venerdì 23 dicembre 2011
CONVEGNO A GIOIOSA JONICA
Giovedì 29 dicembre 2011, alle 09.30, presso il palazzo Amaduri di Gioiosa Jomica, si terrà un convegno sulle insorgenze antiunitarie, nel corso del quale, tra l’altro, saranno esposti alcuni fatti inediti, frutto di recenti ricerche di archivio che saranno resi noti anche nella pubblicazione degli atti.
Al termine dei lavori, alle ore 19.00, a cura dell’Associazione Due Sicilie “Nicola Zitara”, nella Chiesa della S.S. Addolorata in Gioiosa Jonica (RC) sarà celebrata la Santa Messa in suffragio di Francesco II di Borbone, ultimo Re delle Due Sicilie, dei Soldati caduti a difesa della nostra Terra e delle decine di migliaia di prigionieri di guerra meridionali lasciati morire di fame e di freddo nei campi di concentramento piemontesi.
mercoledì 21 dicembre 2011
MESSA IN SUFFRAGIO
di
S.M. FRANCESCO II
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IL MOVIMENTO NEOBORBONICO
E L’EDITORIALE IL GIGLIO
annunciano
la SS. Messa in suffragio dell’anima santa di Francesco II di Borbone, ultimo Re delle Due Sicilie, nell’anniversario della sua morte avvenuta il 27 dicembre 1894, che si terrà nella Chiesa di San Ferdinando di Palazzo in Napoli, Piazza Trieste e Trento (Piazza S. Ferdinando), martedì 27 dicembre, alle ore 18.
Alla SS. Messa che sarà officiata in rito romano antico, saranno presenti il Marchese Pierluigi Sanfelice di Bagnoli, Delegato di Napoli del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, ed il Cav. Marco Crisconio dell’Arciconfraternita di San Ferdinando di Palazzo.
La commemorazione sarà tenuta dal Presidente del Movimento Neoborbonico prof. Gennaro De Crescenzo.
Presenzierà un picchetto d’onore dei Cavalieri dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio con labaro, sarà eseguito l'Inno Nazionale delle Due Sicilie di Giovanni Paisiello e sarà esposta la Bandiera di Stato.
Il Movimento Neoborbonico, unitamente a tutte le sue componenti rappresentative centrali e periferiche, invita gli iscritti, i compatrioti, i Confratelli dell’Ordine Costantiniano e gli amici nella Fede e nell’Ideale a presenziare la funzione in suffragio del Re.
Cap. Alessandro Romano
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Fu Francesco II di Borbone il vero “re galantuomo”
parola di Matilde Serao
Il passo che segue, relativo al trapasso di S.M. Francesco II, è stato tratto dall’opera: “Per la traslazione in Santa Chiara di Napoli dei resti mortali degli ultimi Sovrani delle Due Sicilie” – Napoli 1984 – di Padre Gaudenzio dell’Aja, francescano.
””” Nella seconda decade di dicembre, la Regina si recò ad Arco per trascorrervi i giorni di Natale e di Capodanno insieme col Consorte, ma la vigilia di Natale le condizioni di salute di Francesco di Borbone si aggravarono. Il 26 dicembre, dopo la celebrazione della Messa, furono amministrati al Sovrano il Viatico e l'Estrema Unzione.
Confortato dalla benedizione del Sommo Pon¬tefice, Francesco II si spense in Arco il 27 dicem¬bre 1894, alle ore 14,34.
Erano presenti al transito la Regina Maria Sofia, il Conte di Caserta e gli Arciduchi di Au¬stria, Alberto, Ranieri ed Ernesto.
Napoli apprese la notizia della morte di Fran¬cesco II di Borbone dalle colonne de Il Mattino. Matilde Serao scrisse in prima pagina un articolo dal titolo « Il Re di Napoli », in cui fra l'altro diceva: «Don Francesco di Borbone è morto, cri¬stianamente, in un piccolo paese alpino, rendendo a Dio l'anima tribolata ma serena.
Giammai principe sopportò le avversità della fortuna con la fermezza silenziosa e la dignità di Francesco secondo. Colui che era stato o era parso debole sul trono, travolto dal destino, dalla inelut¬tabile fatalità, colui che era stato schernito come un incosciente, mentre egli subiva una catastrofe creata da mille cause incoscienti, questo povero re, questo povero giovane che non era stato felice un anno, ha lasciato che tutti i dolori umani penetras¬sero in lui, senza respingerli, senza lamentarsi; ed ha preso la via dell'esilio e vi è restato trentaquat¬tro anni, senza che mai nulla si potesse dire contro di lui. Detronizzato, impoverito, restato senza pa¬tria, egli ha piegato la sua testa sotto la bufera e la sua rassegnazione ha assunto un carattere di muto eroismo... Galantuomo come uomo e gentiluomo come principe, ecco il ritratto di Don Francesco di Borbone».
La salma di Francesco II, vestita con abiti civili su cui spiccavano le decorazioni e fra queste la medaglia al valore militare per la difesa di Gaeta, restò esposta nella camera ardente fino alla sera del 29 dicembre ”””.
Francesco II sul letto di morte
martedì 20 dicembre 2011
Quando Ferdinando II andava in mezzo al popolo aizzato dai giacobini
S.M. Ferdinando II di Borbone
Una storia che, finalmente, ci consente di individuare i malefici promotori della continua e sistematica maldicenza che ferì nell'onore e nella credibilità il grande re Ferdinando II di Borbone.
Un altro importante tassello mancante della storia viene collocato al posto giusto da un ricercatore preciso e, soprattutto, onesto.
Cap. Alessandro Romano
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Il "Re Bomba" e l'erba Botris
di
Massimo Jevolella
«Ahi, miseranda Sicilia! Se non più le restava da sopportare in tanti numerosi infortunii, che l’hanno ravvolta sin da tempo più antico, poteva ora con il più lacerante presentimento aspettarsi una sì fiera coorte di mali, che l’avesse interamente travagliata e consunta?».
Correva il settembre del 1837. La furia del colera si era spenta a Palermo da poche settimane, e già il cavalier Vincenzo Pergola dedicava a “Sua Eccellenza Marcello Fardella duca di Cumia, gentiluomo di camera di Sua Maestà, cavaliere di Gran Croce del R. O. Costantiniano, ecc., ecc., e direttore generale della polizia medesima in Sicilia” un opuscolo di cinquantadue pagine, grondanti lacrime, terrori, e inni alla rinnovata speranza in un futuro di grazia, di luce universale e di redenzione; e intitolava quell’opuscolo, stampato dalla Tipografia del Giornale letterario in via Maestra dell’Albergaria n. 240, Descrizione istorica del cholera asiatico avvenuto a Palermo in quest’anno 1837.
L’enfasi di quella descrizione, che ben presto si rivela tutta intesa alla lode del governo borbonico, dei suoi eroici e fedeli sudditi siciliani, e del suo operato durante i giorni terribili della strage, ha in realtà un suo fosco retroscena, un sottinteso significato, una precisa, puntuale, e fatalmente grottesca ragione politica. Che una rapida rievocazione degli avvenimenti di quell’estate lontana basterà, spero, a riportare alla luce, a ennesima ed eterna conferma di un principio che mai si vide decadere nei tempi delle più cupe tragedie umane: anche allora si volle colpire un responsabile, si gridò al veleno, si cercò l’untore, e poiché allora il vento della storia soffiava avverso ai Borboni, non si tardò ad additare nel re, Ferdinando II, il vero, satanico cavaliere segreto di quell’immane apocalisse.
(Trent’anni più tardi, caduti i Borbone, e regnanti i Savoia sull’Italia unita, una nuova ondata di colera trovò gli animi dei siciliani assolutamente immutati, e naturalmente pronti a mormorare contro nuovi e fantastici untori e complotti politici governativi, com’ebbe a ricordare anche Giovanni Verga nell’undicesimo capitolo dei Malavoglia: «Lui invece, se gli avessero portato la ricetta del medico per qualche medicina, avrebbe aperto la spezieria anche di notte, che non aveva paura del colera; e diceva pure che era una minchioneria di credere che il colera lo buttassero per le strade e dietro gli usci. – Segno che è lui che sparge il colera! – andava soffiando don Giammaria. Per questo nel paese volevano fargli la festa allo speziale; ma lui si metteva a ridere come una gallina, preciso come faceva don Silvestro, e diceva: – Io che sono repubblicano! Se fossi un impiegato, o qualcuno di quelli che fanno i tirapiedi al Governo, non direi! –»).
Quasi due secoli fa, a Palermo, le condizioni della pubblica igiene non erano assai peggiori di quelle odierne (l’indignazione di Goethe per i cumuli di munnizza lasciati imputridire nelle strade ne aveva già reso vana testimonianza un altro mezzo secolo prima); e scavalcando appunto il marciume delle tradizionali fitinzìe abbandonate, una turba di fimmine si era diretta e radunata, in quel soffocante pomeriggio di mercoledì, 7 giugno 1837, sotto la volta austera della Madonna della Catena, a snocciolare, gemendo, rosari d’invocazione contro il terribile morbo del Bengala, il colera assassino che già seminava lutti nel Napoletano, alitando sull’Isola il suo fiato di morte.
Del Cholera morbus si parlava ormai dall’agosto del 1817, quando la pestilenza si era messa in viaggio da Calcutta verso la Siberia, la Nuova Olanda, l’isola di Timor e la Cina. Dopo aver placato a Oriente la sua onda velenosa sterminando quattro milioni di cinesi, l’epidemia aveva aggredito nel 1830 la Russia, precipitando nel lutto Mosca e Pietroburgo, per proiettarsi subito dopo in Polonia, in Boemia, in Galizia, in Austria e in Ungheria. Il 26 marzo era apparsa a Parigi, dove nel giro di poche settimane aveva mietuto oltre diciottomila vittime.
Ma per molti anni, in Sicilia, del colera si erano uditi solo fantastici racconti dalle truci ed esotiche tinte. È vero, sì, che il 25 luglio del 1831 il viceré Leopoldo, conte di Siracusa e fratello di re Ferdinando, aveva ordinato di «stabilirsi lungo le spiagge un cordone sanitario a cautela contro il cholera»; ma il giovane conte, che allora era appena succeduto nel governo dell’Isola all’inviso e corrotto marchese delle Favare, aveva soprattutto mirato, con quel proclama, ad accattivarsi le simpatie dei sudditi, offrendo loro un bell’esempio di amorevole sollecitudine, per altro non richiesta dai più spavaldi e ignoranti tra i campioni del popolo: fra la plebe, a quei tempi, un po’ per esorcistica celia, e un po’ per effettiva credenza, circolava infatti un triviale proverbio scaramantico: fatt’amicu cu’ la vutti, c’u culera nun ti futti. E il vino forte della Sicilia sembrava più indicato degli altri a far da antidoto alla nuova peste.
Nel 1836, però, il morbo aveva superato le Alpi ed era esploso nell’Italia settentrionale. In agosto aveva raggiunto Ancona, e re Ferdinando da quel momento aveva dato ordine che si interrompessero le comunicazioni tra i suoi domini e gli Stati Pontifici, vanamente sperando di sbarrare il passo all’epidemia. Ma fu questione di poche settimane. Il 2 ottobre il colera s’abbatté anche su Napoli, dove uccise quasi quattordicimila persone nel giro di pochi mesi. Lo sventurato e peregrinante Giacomo Leopardi si stabilì nella capitale borbonica il 5 ottobre, subito lodando in una lettera a suo padre la “dolcezza del clima” e la bellezza della città, che gli parvero un balsamo per i suoi malanni. La risposta di Monaldo gli giunse tre mesi dopo, e il poeta a sua volta chiariva: «La confusione causata dal cholera e la morte di tre impiegati della posta potranno forse spiegarle questo ritardo». Nel marzo del 1837, Giacomo scrisse nuovamente al padre: «Io, grazie a Dio, sono salvo dal cholera, ma a gran costo». La sua fibra stremata si spezzò il 14 giugno.
Esattamente una settimana prima, a Palermo, in un vicolo della Kalsa, un grido di donna aveva infranto l’onda ritmica delle litanie e il torpore degl’incubi sospesi. Dopo breve agonia era morto un giovane marinaio, di nome Angelo Tagliavia. Di lì a poco, in una casa accanto moriva tra gli spasimi più atroci un altro giovane marinaio, Salvatore Mancini, compagno del Tagliavia.
«Sono morti di colera» fu subito la voce della gente. Ed era vero. La Kalsa fu invasa da una folla angosciata, trepidante, ma anche sprezzante e incosciente. Dalle case dei morti si alzavano volute di suffumigi profumati; forse incensi, bruciati da chi – un sacerdote, un frate? – sperava con essi di purificare l’aria ammorbata dal colera. E tra la gente c’era chi ghignava: «Li ammazzano coi fumi, li ammazzano!». Le prime vittime avevano appena esalato l’anima, e già vi era chi insinuava, per boria o per sarcasmo, e senza magari rendersene conto appieno, l’eterno, immancabile grido di stolida difesa: li ammazzano, ci ammazzano! E un filo di fumo era bastato a evocare quel fantasma.
Già verso la fine dell’anno precedente, a Napoli, gli avversari del governo avevano approfittato del colera per seminare tra la gente il sospetto che lo stesso sovrano fosse l’occulto capo di una setta di avvelenatori. I politicanti “liberali”, che si dicevano eredi della ragione illuministica contro la barbarie oscurantista, brandivano ora, con abiette mormorazioni, l’arma superstiziosa della caccia all’untore per suggestionare la plebe e scatenarla contro l’odiato tiranno. E per Napoli circolavano strane voci, favole grottesche da sabba infernale: il re possiede, e con studiata ferocia nasconde, la miracolosa teriaca del colera, una certa, misteriosa “erba Botris” ch’egli somministrava solo a se stesso e ai membri della sua famiglia, per salvarsi dal flagello diabolico ch’egli stesso, forse, con arti malvagie rinfocola e sparge.
Ma Ferdinando non si lasciò mettere nel sacco; mostrò, invece, coraggio e intelligenza. Il futuro Re Bomba, vittima designata delle magnifiche sorti e progressive, scese tra la gente dei quartieri più poveri, entrò nei lazzaretti, mangiò pubblicamente il pane che si diceva avvelenato, elargì forti somme per la cura dei malati e il soccorso di vedove e orfani. Ben pochi credettero che il sovrano, nottetempo, si divertisse a diffondere nell’aria fumi esiziali, o a infettare con micidiali polverine l’acqua dei pozzi e la farina dei fornai. E la rabbia popolare si spense prima ancora di divampare.
Ma in Sicilia, dove il governo napoletano era sentito da molti come un giogo straniero, le cose erano destinate a prendere tutt’altra piega. Alla fine di agosto si conteranno sessantacinquemila e 256 morti in tutta l’isola, dei quali quarantamila nella sola Palermo; e di questi, la maggior parte soccomberanno in soli quaranta giorni, da quel fatale 7 giugno al 17 luglio, data in cui la virulenza del morbo, per sue cause imperscrutabili, inizierà ad attenuarsi.
Mentre il colera apriva la danza macabra della strage, la città sbandava e si disgregava. Scuole e tribunali chiudevano, il commercio era paralizzato, scarseggiavano i viveri, il popolo fuggiva verso la campagna mentre i ricchi si barricavano nei loro palazzi. Intere case si svuotavano, banditi e sciacalli si scatenavano, le madri morivano per non separarsi dai figli agonizzanti, le processioni dei penitenti s’inerpicavano su pel Monte Pellegrino a implorare il soccorso della pietosa Vergine Rosalia.
Sul gran teatro del mondo balenarono drammaticamente in quei giorni tutti i raggi e i riflessi della sublimità e della miseria umana. L’unica legge imparziale era quella del morbo, che non risparmiava nessuno, e uccideva indiscriminatamente. Morivano come le mosche gli abitanti dei quartieri più poveri, moriva il barone asserragliato nel suo palazzo barocco, moriva l’energumeno che aveva violentato la fanciulla resa orfana dal colera, morivano insieme, nello stesso letto, gli sposi innamorati che avevano preferito la morte alla separazione, moriva il religioso che si era prodigato per gl’infermi, moriva persino la monaca di clausura nella sua cella.
Nel riferire gli esiti della catastrofe, e nel descrivere le sofferenze inflitte dal morbo alle vittime, Vincenzo Pergola scrive la pagina più intensa e vera del suo retorico opuscolo: «Dapertutto non più umane fisonomie vedevi, ma larve attonite, scarne, dolenti, e con lo spavento in su gli occhi. Tutte queste stragi faceva la pestilenza, la quale tanto più accresceva il raccapriccio, l’orrore e la desolazione, quanto più orribile faceva divenire la faccia dell’infermo! E quale e quanta atroce si fosse nel travagliare l’addolorato corpo de’ mortali, non è a dirsi, o pensarsi. Giacché dal momento più inopinato di perfetta salute, improvvisamente ammalandosi l’uomo, nel volger brevissimo di poche ore, tutti pativa gli strazii, che offrir possano le infermità tutte della terra. Sete ardentissima, indomabile, né per addensate acque, né per neve istessa, che somministrar si potesse continuamente, come se divoratrice fornace ne arroventasse le interne pareti delle viscere. Inquiete, intollerabili, spessissime ambasce, che né per mutar di sito, né per cangiar di posto, sostavano alquanto dal tormentarne le desolate membra. A questo univasi un lamentar cupo, un singhiozzare interrotto, un grondar freddo sudore, che dolori a dolori accresceva. Da quinci innanzi farsi incavernato nero nero lo sguardo; incavernate le tempia; le narici impicciolite e compresse; livide, e contorte le labbra; sconvolto, ed appassito il mento; ritirata la pelle; contratte le mani; fievole, e roca la voce: finché irrigidite le estremità, non si attendeva che serrarsi il varco alla vita».
E mentre la strage si consumava, il fantasma del veleno si agitava sempre più nelle fantasie stravolte, per completare a tutti i costi il quadro di quell’orrore universale. In Sicilia erano pochi ad avere dubbi: la pestilenza era l’opera diabolica di untori stranieri, al soldo del tiranno napoletano. A Palermo persino molti intellettuali credettero nella tesi del genocidio. Del resto, non fu proprio la classe intellettuale una di quelle che maggiormente subirono l’assalto del morbo? Basti dire che in quei giorni morirono personaggi come Domenico Scinà e Nicolò Palmeri, sommi della cultura del tempo. E si racconta che lo stesso arcivescovo di Palermo, il settantenne cardinale Gaetano Maria Giuseppe Benedetto Placido Vincenzo Trigona e Parisi, il 5 luglio spirasse dicendo: «Non v’è rimedio per questo veleno» (idea giustificabile, per lui, dal momento che la sua sfilza di nomi, di alte cariche e di santi protettori non era stata in grado di salvarlo). La Sicilia agonizzava maledicendo il Borbone; ma quando il contagio si accanì nelle contrade orientali dell’isola, l’odio per l’untore si tramutò in sommossa, e ben presto degenerò in cieca violenza.
A Siracusa un anziano avvocato, Mario Adorno, si pose alla testa della rivolta con proclami deliranti. Proprio allora in città era incappato per disgrazia un girovago tedesco, tale George Schwentzer, che assieme alla famiglia e a una coppia d’inservienti riusciva a campare con fantasiosa onestà offrendo alla gente lo spettacolo del cosmorama: una camera ottica che ingrandiva immagini di paesi lontani, dando l’illusione di ammirare davvero le cime delle Alpi o le maestose anse del Reno. Ma un giorno la folla imbestialita, che a causa di quell’innocente scatolone vedeva ormai in Schwentzer una sorta di malefico stregone, si avventò sul tedesco, sbriciolò il cosmorama e tentò di linciare il mago e i suoi amici. Intervenne la forza pubblica, la folla si scagliò su un commissario e lo trucidò a bastonate, pugnalate e colpi di pistola. Gli amici del tedesco subirono la stessa sorte.
Schwentzer salvò per quel momento la pelle e finì in prigione. Pochi giorni dopo, però, i facinorosi assaltarono il carcere, ne strapparono il poveretto insieme alla giovanissima moglie, alla figlia piccina e ad altri quattordici innocenti: di tutti venne fatto orrendo scempio in piazza. Sola scampò all’eccidio la bimba, che per miracolo fu sottratta all’ira dei forsennati da una donna, illuminata da una fiamma di pietà.
Ma in settembre, con la certezza che il cholera morbus volteggiasse ormai, lontano, su altri di lidi, ecco il ricordo di quelle atrocità dissolversi, e la fede nella vita, e nel governo (perché no?) quasi per tocco di magia risgorgare nei cuori sollevati. E il nostro Vincenzo Pergola chiudere la sua Descrizione istorica con queste radiose parole: «Così dagli animi furono banditi i timori, le ore scorsero di giorno in giorno più liete, e di bel nuovo annunziatrice di bei giorni sereni spuntava gaia e ridente su i nostri colli l’aurora».
L’enfasi di quella descrizione, che ben presto si rivela tutta intesa alla lode del governo borbonico, dei suoi eroici e fedeli sudditi siciliani, e del suo operato durante i giorni terribili della strage, ha in realtà un suo fosco retroscena, un sottinteso significato, una precisa, puntuale, e fatalmente grottesca ragione politica. Che una rapida rievocazione degli avvenimenti di quell’estate lontana basterà, spero, a riportare alla luce, a ennesima ed eterna conferma di un principio che mai si vide decadere nei tempi delle più cupe tragedie umane: anche allora si volle colpire un responsabile, si gridò al veleno, si cercò l’untore, e poiché allora il vento della storia soffiava avverso ai Borboni, non si tardò ad additare nel re, Ferdinando II, il vero, satanico cavaliere segreto di quell’immane apocalisse.
(Trent’anni più tardi, caduti i Borbone, e regnanti i Savoia sull’Italia unita, una nuova ondata di colera trovò gli animi dei siciliani assolutamente immutati, e naturalmente pronti a mormorare contro nuovi e fantastici untori e complotti politici governativi, com’ebbe a ricordare anche Giovanni Verga nell’undicesimo capitolo dei Malavoglia: «Lui invece, se gli avessero portato la ricetta del medico per qualche medicina, avrebbe aperto la spezieria anche di notte, che non aveva paura del colera; e diceva pure che era una minchioneria di credere che il colera lo buttassero per le strade e dietro gli usci. – Segno che è lui che sparge il colera! – andava soffiando don Giammaria. Per questo nel paese volevano fargli la festa allo speziale; ma lui si metteva a ridere come una gallina, preciso come faceva don Silvestro, e diceva: – Io che sono repubblicano! Se fossi un impiegato, o qualcuno di quelli che fanno i tirapiedi al Governo, non direi! –»).
Quasi due secoli fa, a Palermo, le condizioni della pubblica igiene non erano assai peggiori di quelle odierne (l’indignazione di Goethe per i cumuli di munnizza lasciati imputridire nelle strade ne aveva già reso vana testimonianza un altro mezzo secolo prima); e scavalcando appunto il marciume delle tradizionali fitinzìe abbandonate, una turba di fimmine si era diretta e radunata, in quel soffocante pomeriggio di mercoledì, 7 giugno 1837, sotto la volta austera della Madonna della Catena, a snocciolare, gemendo, rosari d’invocazione contro il terribile morbo del Bengala, il colera assassino che già seminava lutti nel Napoletano, alitando sull’Isola il suo fiato di morte.
Del Cholera morbus si parlava ormai dall’agosto del 1817, quando la pestilenza si era messa in viaggio da Calcutta verso la Siberia, la Nuova Olanda, l’isola di Timor e la Cina. Dopo aver placato a Oriente la sua onda velenosa sterminando quattro milioni di cinesi, l’epidemia aveva aggredito nel 1830 la Russia, precipitando nel lutto Mosca e Pietroburgo, per proiettarsi subito dopo in Polonia, in Boemia, in Galizia, in Austria e in Ungheria. Il 26 marzo era apparsa a Parigi, dove nel giro di poche settimane aveva mietuto oltre diciottomila vittime.
Ma per molti anni, in Sicilia, del colera si erano uditi solo fantastici racconti dalle truci ed esotiche tinte. È vero, sì, che il 25 luglio del 1831 il viceré Leopoldo, conte di Siracusa e fratello di re Ferdinando, aveva ordinato di «stabilirsi lungo le spiagge un cordone sanitario a cautela contro il cholera»; ma il giovane conte, che allora era appena succeduto nel governo dell’Isola all’inviso e corrotto marchese delle Favare, aveva soprattutto mirato, con quel proclama, ad accattivarsi le simpatie dei sudditi, offrendo loro un bell’esempio di amorevole sollecitudine, per altro non richiesta dai più spavaldi e ignoranti tra i campioni del popolo: fra la plebe, a quei tempi, un po’ per esorcistica celia, e un po’ per effettiva credenza, circolava infatti un triviale proverbio scaramantico: fatt’amicu cu’ la vutti, c’u culera nun ti futti. E il vino forte della Sicilia sembrava più indicato degli altri a far da antidoto alla nuova peste.
Nel 1836, però, il morbo aveva superato le Alpi ed era esploso nell’Italia settentrionale. In agosto aveva raggiunto Ancona, e re Ferdinando da quel momento aveva dato ordine che si interrompessero le comunicazioni tra i suoi domini e gli Stati Pontifici, vanamente sperando di sbarrare il passo all’epidemia. Ma fu questione di poche settimane. Il 2 ottobre il colera s’abbatté anche su Napoli, dove uccise quasi quattordicimila persone nel giro di pochi mesi. Lo sventurato e peregrinante Giacomo Leopardi si stabilì nella capitale borbonica il 5 ottobre, subito lodando in una lettera a suo padre la “dolcezza del clima” e la bellezza della città, che gli parvero un balsamo per i suoi malanni. La risposta di Monaldo gli giunse tre mesi dopo, e il poeta a sua volta chiariva: «La confusione causata dal cholera e la morte di tre impiegati della posta potranno forse spiegarle questo ritardo». Nel marzo del 1837, Giacomo scrisse nuovamente al padre: «Io, grazie a Dio, sono salvo dal cholera, ma a gran costo». La sua fibra stremata si spezzò il 14 giugno.
Esattamente una settimana prima, a Palermo, in un vicolo della Kalsa, un grido di donna aveva infranto l’onda ritmica delle litanie e il torpore degl’incubi sospesi. Dopo breve agonia era morto un giovane marinaio, di nome Angelo Tagliavia. Di lì a poco, in una casa accanto moriva tra gli spasimi più atroci un altro giovane marinaio, Salvatore Mancini, compagno del Tagliavia.
«Sono morti di colera» fu subito la voce della gente. Ed era vero. La Kalsa fu invasa da una folla angosciata, trepidante, ma anche sprezzante e incosciente. Dalle case dei morti si alzavano volute di suffumigi profumati; forse incensi, bruciati da chi – un sacerdote, un frate? – sperava con essi di purificare l’aria ammorbata dal colera. E tra la gente c’era chi ghignava: «Li ammazzano coi fumi, li ammazzano!». Le prime vittime avevano appena esalato l’anima, e già vi era chi insinuava, per boria o per sarcasmo, e senza magari rendersene conto appieno, l’eterno, immancabile grido di stolida difesa: li ammazzano, ci ammazzano! E un filo di fumo era bastato a evocare quel fantasma.
Già verso la fine dell’anno precedente, a Napoli, gli avversari del governo avevano approfittato del colera per seminare tra la gente il sospetto che lo stesso sovrano fosse l’occulto capo di una setta di avvelenatori. I politicanti “liberali”, che si dicevano eredi della ragione illuministica contro la barbarie oscurantista, brandivano ora, con abiette mormorazioni, l’arma superstiziosa della caccia all’untore per suggestionare la plebe e scatenarla contro l’odiato tiranno. E per Napoli circolavano strane voci, favole grottesche da sabba infernale: il re possiede, e con studiata ferocia nasconde, la miracolosa teriaca del colera, una certa, misteriosa “erba Botris” ch’egli somministrava solo a se stesso e ai membri della sua famiglia, per salvarsi dal flagello diabolico ch’egli stesso, forse, con arti malvagie rinfocola e sparge.
Ma Ferdinando non si lasciò mettere nel sacco; mostrò, invece, coraggio e intelligenza. Il futuro Re Bomba, vittima designata delle magnifiche sorti e progressive, scese tra la gente dei quartieri più poveri, entrò nei lazzaretti, mangiò pubblicamente il pane che si diceva avvelenato, elargì forti somme per la cura dei malati e il soccorso di vedove e orfani. Ben pochi credettero che il sovrano, nottetempo, si divertisse a diffondere nell’aria fumi esiziali, o a infettare con micidiali polverine l’acqua dei pozzi e la farina dei fornai. E la rabbia popolare si spense prima ancora di divampare.
Ma in Sicilia, dove il governo napoletano era sentito da molti come un giogo straniero, le cose erano destinate a prendere tutt’altra piega. Alla fine di agosto si conteranno sessantacinquemila e 256 morti in tutta l’isola, dei quali quarantamila nella sola Palermo; e di questi, la maggior parte soccomberanno in soli quaranta giorni, da quel fatale 7 giugno al 17 luglio, data in cui la virulenza del morbo, per sue cause imperscrutabili, inizierà ad attenuarsi.
Mentre il colera apriva la danza macabra della strage, la città sbandava e si disgregava. Scuole e tribunali chiudevano, il commercio era paralizzato, scarseggiavano i viveri, il popolo fuggiva verso la campagna mentre i ricchi si barricavano nei loro palazzi. Intere case si svuotavano, banditi e sciacalli si scatenavano, le madri morivano per non separarsi dai figli agonizzanti, le processioni dei penitenti s’inerpicavano su pel Monte Pellegrino a implorare il soccorso della pietosa Vergine Rosalia.
Sul gran teatro del mondo balenarono drammaticamente in quei giorni tutti i raggi e i riflessi della sublimità e della miseria umana. L’unica legge imparziale era quella del morbo, che non risparmiava nessuno, e uccideva indiscriminatamente. Morivano come le mosche gli abitanti dei quartieri più poveri, moriva il barone asserragliato nel suo palazzo barocco, moriva l’energumeno che aveva violentato la fanciulla resa orfana dal colera, morivano insieme, nello stesso letto, gli sposi innamorati che avevano preferito la morte alla separazione, moriva il religioso che si era prodigato per gl’infermi, moriva persino la monaca di clausura nella sua cella.
Nel riferire gli esiti della catastrofe, e nel descrivere le sofferenze inflitte dal morbo alle vittime, Vincenzo Pergola scrive la pagina più intensa e vera del suo retorico opuscolo: «Dapertutto non più umane fisonomie vedevi, ma larve attonite, scarne, dolenti, e con lo spavento in su gli occhi. Tutte queste stragi faceva la pestilenza, la quale tanto più accresceva il raccapriccio, l’orrore e la desolazione, quanto più orribile faceva divenire la faccia dell’infermo! E quale e quanta atroce si fosse nel travagliare l’addolorato corpo de’ mortali, non è a dirsi, o pensarsi. Giacché dal momento più inopinato di perfetta salute, improvvisamente ammalandosi l’uomo, nel volger brevissimo di poche ore, tutti pativa gli strazii, che offrir possano le infermità tutte della terra. Sete ardentissima, indomabile, né per addensate acque, né per neve istessa, che somministrar si potesse continuamente, come se divoratrice fornace ne arroventasse le interne pareti delle viscere. Inquiete, intollerabili, spessissime ambasce, che né per mutar di sito, né per cangiar di posto, sostavano alquanto dal tormentarne le desolate membra. A questo univasi un lamentar cupo, un singhiozzare interrotto, un grondar freddo sudore, che dolori a dolori accresceva. Da quinci innanzi farsi incavernato nero nero lo sguardo; incavernate le tempia; le narici impicciolite e compresse; livide, e contorte le labbra; sconvolto, ed appassito il mento; ritirata la pelle; contratte le mani; fievole, e roca la voce: finché irrigidite le estremità, non si attendeva che serrarsi il varco alla vita».
E mentre la strage si consumava, il fantasma del veleno si agitava sempre più nelle fantasie stravolte, per completare a tutti i costi il quadro di quell’orrore universale. In Sicilia erano pochi ad avere dubbi: la pestilenza era l’opera diabolica di untori stranieri, al soldo del tiranno napoletano. A Palermo persino molti intellettuali credettero nella tesi del genocidio. Del resto, non fu proprio la classe intellettuale una di quelle che maggiormente subirono l’assalto del morbo? Basti dire che in quei giorni morirono personaggi come Domenico Scinà e Nicolò Palmeri, sommi della cultura del tempo. E si racconta che lo stesso arcivescovo di Palermo, il settantenne cardinale Gaetano Maria Giuseppe Benedetto Placido Vincenzo Trigona e Parisi, il 5 luglio spirasse dicendo: «Non v’è rimedio per questo veleno» (idea giustificabile, per lui, dal momento che la sua sfilza di nomi, di alte cariche e di santi protettori non era stata in grado di salvarlo). La Sicilia agonizzava maledicendo il Borbone; ma quando il contagio si accanì nelle contrade orientali dell’isola, l’odio per l’untore si tramutò in sommossa, e ben presto degenerò in cieca violenza.
A Siracusa un anziano avvocato, Mario Adorno, si pose alla testa della rivolta con proclami deliranti. Proprio allora in città era incappato per disgrazia un girovago tedesco, tale George Schwentzer, che assieme alla famiglia e a una coppia d’inservienti riusciva a campare con fantasiosa onestà offrendo alla gente lo spettacolo del cosmorama: una camera ottica che ingrandiva immagini di paesi lontani, dando l’illusione di ammirare davvero le cime delle Alpi o le maestose anse del Reno. Ma un giorno la folla imbestialita, che a causa di quell’innocente scatolone vedeva ormai in Schwentzer una sorta di malefico stregone, si avventò sul tedesco, sbriciolò il cosmorama e tentò di linciare il mago e i suoi amici. Intervenne la forza pubblica, la folla si scagliò su un commissario e lo trucidò a bastonate, pugnalate e colpi di pistola. Gli amici del tedesco subirono la stessa sorte.
Schwentzer salvò per quel momento la pelle e finì in prigione. Pochi giorni dopo, però, i facinorosi assaltarono il carcere, ne strapparono il poveretto insieme alla giovanissima moglie, alla figlia piccina e ad altri quattordici innocenti: di tutti venne fatto orrendo scempio in piazza. Sola scampò all’eccidio la bimba, che per miracolo fu sottratta all’ira dei forsennati da una donna, illuminata da una fiamma di pietà.
Ma in settembre, con la certezza che il cholera morbus volteggiasse ormai, lontano, su altri di lidi, ecco il ricordo di quelle atrocità dissolversi, e la fede nella vita, e nel governo (perché no?) quasi per tocco di magia risgorgare nei cuori sollevati. E il nostro Vincenzo Pergola chiudere la sua Descrizione istorica con queste radiose parole: «Così dagli animi furono banditi i timori, le ore scorsero di giorno in giorno più liete, e di bel nuovo annunziatrice di bei giorni sereni spuntava gaia e ridente su i nostri colli l’aurora».
lunedì 19 dicembre 2011
sabato 17 dicembre 2011
REGGIA DEL CARDITELLO
LO SCEMPIO CONTINUA
di
Nando Cimino
Altro furto nel Real Sito borbonico: hanno portato via gli ultimi metri di pavimentazione. Gli studenti si mobilitano con un sit-in fuori la struttura mentre i 'filosofi' della politica locale (su tutti Zinzi) continuano inermi ad osservare ladri che entrano in casa propria (di Nando Cimino. Un altro furto nella Reale tenuta di caccia dei Borbone. Fa male persino scriverlo. Un’altra insanabile ferita nel corpo agonizzante della Reggia di Carditello. Nella notte di venerdì, i soliti ignoti, hanno asportato gli ultimi quattro metri quadrati di pavimentazione dal terrazzo superiore del corpo centrale del fabbricato. Quello stesso terrazzo dal quale sono stati razziati i pilastrini in pietra arenaria delle balaustre, la corona in marmo sovrastante lo stemma di casa Savoia e, prima cinque metri, successivamente quindici metri e ieri notte infine, gli ultimi quattro metri quadrati di mattonelle in cotto risalenti all’epoca dell’edificazione del sito. I balordi, prima di abbandonare il luogo del reato hanno sfilato, dalle rete elettrica interna incassata nelle pareti, anche le ultime decine di metri di fili di rame dalle pareti. E’ stata la guardia zoofila Tommaso Cestrone, ad allertare il dipendente del consorzio, in possesso delle chiavi del cancello della casa di caccia. Non c’è voluto molto per individuare il maltolto. La domanda è, quanti altri furti occorrono, prima che qualcuno faccia qualcosa di concreto e definitivo per tutelare la Reggia dei Borbone?
Si ha persino il sospetto che questa storiaccia, dal vago sapore di speculazione dal retrogusto amaro, sia funzionale alle passerelle del “diremo” e del “faremo.” E’ la cronaca di una morte annunciata, che offende tutto il popolo, sano, di Terra di Lavoro. La parola più usata dalla gente comune, legata alla Storia che promana dal quel corpo agonizzante e cresciuta nella sua ombra è, “VERGOGNA!”
Ieri mattina, una folla di giovani studenti universitari, provenienti dalla facoltà di architettura di Aversa, ignara di quanto fosse accaduto nottetempo, si è accalcata davanti al cancello di ingresso della reggia. Volevano accedere all’interno per studiarne le straordinarie fattezze architettoniche, ma il cancello è rimasto sbarrato. Alessandro Manna, presidente dell’associazione culturale “Salviamo Carditello”, che da tempo si batte per la tutela di questo pezzo di storia meridionale, non ha dubbi: “Oggi la responsabilità è del presidente Caldoro e della sua giunta. La società che ha in carico il recupero del credito nei confronti del Consorzio di Bacino, proprietario del sito reale, ha dato disponibilità per la risoluzione della vicenda attraverso una transazione finanziaria con la Regione, dilazionabile in tre riprese, che metterebbe fine a questa angosciante vicenda. Non ci sono più alibi; la strada e segnata. La Reggia di Carditello, va salvata.”
Ora, mancando la copertura, si temono le infiltrazioni d’acqua che, se non tamponate in tempo, devasteranno anche gli affreschi alle pareti. La speranza è che, almeno a questo aspetto, chi deve, ponga immediato rimedio.
L'immane devastazione degli ambienti
I preziosi pavimenti settecenteschi deturpati dai grafomani
Neoborbonici al Carditello
giovedì 15 dicembre 2011
Prossimi appuntamenti
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Chiara Curione, autrice del libro per ragazzi “Un eroe dalla parte sbagliata”, dedicato al famoso “Sergente Romano” di cui ne è la discendente indiretta, parteciperà alla Rassegna del libro per ragazzi di Cassano.
Il giorno 17 dicembre, alle ore 18.00, il tema della serata sarà il Brigantaggio e periodo post-unitario.
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Sabato 17 dicembre, alle ore 16.30, presso la Sala del Consiglio Comunale di Terzigno, presentazione-dibattito del nuovo grande libro di Pino Aprile “Giù al Sud” sul tema “I terroni salveranno l’Italia” con Pino Aprile, Eddy Napoli, Gennaro De Crescenzo, Salvatore Lanza e a cura del Movimento Neoborbonico con Nadia Citarella e Gennaro Ambrosio, con il patrocinio del Comune di Terzigno e alla presenza del Sindaco e del Presidente del Consiglio Comunale. Un’occasione importante per confrontarsi con l’autore del best-seller “Terroni” (oltre 500.000 copie vendute) e con i Neoborbonici sulla drammatica situazione dell’area vesuviana e del Sud e sulle concrete possibilità di riscatto di una Terra, nonostante tutto, ancora ricca di possibilità e di potenzialità.
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