sabato 7 gennaio 2012

Lino Patruno docet




Gira gira la colpa non è degli altri 

di
Lino Patruno


Non è per stare a parlare ancòra di Giorgio Bocca. Ma la sua scomparsa ha rinfocolato la polemica su quanto antimeridionale potè essere. Soprattutto su quanto antimeridionalismo possa esserci oggi in giro. Molto. Del resto il giornalista ex partigiano piemontese non andò per il sottile definendo “Inferno” il Sud in un suo libro famoso anche per una serie di errori di nomi, tempi, luoghi: tanto da far sospettare che non fosse troppo informato.
Ma tant’è. Oltre però che non sbagliare il “chi, come, quando, dove”, un giornalista dovrebbe anche rispondere al “perché” di ciò di cui parla. Cioè non basta dire “Napoli città decomposta da migliaia di anni” (con Napoli emblema del Sud intero: al momento dell’Unità d’Italia, i sabaudi compaesani di Bocca definivano “napo” tutti i meridionali).
Non basta dire “napoletani plebe che vive di magia”. E per completare, non basta dire, come Bocca nell’ultima intervista, che al Sud vive “gente repellente” che all’improvviso sbuca dagli angoli. Madonna.
Obiezione: il giornalista fotografa la realtà, spetta ad altri indagarne le cause. Ma allora, bisogna fotografare tutto, per esempio il popolo di formiche che ogni giorno si spezza la schiena come il resto del Paese. E poi un libro non è un articolo di giornale. Altrimenti si finisce a un comico decotto come Villaggio il quale, dopo l’alluvione della sua Genova, dice di essere “vaghissimamente indignato perché i liguri hanno la presunzione di essere una cultura anglosassone diversa dalla cultura sudista borbonica che è forse la piaga di tutta l’Italia”. Insomma se piove è colpa di Napoli.
Gli scampoli del pensiero di Bocca interessano perché del tutto simili al più o meno generale (pre)giudizio sul Sud. In sintesi: occorre abbandonare le vecchie abitudini “clientelari, assistenziali, parassitarie del malcostume meridionale”. Questo (mal)costume meridionale è “estraneo e nocivo a un Paese industrialmente avanzato”. Detto in stile Villaggio, non è da Genova. Conclusione: Sud palla al piede del Paese.
Prima di procedere, necessita un “avviso ai naviganti” per i più feroci antimeridionalisti in circolazione: gli intellettuali meridionali. Quelli che “non dobbiamo sempre dare la colpa agli altri”, quelli che “a furia di giustificarci con la storia non si fa un passo in avanti”, quelli che “facciamoci un esame di coscienza”. Diciamo quelli per i quali è faticoso uscire dalla casta dei benpensanti. Soprattutto è faticoso mettersi contro la casta dominante: poi chi me lo pubblica il libro, chi mi invita in tv? La casta della quale Bocca era il più sboccato.
Il colpo di scena è che Bocca ha ragione. E anche il rancido Villaggio. Le abitudini “clientelari, assistenziali, parassitarie” sono un malcostume, e fanno danno al Sud e a tutto il Paese. Quanto alla “cultura sudista borbonica”, quand’anche ci fosse stata, è strano che abbia contaminato il resto d’Italia perché i Borbone nel 1861 persero. E quanto all’”abietta” burocrazia borbonica, dal 18 marzo 1861 la burocrazia fu ovunque sabauda.
E’ vero anche che decine di migliaia di ragazzi ogni anno lasciano il Sud non solo (e soprattutto) per mancanza di lavoro, ma anche perché non disposti a subìre il clientelismo della raccomandazione, la mortificazione dell’assistenza, lo spettacolo del parassitismo. Ma allora: o i meridionali nascono razza inferiore, o bisogna appunto capire i “perché” di tutto ciò. Premettendo che i primi colpevoli sono i meridionali medesimi. Per aver accettato senza ribellarsi ciò che le loro impavide o complici classi politiche (anzi dirigenti) hanno a loro volta accettato o provocato.
All’indomani dell’Unità, il Sud è stato rappresentato da un due per cento della popolazione di proprietari terrieri schierato contro il restante 98 per cento. Due per cento a difesa dei suoi privilegi. E cieco di fronte al disegno del nuovo Paese con l’iniziale sviluppo dirottato nel Nord accentratore, più vicino all’Europa, in fondo vincitore. Anche grazie a quelle classi dirigenti, l’effetto è stato un Sud condannato nel tempo all’intervento dello Stato per supplire ai suoi ritardi. Con una invasione di economia pubblica che è tutto il contrario dell’efficienza e della competitività. Uno statalismo nel quale, per capirci, per lavorare bisogna conoscere l’onorevole, non essere bravo.
Questa classe dirigente è stata specialista anzitutto nel far arrivare soldi. E nel farli arrivare dove serviva per avere in cambio i voti, non dove servivano per la crescita. Malcostume. Però oggi la mano corrotta dello Stato è presente in oltre la metà dell’economia non sudista ma nazionale: più dell’Unione Sovietica del tempo. E quanto alla competitività, l’Italia (non il Sud) è agli ultimi posti del mondo, dietro anche al Botswana, con tutto il rispetto. Italia meridionalizzata? O Italia tutta malata con un Sud abbastanza di più? Bocca non può rispondere, ma ci pensi.

Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno

giovedì 5 gennaio 2012

La strage dei Cutrara

Una pagina orrenda, fatta di sangue e di violenza, oscurata dalla mitologia risorgimentale ed ancor oggi censurata dalla storiografia ufficiale.
Un'altra vergogna nascosta che, da 150 anni, aspetta di essere conosciuta e le cui vittime attendono di essere annoverate tra i martiri di un’Italia matrigna.
Riportiamo il racconto della strage, scritto dal compatriota e collega Ignazio Coppola, ed il programma dell’evento che è stato promosso dal Comune, dalla Provincia, da associazioni culturali e storici locali.

Cap. Alessandro Romano

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La rivolta contro i Cutrara: Castellammare del Golfo, gennaio 1862 - 150° anniversario. Sabato 7 gennaio 2012 – ore 17.30 – Teatro Apollo, Castellammare del Golfo (Trapani), dopo la cerimonia religiosa per ricordare le vittime svoltasi il 3 gennaio ed in particolare la piccola Angelina Romano (otto anni circa, fucilata dalle truppe sabaude: e qualcuno ha avuto anche il coraggio di festeggiare i 150 anni…), convegno di studi “La rivolta contro i Cutrara - 150 anni nell'oblio” a cura dell’Associazione Nostra Principalissima Patrona, del Comune di Castellammare del Golfo e della Provincia di Trapani, con: Prof. Don Michele Antonino Crociata, Tanino Di Stefano, Baldo Sabella, Dott. Francesco Bianco, autore di diversi saggi sulla verità storica nella Sicilia post-unitaria, vittima di saccheggi e massacri (dimenticati) come "l’altra Sicilia".









A Macerata Campania












mercoledì 4 gennaio 2012

I Neoborbonici alla riscossa




Neoborbonici tra "orgoglio" e rinascita


C’è un movimento che si sta sempre più affermando nel web. Aprono pagine facebook, twittano, realizzano portali e giornali on line. Sono i Neoborbonici. Da qualche tempo, non solo nel mondo virtuale ma anche in quello reale, hanno fatto la loro comparsa. Basta, ad esempio, guardare con attenzione alcuni filmati relativi agli incontri calcistici che vedono in campo le squadre del Meridione. Sugli spalti con facilità vengono mostrate enormi bandiere bianche con lo stemma del Regno delle due Sicilie. E non è di certo un caso, visto che quest’anno celebriamo il 150° anniversario dell’unità d’Italia. Un’Italia sbagliata per alcuni, giusta per altri. Ad ogni modo, questi neoborbonici portano fatti, numeri e storia (una parte s’intende) di una conquista che ha penalizzato il Meridione. Si definiscono “neoborbonici” perché “con i Borbone, per l’ultima volta, i Meridionali sono stati un popolo amato, rispettato e temuto in tutto il mondo”. La peculiarità di questo movimento sta nel fatto di voler abbracciare diversi aspetti della società attuale: nei loro portali ci sono sezioni dedicate all’economia e alla cultura, alla musica e al calcio. Pensate che c’è persino una classifica delle squadre del sud. “L’auspicio - si legge nel sito - è che un giorno veramente si possa disputare un vero campionato delle Due Sicilie, magari con una super trofeo da disputare poi con le squadre del centro-nord”.

Fonte: Stampa tumblr


Il caso Carditello. La Regione ci mette una pezza.



Da Palazzo Santa Lucia
nasce l'idea di costituire la 'Fondazione Carditello'.
Una manovra di facciata
che maschera le pessime intenzioni di Caldoro e soci

di
Nando Cimino


La Regione si impegna a promuovere la costituzione della “Fondazione Carditello”. L’idea è quella, attraverso la fondazione appunto, di  acquisire, promuovere e gestire il Real Sito Borbonico. Apprezzabile lo sforzo ma, ammesso che si possa parlare di successo o comunque di un punto segnato a favore della provincia di Caserta, i dubbi si moltiplicano e la sfiducia aumenta. I riflettori puntati dai media locali e nazionali, hanno sicuramente messo in evidenza un dato; la Reggia di Carditello è un problema per la Regione Campania. Dimostrazione ne siano, le barricate alzate contro la proposta di acquisto del bene, dalla commissione bilancio prima e dall’intero consiglio regionale, poi. Ma che cos’è una “fondazione?” La fondazione, altro non è che un ente senza scopo di lucro formato da un patrimonio. La formazione di questo ente, prevede una serie di pratiche giuridiche per formarne il fondatore, che può essere una persona fisica o una persona giuridica. In buona sintesi, è una pratica che comporta un notevole dispendio di tempo e di energie. Ed è il tempo che preoccupa maggiormente, considerato soprattutto che, nonostante la vigilanza saltuaria, il saccheggio della Reggia prosegue indisturbato e le piogge incessanti, compiono la loro nefasta azione di distruzione degli affreschi, nelle sale reali. Inoltre, quando si parla di enti, le preoccupazioni aumentano se si pensa che, la maggior parte degli enti partecipati in Campania, sono esplosi a causa della loro pessima gestione. Un esempio per tutti, il consorzio di bacino del basso Volturno, proprietario della Reggia di Carditello, dal fallimento del quale, si genera la macabra situazione in cui versa la magnifica fattoria borbonica di Carditello. Per quanto l’assessore regionale, Giuseppe De Mita, cerchi di indorare la pillola, appellandosi al diritto di prelazione per l’acquisto del bene da parte dello Stato, è fuori discussione che, se non ci fosse stata una severa e puntuale informazione su questa torbida vicenda, la sventurata Real Tenuta dei Borbone, sarebbe presto caduta nel dimenticatoio e facile preda, nel compiacente silenzio delle istituzioni, del palazzinaro di turno. Esiste un caso “Carditello”. Dall’amara Terra di Lavoro, questa pietosa storia, è diventata oggetto di investigazione, come nella migliore tradizione  giornalistica che questo Paese può vantare. Dalla stampa alle televisioni locali, da Report di Raitre a Repubblica che, attraverso l’inchiesta di Francesco Erbani e le riprese televisive di Anna Laura De Rosa, traccia il miserrimo profilo dal quale, il popolo di Terra di Lavoro, ha tutto il diritto di essere affrancato. La Regione Campania ha perso l’occasione di mettere al centro delle sue prerogative, la provincia di Caserta che, attraverso la Reggia di Carditello, avrebbe potuto avviare il legittimo percorso verso il graduale riscatto di questa martoriata terra che non è fatta di immondizia e camorra. Con questo atteggiamento, viene sminuita anche la portentosa opera della magistratura e delle forze dell’ordine, che ha portato all’arresto di Michele Zagaria. Sarebbe stato come dare respiro ad una nuova era fatta di speranza, riscatto e crescita. Ma a quanto pare, c’è chi non la pensa così.

martedì 3 gennaio 2012

Carditello: da Nicola Caputo arriva un barlume di speranza




Diramiamo la notizia sulla realizzazione della "Fondazione  Carditello" che ci è giunta appena dopo quella della tragica presa di posizione negativa da parte della Regione Campania. Certamente questa non è la soluzione definitiva, ma l'inizio di un percorso che, in ogni caso, prevede un arrivo. 
Ciò dimostra che le pressioni affinchè si facesse qualcosa sono state notevoli ed a tenaglia, ma non ancora possiamo abbassare la guardia.
Il nostro plauso e la nostra riconoscenza di questo primo importante passo va al Consigliere regionale Nicola Caputo che, ascoltando il grido di dolore nostro e di molti conterranei, facendo sua questa battaglia d'amore per un monumento in agonia, è riuscito ad aprire una breccia nel cuore dei politici.  
Vediamo se tutti insieme riuciamo a salvare questo angolo importante della nostra storia.

Alessandro Romano



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Approvata in Consiglio Regionale, nell'ambito dei lavori della Finanziaria 2012, la "Fondazione Carditello" per l'acquisizione e la gestione del Real Sito Borbonico di Carditello.
"Certo si sarebbe potuto fare di più - dichiara Nicola Caputo Consigliere regionale Pd, da tempo impegnato in prima linea per trovare una soluzione alla complicata questione - ma purtroppo - continua - questa maggioranza non ha mostrato la disponibilità necessaria per approvare uno stanziamento economico che avrebbe reso tutta l'azione meno difficoltosa. Registriamo comunque il risultato positivo che ci sprona continuare in maniera ancora più decisa sulla questione con tutti gli attori del territorio".

Fonte: http://www.campanianotizie.com/

lunedì 2 gennaio 2012

Reggia del Carditello: la fine.






Abbattetela
E' la fine per la Reggia di Carditello

di
Nando Cimmino

La Regione Campania ha abbandonato il Real Sito borbonico di San Tammaro. Il governatore Stefano Caldoro ha conosciuto il nome di questo Comune solo per le liberare le strade di De Magistris dalla spazzatura. E' la fine Carditello. Abbattete la Reggia di Carditello. Fatela sparire dalla memoria della gente di Terra di Lavoro. Fatela sparire, insieme a quella parte sana della Storia, che ha reso grande il popolo del Sud. Rendetela un cumulo di macerie sotto le quali seppellire l’incompetenza, l’incoscienza e la codardia di chi ha permesso tutto ciò. Adibite, il cortile reale, a parcheggio per i nauseabondi camion della spazzatura provenienti da Napoli, da Salerno e da tutta la provincia di Caserta. Il Real sito di Carditello va cancellato, al pari di come andrebbe cancellata una delle pagine più squallide della frustrata storia della provincia di Caserta. Una pagina lunga decenni che ha visto questo territorio, vittima dello più sfrenato e scellerato napolicentrismo, grazie anche all’indifferenza compiacente di coloro che, eletti nei collegi casertani, avrebbero dovuto almeno tentare di difendere questa terra dall’assalto dei CDR, delle discariche e dei siti di stoccaggio. Una provincia subordinata, in tutto e per tutto, agli umori del “Kapo” di turno, posto al governo di quello che appare sempre più come un lager. Un campo di concentramento, dove le giuste aspettative della gente perbene di questa provincia, sono sempre più disattese. Caldoro, che si è ricordato di San Tammaro solo quando ha dovuto liberare le strade di De Magistris, dall’immondizia partenopea, respinge l’emendamento al bilancio proposto dai consiglieri regionali casertani, per stornare i fondi da veicolare verso l’acquisto della fattoria borbonica, così come proposto da anni dalla Sga. Ovviamente nessun casertano, minimamente attento alle cose della politica, così come nel nostro Paese è concepita, ha creduto per un solo istante, che la cosa potesse approdare ad un sicuro riparo. I più smaliziati, pensano persino che altro non sia stato che un modesto tentativo, quello abbozzato dalla squadra casertana, di fare una lavata di faccia ai propri elettori, dai quali sono stati compulsati a prendere posizione sulla vicenda. Un errore madornale, quello di ricondurre tutto ad una vicenda da campanile. Il Real Sito di Carditello infatti, pur essendo la proiezione della illuminata visione che Ferdinando IV di Borbone aveva di questa parte della Campania, è un bene che appartiene a tutta la Regione e a tutto il Paese e che, pertanto, meritava la difesa di tutto il governo regionale e non solo di una parte minoritaria di esso. Inutile oggi, ripercorrere le responsabilità oggettive e soggettive; questo è lo stato dell’arte. La parola fine, è stata vergata da una classe politica che ha concepito la Reggia di Carditello come un problema da allontanare da sé e non certo come una risorsa e come un’opportunità, capace di generare lavoro e quindi economia. La parola alla prossima asta fallimentare. Sì, perché di fallimento si tratta.

Fonte: Interno18