere, di non mandare al rogo quella massa debordante di documenti, di libri, di articoli di giornali, di atti giudiziari, di atti militari, di atti parlamentari, di epistolari, di memoriali e soprattutto di foto, che raccontano la Storia Vera, quella del martirio del Sud invaso e saccheggiato da un esercito di occupazione straniero, quello savoiardo piemontese. Ed ora, quella massa ingente di dati storicamente inoppugnabili tracima sui moderni mezzi di informazione. Non potete più arginarla. E’ Internet, bellezza!
Lei, Dott. Cervi, con una tenacia ed una pertinacia ben degne di altre cause, continua ad utilizzare la vecchia, ma ormai spuntata arma del ricatto, della demonizzazione dei non allineati alla versione di Stato: -non professi la Fede in Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele uni e trini? Anatema! Sei un “dissacratore del Risorgimento e dei Padri della Patria”.-
Quale Patria? Quali “Padri” ? Non si è accorto, Dott. Cervi, che l’Italia di oggi è la risultanza biologica delle farneticazioni e della perfidia di quei “Padri”? Arruffona, caotica, scombinata, gradassa, smargiassa, manesca, litigiosa e rissosa come Garibaldi; sporca, deforme, puzzolente, tracotante, ignorante, incolta, semianalfabeta e maniacosessuale come Vittorio Emanuele II; cinica, spietata, malvagia, opportunista, trasformista, arrogante, tracotante, boriosa e mafiosa come Cavour, portatore del primo grande conflitto di interessi della storia d’Italia.
Questa è l’Italia di oggi, e ove non bastasse è l’Italia dei razzisti padani, razzisti ciclostilati in copia dalle immagini dei loro ferocissimi antenati, i “gloriosi” militari piemontesi. Con la differenza che quelli erano funerei e mortiferi, mentre questi sono solo macchiette, “guapp' 'e cartone”.
I razzisti neo-savoiardi franco padano piemontesi di oggi si limitano a blaterare e ad impinguare i loro portafogli nella Roma Ladrona. Quelli, i loro antenati, facevano sul serio: sperimentarono nel Mezzogiorno d’Italia le loro attitudini allo sterminio dei popoli, per poi applicarle con profitto in Etiopia, in Somalia, in Libia, in Albania, in Eritrea, in Abissinia, in Tripolitania, in Grecia e ovunque andarono per esportare la loro democrazia del terrore a base di gas nervini e forni crematori. Altro che nazisti tedeschi! Fucilazioni, stupri, saccheggi, deportazioni, rastrellamenti, furti, rapine contro le inermi popolazioni meridionali. Gli Unni al loro confronto erano dei seminaristi.
Anche i razzi-leghisti di oggi sono a immagine e somiglianza di questa Italia da buttare. E sono figli vostri, di voi conservatori neo-savoiardi. Somministrando a piene mani l’Enciclopedia della Menzogna, avete inseminato il ventre sifilitico di questa vostra Italia sifilitica, che ha partorito il mostro, il carcinoma che la sta divorando. Razzisti proprio come i loro non lontani avi, gli “eroi”, quelli della guerra di pulizia etnica risorgimentale.
Li avete creati voi e li avete in casa i picconatori della Patria. E da solerti e ipocriti difensori dell’ Italia ...una e indivisibile, contro chi inveite? Contro i razzisti separatisti, scissionisti padani? No. Inveite contro i sobri e dignitosi cittadini e studiosi meridionali e meridionalisti che educatamente, garbatamente, serenamente e per quanto mi riguarda, fin troppo pacificamente, osano porre in discussione le vostre caduche e miserabili “verità”.
“Non nego certi aspetti cupi e a volte atroci di quel memorabile evento”. Li citi, li elenchi, li esplichi Dott. Cervi: quali furono gli “aspetti cupi e a volte atroci del memorabile (!!!???) evento? Il massacro di Bronte?, la mattanza di Casalduni?, l’eccidio di Pontelandolfo?, lo sterminio di Civitella del Tronto?, la carneficina di Gaeta?, il genocidio di Fenestrelle?
Coraggio Dott. Cervi, abbia il coraggio di denunciare la Verità.
La Verità!
Per creare un clima di vendetta? Per esacerbare gli animi? Per mettere in discussione l’Unità d’Italia?
Per quanto mi riguarda, non mi scandalizzo nell’apprendere che c’è qualche meridionale che cova sentimenti di vendetta, tremenda vendetta: è un suo preciso diritto a fronte del martirio subito dai suoi avi. Ma so per certo che la gran parte di quelli che hanno scoperto la Verità, vogliono solo rendere onore a quei martiri, ai martiri della furia omicida dei “liberatori” piemontesi. Anche questo è un loro  diritto!
Ogni anno rendiamo onore ai martiri di Marzabotto; celebriamo le Fosse Ardeatine; onoriamo i martiri di Dachau, di Birkenau, di Buchenwald, di Aushwitz.
 Forse per rinfocolare l’odio verso i tedeschi? No, Dott. Cervi, non ve n’è bisogno, basta e avanza lo spread. Noi onoriamo quei martiri solo ed esclusivamente perché quegli orrori non si ripetano! Ha capito, Dott. Cervi? Noi vogliamo che gli orrori “risorgimentali” non si ripetano, e affinché non si ripetano, tutti, padani e terroni, devono sapere!  Basta con questo asfissiante negazionismo che ha ridotto la vostra -solo a parole- amatissima Italia in brandelli.
Perché non ha risposto agli interrogativi di Salera sui martiri di Fenestrelle, il primo campo di sterminio prenazista, dove i “liberatori” piemontesi straziarono decine di migliaia di “briganti”?
Che cosa temete, Dott. Cervi, che saliamo su in Padania e vi infilziamo con i forconi?
Rivendicare il diritto alla Verità significa, per Lei, creare “un alibi, per giustificare, un secolo e mezzo dopo, ciò che avviene in una parte del Paese” (quanto pudore: si tratta forse del Mezzogiorno d’Italia)?
Ma quale alibi? Abbiamo i nostri guai, è verissimo; abbiamo pure la monnezza,  ma io La invito a dare una risposta chiara ed esaustiva a questa domanda: siamo nei guai in quanto biologicamente tarati; perché, come affermava il criminal-criminologo Lombroso, abbiamo la devianza nel DNA, oppure ce li siamo ritrovati in esito a cause storicamente determinate? Altro che alibi, Dott. Cervi!
E’ questione di razza? Noi siamo la razza impura e voi siete la razza ariana? Lo dica, Dott. Cervi. Abbia il coraggio di dire la Verità.
Dott. Cervi: ci siano, o ci siamo diventati?
Fummo o non fummo dissanguati?
Venti milioni di “carne ‘e maciello” li hanno creati i nostri “fratelli liberatori” piemontesi o no?
E’ vero o non è vero che non ci lasciarono nemmeno gli occhi per piangere?
Io so solo che la mafia, nel XIX Secolo, era Cosa Vostra, Dott. Cervi. O ha dimenticato i vari Don Rodrigo e i “bravi” ?
“Prima di occuparci della mafia dal periodo che va dall’unificazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo dobbiamo, brevemente, ma necessariamente premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione non era mai esistita in Sicilia... la mafia nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia...”.
E’ Rocco Chinnici, Dott. Cervi, non un "bieco reazionario oscurantista assolutista"  come voi neo-savoiardi definite chiunque osi confutare le vostre "verità".
“Contesto un procedimento dialettico in forza del quale le accuse ai piemontesi si risolvono in una riabilitazione estatica dell’ancién régime, in un elogio incondizionato dell’oscurantista Sillabo...”.
Riabilitazione estatica... boh!
La solita tecnica: si inventa il reato e lo si condanna. Fa tutto Lei, Dott. Cervi, se la canta e se la suona. Secondo la Sua versione dei fatti, chi denuncia gli orrori e i delitti perpetrati dai “liberatori” (ma in nome di Dio, da chi dovevano liberarci?) piemontesi lo fa perché vuole ripristinare il Sillabo, e magari rimettere sul trono i Borbone, e perché no, rispezzettare l’Italia nei fantasmatici Stati e Staterelli di cui parla sempre a vanvera la retorica filo savoiarda. Melassa scadentissima.
Dott. Cervi, io sono nato sotto il regime monarchico-colonialistico-imperialistico dei Savoia. Poi quei bastardi furono cacciati a calci nei fondelli e venne la Repubblica. Viva la Repubblica. Sì, viva la Repubblica!  Nessuna riabilitazione più o meno... estatica.
Ma ho scoperto che il monarchico Francesco II di Borbone, Re di Napoli, napoletano verace e non straniero franco-piemontese come Vittorio Emanuele II, era un ragazzino timido, dolce, timorato di Dio, incapace di odiare, incapace di far del male ad una mosca, onesto, leale, generoso. E fu martirizzato dalle orde piemontesi ai comandi del pre-nazista Cialdini. Posso nutrire verso quello sventurato giovane sentimenti di pietà, di misericordia, di amore, o rischio di essere lapidato con l’accusa di vilipendio alla Sacra Italia Unita e Affratellata?... e magari di voler restaurare... l’ancién régime!
Ho scoperto che Vittorio Emanuele II non si lavava mai, puzzava come un cane morto in avanzato stato di decomposizione, era un semianalfabeta che detestava i libri, che amava solo sparare agli animali e fare il bunga-bunga con le decine di escort-contadinotte disseminate nei bordelli nelle sue tenute di caccia. Ho scoperto che era afflitto da priapismo incoercibile; che quando calò al Sud con le sue truppe di occupazione si portò appresso in un carro la sua escort preferita, la sua Rosinella con la quale si consolava a fine mattanza giornaliera.
Devo amarlo e venerarlo, devo chiamarlo “galantuomo” altrimenti divento un “papalino nostalgico dei Borbone” e via farneticando?
Ho scoperto che la marcia su Napoli gli fu imposta (imposta!) dal fratello-coltello Cavour per fermare quell’invasato di Garibaldi (licenziato a Teano e mandato agli arresti domiciliari a Caprera) che stava scombinando tutti gli accordi che lui aveva preso a Plombières les Bains con quel fiorellino di campo, il compagno di merenda Napoleone III. Posso dirlo o Lei mi accusa di voler distruggere l’Italia Unita, Una e Affratellata?
Queste cose gli italiani tutti devono saperle, o devono solo sapere che Garibaldi se ne andò a Caprera col sacchettino di semini di favette e fagiolini, la balletta di stoccafisso, il pacchettino di maccheroncini e altre cretinate del genere buone per bambini scemi e intronati?
“Il Risorgimento, a suo modo è stata una rivoluzione e le rivoluzioni non sono mai indolori e incruente”.
E dunque? E dunque, viva la rivoluzione di Hitler, di Stalin di Mussolini, di Gheddafi.... e chi se ne frega se quella democratica, liberale, progressista, salvifica e socialista rivoluzione savoiarda costò un milione e trecentomila morti ammazzati fra donne, vecchi bambini, militari, civili, briganti, insorti, laici, cattolici e quant’altro, colpevoli solo di appartenere alla inferiore razza dei terroni. E’ questa la rivoluzione? Ma quale rivoluzione? 120 mila soldati addestrati all’odio razziale, mandati a massacrare i terroni, i “beduini africani”, hanno fatto la rivoluzione?
Ma che bella rivoluzione: da una parte i contadini meridionali armati di roncole e forconi contro gli invasori stranieri, dall’altra un esercito di occupazione armato fino ai denti per colonizzarli. Questa Lei la chiama rivoluzione? Questa Lei la chiama democrazia?
“Vittorio Emanuele tenne fede allo Statuto Albertino”. Bravo! E lo impose ai popoli conquistati. Questo Lei non lo dice.
-Vogliamo fare una Costituzione che integri tutte le varie sensibilità e diversità dei popoli peninsulari?-
-Ma quando mai! Abbiamo la nostra Costituzione, lo Statuto Albertino, e glielo facciamo ingoiare a quei luridi terroni. Prendere o prendere.-
-Lo facciamo eleggere dal popolo o dal parlamento il Capo del nuovo Stato?-
-Ma no, che bisogno c’è? Autonomamente e senza dar conto a nessuno, ma ovviamente “per grazia di Dio e volontà della nazione” io Vittorio Emanuele mi autoproclamo Re d’Italia.-
-E Come si farà appellare? Vittorio XI? Emanuele III? Filiberto VII?-
-Ma no: manterrà inalterato il nome di Vittorio Emanuele II. La sacra continuità con il Piemonte e col Regno di Sardegna va rispettata. Alla faccia dell’Italia Una, Democratica e Affratellata.
Anzi, non lo chiameremo neppure Vittorio Emanuele II. Nella prima seduta del Senato del Regno (italiano?) riunito a Torino, nel rigoroso solco della tradizione franco-sabauda, molto patriotticamente lo straniero francopiemontese Cavour, così lo accoglie: “Je salue Victor-Emmanuel deuxième, Roi d’Italie”.-
Italie!, non Italia... Italie, Dott. Cervi!
Viva le Roi!
-E poi che si fa?-
-Come che si fa? Si riunisce il Parlamento ... Nazionale.-
-Dove?-
-A Torino, dove se no?-
-Un po’ lontanuccio da Girgenti.-
-E chi se ne frega?-
-Elezioni?-
-Vade retro!-
-E chi ci mandiamo al parlamento italo-piemontese?-
-Nessun problema: tutta gente fidatissima e soprattutto molto filosavoiarda.
Dunque: 2 principi, 3 duchi, 29 conti, 23 marchesi, 26 baroni, 25 nobili senza titolo, 50 commentatori, 117 cavalieri di cui 3 della Legion d’Onore e infine due Bey dell’Impero Ottomano e una decina di milionari senz’altro titolo onorifico.-
-E allora, via alla Prima Legislatura?-
-Prima Legislatura?! Ma vogliamo scherzare? E la Sacra Continuità con il Grande Regno del Piemonte Allargato dove la mettiamo?-
-E allora?-
-E allora nessuna discontinuità col Sacro Regno ecc.: sarà l’ottava. Dopo la settima, cosa viene se non l’ottava? La matematica non può essere un’opinione.-
-E l’esercito?-
-Semplice: chiamiamo il nostro eroico generale Manfredo Fanti (quello specializzato nella deportazione dei “briganti” nei lager piemontesi) lo facciamo ministro della Guerra e lui farà un bel decreto in cui si stabilisce che da oggi in poi, l’Armata Sarda e tutto il resto si chiamerà Esercito Italiano.-
-E la bandiera, la bandiera del nuovo Stato Unitario Libero, Democratico e Solidale, come sarà?-
-Nessun problema: bianca, rossa e verde.-
-Come la bandiera del Regno di Sardegna?-
-Esatto! Come la bandiera del Regno di Sardegna. Come, se no?-
Sì, cest plus facile. Evviva le Roi, evviva l’Italie ...e allons enfant de la Patrie!
“Il Re non amò, ma dovette accettare un primo ministro come Cavour”.
Ma no!? Non si amavano!? Ma allora è vero che si detestavano, che Cavour si vantava di non aver mai stretto la mano a quel “guerrigliero” di Garibaldi, che odiava ed era odiato da Mazzini, che Mazzini schifava Vittorio, che Vittorio detestava Peppiniello e via detestandosi fra loro!
A proposito: ma Garibaldi, Dott. Cervi, cos’erà, monarchico, repubblicano, anarchico, socialista, fascista, cattocomunista? Me lo spieghi perché io ho capito solo che scriveva cose da far rivoltare lo stomaco ... ai patriottardi nazionalisti vetero e  neo-savoiardi: “Quando i posteri esamineranno gli atti del governo e del Parlamento italiano durante il Risorgimento, vi troveranno cose da cloaca”.
Cose da cloaca, Dott. Cervi, cose da cloaca, parola di Peppino Garibaldi. Ne sa niente Lei? E lo sa cosa diceva Indro Montanelli del Risorgimento? Glielo ricordo: “Abbiamo sempre vissuto sul falso del Risorgimento che assomiglia ben poco a quello che ci fanno studiare a scuola”. Traduzione: avete messo  e continuate a mettere un bel coperchio... sulla cloaca.
Concludo, Dott. Cervi. Ho letto l’ultimo libro del Capo dello Stato Giorgio Napolitano “Una e indivisibile”.
Si tratta di un testo “classico”: da una parte i biondi alti e con gli occhi azzurri Garibaldi, Vittorio Emanuele e Cavour, dall’altra i Borbone brutti sporchi e cattivi, e tante dosi massicce di agiografia edulcorata, di luoghi comuni, di frasi fatte e tanto negazionismo... di Stato.
Risponderò virgola su virgola, ma voglio dirLe una cosa: se io fossi il Capo dello Stato scriverei e firmerei quel libro. Lui ha il dovere...  di mentire. Lui deve dare messaggi edificanti, unificanti e costruttivi. Lui deve  favorire l’integrazione del popolo e per tonificare il tessuto unitario della Nazione.
Lui compie il suo preciso dovere istituzionale di Capo dello Stato con le buone parole. Cos’altro può fare, armato della sola moral suasion, per rimettere insieme i cocci di questa Italia sbrindellata?
Ma Lei no, Dott. Cervi. Lei non è il Capo dello Stato. Lei è un giornalista e un giornalista deve dire la Verità, tutta la Verità, null’altro che la Verità. Lei non deve salvare la Patria, non è Suo compito e non rientra nelle Sue prerogative.
Distinti saluti.

Dott. Antonio Grano





lunedì 9 gennaio 2012

Palermo-Napoli 1-3, rosanero crollano sotto i colpi di un grande Napoli






Palermo-Napoli, il derby del Regno delle Due Sicilie chiude questa 17^Giornata di Serie A. Palermo con Munoz terzino destro e il neo acquisto Vazquez dietro le punte Miccoli e Budan. Napoli con Pandev e Hamsik dietro Cavani, l’ex di turno.
Primo tempo.
Le due squadre partono molto forte e si affidano al gioco sulle fasce, sinistra con Balzaretti il Palermo, destra con Maggio il Napoli.
Al 2°minuto, azione di Budan che vince un rimpallo si trova da solo davanti De Sanctis ma il croato spara sul portiere. Dopo la partenza del Palermo, risponde subito il Napoli al minuto 7 Gargano triangola con Pandev e calcia forte ma centrale, para Benussi. Cavani al 9° mette alto sulla traversa di testa. Il Napoli costruisce ma il Palermo affonda il contropiede e su uno di questi è bravo De Sanctis in uscita su Miccoli. Poi due occasioni per il Matador, entrambe di testa, il primo è facilmente deviato da Benussi, il secondo è un errore di Cavani che mette a lato da pochi metri. Dopo il quarto d’ora di gioco sale in cattedra il Palermo: al minuto 17, Miccoli con un destro rasoterra mette di poco a lato, al minuto 24 grande azione di Budan che salta Aronica e mette Vazquez solo davanti al portiere, il neo arrivato prova il colpo sotto ma mette alto sulla traversa. Al 31° è sempre il Palermo ad andare vicino al vantaggio, dopo azione corale Balzaretti crossa per il solissimo Miccoli che di testa non trova la porta. Il Napoli tiene bene il campo ma è il Palermo ad avere le migliori occasioni.
Al 35°, proprio nel miglior momento del Palermo, il Napoli passa con un gran contropiede di Gargano, il migliore nel primo tempo: Il piccolo uruguagio arriva sul fondo e mette in mezzo un pallone rasoterra per Pandev, il macedone protegge palla e mette facilmente dentro da metri zero. Clamoroso errore dei centrali del Palermo. Reazione del Palermo che non si fa attendere, è il capitano Miccoli a provare per due volte (minuto 39) di rimettere le cose apposto, in entrambi i casi la mira è sbagliata. Al 41° tentativo di Pandev da fuori area e palla alta. Il primo tempo si chiude con un gol annullato per fuorigioco a Migliaccio, che di testa aveva messo dentro su cross di Miccoli.
Secondo tempo.
Mutti effettua due cambi, Acquah per Della Rocca e Alvarez per Vazquez.
Il Palermo gioca adesso col 4-4-2, con Acquah largo sulla destra e Alvarez sulla sinistra. Ma è il Napoli a iniziare meglio con Pandev, rasoterra parato con difficoltà da Benussi. Al 54° Cavani inventa un gol da cineteca con tiro a giro su secondo palo, sul quale Benussi appare in ritardo. La Perla del Matador viene applaudita da tutto il pubblico del Barbera, sportivissimo nell’occasione. Il Palermo non riesce a reagire, la condizione fisica non sembra reggere. Solo un tentativo fortuito di Budan, tiro cross alto sulla traversa al 56°.
Al minuto 57 Pandev coglie un palo con tiro deviato da Munoz, il pubblico sembra spazientirsi. A controprova dell’impotenza di questo Palermo del secondo tempo arriva il terzo gol dei partenopei: Grande azione di Inler, lo svizzero tiene palla e smarca Hamsik davanti a Benussi, lo slovacco salta il portiere e deposita in rete. Partita chiusa. Da questo momento da segnalare l’esordio di Mehmeti (al posto di Budan) e gli ingressi di Dzemaili e Zuniga per il Napoli (Hamsik e Pandev fuori). All’88° il gol della bandiera, bello ma inutile di Miccoli: Cross dalla tre quarti di Balzaretti e splendido colpo di testa a scavalcare il portiere. Fischi per tutti i giocatori rosa, il Napoli si rilancia in classifica.

Il Campionato delle Due Sicilie